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shallows_èosterUltimamente mi sento parecchio in vena di nuove e ardite esplorazioni cinematografiche, tipo novella esploratrice che si addentra nella giungla pericolosa del cinema al botteghino italiano. Siccome sono paracula però se mi inoltro nel genere mostroide/horror/splatter lo faccio con una pellicola di cui ho sentito parlare da benino a molto bene in base al grado di affezione al genere del visore.
Ecco perché nonostante la mia disaffezione vicina al completo disinteresse verso le epiche lotte tra gnocche atomiche e squali mi sono concessa di andare a vedere The Shallows, il che si permette persino di osare delle spiegazioni scientifiche alla furia omicida del suddetto pesce e l’ardire di mettere Blake Lively alla testa di un film che dovrà essere retto quasi unicamente dalla sua performance. Ahhh, i brividi estivi!
Da Spielberg in poi il genere squalocentrico è mestamente tornato nel territorio dei b movies, tanto che gli appassionati hanno accolto con autentiche ovazioni il primo squalo fatto per bene che si è affacciato, pinna fuori dall’acqua, all’orizzonte dei loro cinema.
Ora, non ho grandi metri di giudizio e continuo a pensare che questo squalo rimanga un tantino troppo enorme e un tantino troppo vorace (quindi non oso immaginare che sia toccato a questi poveretti precedentemente) ma c’è da dire che Anthony Jaswinski si sbatte davvero a tentare di dare un contesto realistico alla trama del film che già tutti pensiamo di conoscere.

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Anzi, Paradise Beach – Dentro l’incubo nell’incubo vero e proprio ci entra sorprendetemente tardi, a circa mezz’ora dall’approdo della bella Blake Lively su una spiaggia spagnola sconosciuta di cui tanto le aveva parlato la madre. Nel frattempo Jaume Collet-Serra ha ricamato attorno alla californian beauty tramutatasi in surfista texana per l’occasione una routine fatta di cavalloni e pause snack, oltre che ad un’estetica davvero leccatissima e un ritmo sempre pronto a spiazzare lo spettatore, arrestando continuamente i picchi di adrenalina: no lo squalo non è in arrivo e no, gli altri surfisti non sono dei malintenzionati. Il tutto senza risparmiarsi delle strategiche inquadrature maliziose dello statuario corpo post gravidanza della Lively, beninteso.

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Alla fine lo squalo arriva e blocca la protagonista e un gabbiano lontano da riva, senza tavola, entrambi feriti e confinati su uno scoglio che prima o poi verrà sommerso dall’alta marea. Qui si sente una grande sensibilità contemporanea e animalista, che non solo si fa punto di seguire con il dovuto pathos tanto il destino del gabbiano quanto quello della ragazza, ma fornisce una notevole lista di motivi per cui lo squalo è incazzato e pronto ad attaccare chiunque gli capiti a tiro. Anzi, quando diventa ancora più aggressivo il film ci fornirà una spiegazione ausiliare sul perché ce l’abbia particolarmente con il genere umano.

Il film funziona discretamente anche grazie a Blake Lively, ma non certo in virtù delle sue qualità attoriali al massimo discrete: pur cavandosela benino, talvolta si ha la metta impressione che il gabbiano sia più espressivo di lei.
Semplicemente il suo aspetto fisico, sexy ma mai completamente ripulito dalla fama dalla parvenza alla mano e down to earth della bellezza da spiaggia californiana, funzionano alla perfezione per farci credere che sia una studente di medicina come tante incappata in una giornata davvero di merda. Quando però la parte esige la sua trasformazione in una bomba di carisma, ecco, allora comincia a mostrare un po’ la corda.

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Lo vado a vedere? Estimatori di squali e Blake Lively saranno sicuramente piacevolmente sorpresi dalla pellicola, che se la cava discretamente. Gli altri, se curiosi o costretti dal destino, eviteranno almeno di piangere sangue o annoiarsi. Certo che con un’altra attrice avrebbe potuto fare il salto di qualità, ma forse non era questa l’aspirazione del film, quindi bene così.
Ci shippo qualcuno? No.