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ioprimalocandinaI risultati deludenti al botteghino statunitense di Io Prima di Te (in un’estate che, ad onor del vero, non ha premiato quasi nessuno) metteranno probabilmente una pietra tombale per i prossimi mesi o anni sul genere sentimentale nel comparto commerciale, mentre in quello festivaliero e autoriale il melodramma gode sempre di buona salute.
Se non ce la fa a portare le spettatrici al cinema il film tratto dal romanzo best seller mondiale di Jojo Moyes con protagonisti due volti noti di Game of Thrones e Hunger Games, chi mai potrà farlo? Difficile a dirsi, ma sicuramente il riuscito dirottamento del pubblico femminile in comparti cinematografici precedentemente ad appannaggio quasi esclusivamente maschile rende la situazione ancora più complicata.

Se Io Prima di Te è un film mediocre, le sue colpe sono quasi sempre figlie del romanzo da cui è tratto (e di cui sventuratamente vi parlo per esperienza diretta).
Cosa si può chiedere di più alla regista Thea Sharrock (che ha nel curriculum titoli come The Hollow Crown) se non di mettere a frutto nella maniera migliore le possibilità superiori alla media del dramma romantico che assicura una produzione Warner Bros? Il lungometraggio infatti è sufficientemente rifinito e punta molto sull’ambientazione nell’incantevole provincia inglese e in un paio di mete esotiche, fino a trasformare una protagonista proletaria affetta da un grave caso di color blindness in una giovane eccentrica delle scelte ardite ma, sotto sotto, sempre piuttosto studiate.
Il problema principale del film è che arruolando proprio la scrittrice Jojo Moyes come sceneggiatrice, non può sfuggire alla notevole dose di bacchettonismo che affligge l’erede spirituale di Nicholas Sparks e dei suoi attentati ai dotti lacrimali. Anzi, a ben vedere, data la propensione della Moyes per il sex shaming di ogni donna che abbia la sfortuna di comparire nelle sue pagine, il film se la cava benino, decidendo di tagliare un paio di passaggi del romanzo dove la suddetta si accanisce ancora di più sulla povera protagonista.

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Viene persino da gioire al pensiero che questa visione classista, paternalista e persino con un istinto suicida da crocerossina della sentimentalità femminile sia stata per lo più snobbata dal pubblico femminile. Badate, c’è chi ha persino osato parlare di female wish-fulfillment fantasy per descrivere la storia di Lou, giovane donna che mantiene la famiglia proletaria in un momento di crisi salvo poi sentirsi additata (e additarsi) come quella non proprio brillante di casa che, a causa del suo bisogno di soldi, finisce per accettare un lavoro come assistente sanitaria e ricreativa di un giovane uomo rimasto paralizzato dal collo in giù dopo un incidente stradale. Essendo un cinemozioni5 vecchia maniera lui non solo è bello e oltraggiosamente ricco (ricco tipo che possiede il castello, letteralmente), ma anche enormemente arrogante, sembra proprio a rifilare a Lou e allo spettatore una dose di mansplaining sulle cose della vita non richiesta.

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Certo meriterebbe una riflessione la scelta di parlare di disabilità ma poi rifugiarsi in una famiglia che può qualsiasi lusso e capriccio pur di ovviarla quanto umanamente possibile, ma sarò generosa e mi concentrerò solo sul punto focale della storia, il desiderio di lui di farla finita con l’eutanasia.
Lungi da me giudicare una scelta così personale, non fosse che il film è tutto costruito attorno al tentativo (riuscito) di Louisa di provargli che una vita in cui lui possa essere felice è ancora possibile e a portata di mano. Will però alla fine sceglierà la morte, non prima di averle estorto con il senso di colpa persino la sua presenza in quegli ultimi momenti, dopo averla spronata ad aprirsi a lui, salvo poi ribadirle che lei non avrà la stessa influenza sulle sue decisioni.

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La scelta del protagonista è apertamente dettata dall’aver perso la propria posizione privilegiata di maschio bianco alpha ricco e sfrontato e non è presentata minimamente sulla base del proprio egoismo, quanto piuttosto come qualcosa di eroico e moderno (l’eutanasia? Nel 2016?), la cui unica consolazione per Lou sarà quella che lui anche dall’alto, fino all’ultima scena, continuerà a tentare di controllare ogni sua azione tipo va e affliggi anche gli angeli senza sesso col tuo mansplaining.
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Per quanto riguarda il cast ovviamente si è puntato su fisionomie impossibilmente patinate, che la romanticheria è anche una questione di pool cromosomico molto fortunato. Emilia Clarke ha un buon affiatamento con Sam Catflin, ma è irrimediabilmente sopra le righe nella parte (abbastanza ingrata, ma insomma), assegnatale. Sembra che l’unico modo che sia riuscita a pensare per esprimere il disagio del suo personaggio sia stato strizzare fortissimo le sopracciglia, che non stanno ferme un secondo, unite a sorrisi ridicoli e a classiche espressioni da assaggio del succo di limone.
Sam Catflin porta a casa con molta più convinzione il ruolo, anche se qui dal team gerontofilia vorremmo segnalarvi che Charles Dance – che per una volta nella vita fa comunque il ricco sfondato vestito impeccabilmente ma davvero affezionato alla moglie e al figlio (niente abusi mentali stavolta, solo un gessato da svenimento) – sotterra entrambi con in tutto un 5 minuti scarsi in scena.

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Lo vado a vedere? Non me la sento di stigmatizzare quanti e quante si recheranno al cinema con la moria di dramma sentimentale hollywoodiano che stiamo vivendo. Certo che però ci meriteremmo di meglio, quantomeno a livello di messaggi. Ridateci le female wish-fulfillment fantasy, magari aggiornandole al 2016, per piacere. Cioè, ma come si può anche solo pensare che il sogno della vita di una donna sia essere tratta così? MAH.
Ci shippo qualcuno? Vorrei spingermi a dire che dato che l’infermiere è di gran lunga il personaggio più simpatico ed è sempre lì al capezzale di Will quindi…ma no. Comunque Charles Dance in gessato che si aggira per il suo maniero senza emanare carisma omicida è una visione.