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el clanPerdonatemi un certo qualunquismo geopolitico, ma nella frizzante produzione sudamericana i confini tra cinematografie nazionali tendono a rarefarsi più che altrove, vuoi per compattezza di temi ricorrenti e stile di scrittura e regia, vuoi perché i festival internazionali forse tendono a pescare tra le proposte di quelle nazioni i film che corrispondono a quei criteri che già associamo all’idea del fare cinema in quelle zone.
Questo El Clan in particolare è stato selezionato sia da Venezia che da Toronto l’anno passato e si è portato a casa un leone d’argento in un’annata molto influenzata dal presidente di giuria Alfonso Cuaron e un Goya. Un bottino niente male per Pablo Trapero, regista di solida fattura tradizionale che ha saputo intuire il potenziale cinematografico e internazionale del celebre caso Puccio.
Argentina, anni ’80: la dittatura è finita nominalmente ma la neonata democrazia sta ancora facendo i conti con i residui del sistema corrotto e omertoso che ha tenuto in un pugno militare di ferro il Paese. Un ex uomo dei servizi segreti, Arquímedes Puccio, approfitta delle sue connessioni nelle cerchie militari per continuare indisturbato il suo lavoro parallelo di rapitore e assassino di ricchi argentini facoltosi, un business che porta avanti a livello familiare, coinvolgendo fino ai più piccoli abitanti della sua tranquilla villetta.
Il figlio Alex, stella del rugby a livello nazionale, gli offre la leva perfetta per avvicinare le sue vittime e una copertura insospettabile. Il ragazzo però vive con crescente disagio la pesantissima figura paterna e l’aiuto richiesto nelle attività familiari, che via via si fanno più pericolose.

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Pablo Trapero si trova tra le mani una delle pagine più buie dell’Argentina post dittatoriale, i cui carnefici e vittime sono ancora vivi testimoni di uno degli scandali con cui il Paese ha dovuto fare i conti. Una storia molto simile a quella di tanta criminalità italiana poi passata su piccolo e grande schermo, a cui il regista nega la possibilità di scindere tra violenza pubblica e affettività privata: i Puccio sono contemporaneamente una famiglia affettuosa attaccata ai valori tradizionali e un gruppo di spietati rapitori, che utilizzano sigle di movimenti rivoluzionari socialisti per arricchirsi e assicurarsi una vecchiaia serena.
In una scena di apertura assolutamente folgorante, un lungo piano sequenza ci presenta tutti i membri familiari riuniti sotto lo stesso tetto, il tran tran familiare, la cena e poi, senza stacchi o concessioni, un rumore che diventa via via un lamento e l’ultimo ospite involontario, l’ostaggio chiuso in bagno.

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Per il resto El Clan è la più classica delle storie criminali che scorre in un formato piuttosto canonico ma comunque interessante, per via della reiterazione criminale dei suoi protagonisti all’ombra di apparati perfettamente consapevoli e per la forza carismatica dell’incredibile performance di Guillermo Francella: il titolo parla di un gruppo unito, ma nei fatti è lui l’assoluto protagonista e polo gravitazionale che tiene insieme le fila familiari e criminali, oltre al rapporto problematico con l’anello debole del sistema, il figlio Alex.
Se il chiaro riferimento artistico di Trapero è Pablo Larrain (che rimane però su tutt’altri, ben più alti livelli), la performance di Francella non ha nulla da invidiare alle grandi prove dell’attore sudamericano forse più noto a livello festivaliero, Alfredo Castro.

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Lo vado a vedere? A volte basta avere un’idea forte e portare avanti al massimo delle proprie possibilità la sua realizzazione: Pabloe Trapero non ha il genio del collega cileno, ma possiede comunque grande maestria nell’uso della cinepresa e un ottimo occhio per le buone storie e i grandi interpreti. In annate poco vivaci di Venezia, può bastare per un Leone d’Argento. Devo dire che il vincitore del Leone d’Oro, Desde Allà, non è sempre così solido e immediatamente leggibile, ma in effetti mi ha lasciato un’impressione molto più profonda e problematica.
Ci shippo quacuni? No ma la sudditanza psicolofica che Francella impone intorno a sé ne fa un po’ il Charles Dance argentino.