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nemo5Potrebbe essere che quando vedi più di 250 film l’anno comincia a generalizzare più del necessario o potrebbe essere che magari ho ragione, ma da quando Disney ha fatto asso piglia tutto e si è inglobata Marvel, Pixar e Lucas Film, in queste 3 importanti e diversissime sezioni di cinema popolare statunitensi è emerso un pattern comune, uno schema d’azione sottinteso a tante uscite.
Perché sì, a prima vista e sin dal suo titolo, Alla Ricerca di Dory potrebbe sembrare una storia di sequel andata a lieto fine, a differenza di predecessori scomodi e che tutti vorremmo dimenticare tipo Cars 2. Zitta zitta la pesciolina blu e gialla si è mangiata gran parte dei blockbuster estivi concorrenti, incassando molto bene e ottenendo il plauso della critica, caso più unico che raro nell’estate 2016.
Rispetto ai tentativi di capitalizzare le proprie geniali idee del recente passato Pixar qui c’è un elemento nuovo: il senso di sicurezza derivato dalla ripetizione di uno schema.
Sia per presupposti e (non a caso) sia per risultati il film dedicato a Dory finisce per essere assai simile alla proposta media targata Marvel degli ultimi 2, 3 anni: un misto di squadra che vince non si cambia, trama che funziona si ripete e pubblico che plaude si tenta di allargarlo e compiacerlo, sempre.
Così ci ritroviamo a seguire un film che sin dall’attacco dichiara placidamente di seguire le orme del predecessore, risalendo allo stesso modo la corrente. Stavolta però al centro c’è Dory e la sua mancanza di memoria a breve termine, che si rivela poi devastante anche sul lungo quando ricorda che da qualche parte ci sono i suoi genitori e la stanno cercando.
Data la difficoltà riscontrata anche solo a ricordare il suo proposito. la pesciolina verrà presto affiancata da Nemo e dal papà brontolone, nella lunga ricerca dei suoi genitori.

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Comincia così la ricerca di Dory fisica, dei propri genitori perduti, ed emozionale, approfittando del ruolo di protagonista per indagare ancora di più l’ansia e l’angoscia di vedersi costantemente traditi dalla propria mente, che mette in pericolo tutto ciò che di più importante si ha e che, a differenza degli altri, Dory deve costantemente lottare per trattenere.
È in questo frangente, più che negli errori grossolani di valutazione del padre di Nemo o nelle strampalate avventure all’acquario marino dove finisce il terzetto, che il film dà il meglio di sé. Neanche questa però è propriamente una novità, perché ogni film Disney Pixar memorabile lo è anche (e forse soprattutto) a quella parte più drammatica che stringe il cuore e fa venire il magone (e la lacrimuccia).

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Il limite estremo dell’avventura di Dory è che è una copia conforme, seppur di ottima fattura. Sembra quasi uno spreco l’aver richiamato le punte di diamante dello studios, compreso Andrew Stanton, chiedendogli però non di portare l’asticella ancora un po’ più in alto, bensì di aggirarsi con la consueta bravura in territori già battuti, che un po’ il mantra dell’ultima decina e più di film Marvel.
Nel caso di Dory questa ritrosia a provare qualcosa di nuovo è particolarmente evidente nella parte finale del film, dopo aver raggiunto il culmine emozionale e drammatico della storia. Per raggiungere le 2 ore tonde di spettacolo il film rilancia sul lato comico, ma comincia davvero a mostrare la corda e a ripetersi, esagerando un po’ troppo nella paradossalità delle situazioni.

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Certo, le new entry acquatiche sono spassose (a partire dal polipo) e l’edizione italiana finisce involontariamente per fornire un ruolo al doppiaggio davvero strepitoso e involontariamente divertentissimo, ma almeno da parte mia il desiderio di veder perdersi e ritrovarsi un altro pesciolino tra qualche anno con questa formula rimasta sostanzialmente invariata dal 2004 è pari a zero.

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Lo vado a vedere? Sicuramente è un film efficace e divertente, ma soprattutto: cos’altro esce questa settimana? Appunto.
Ci shippo qualcuno? Mhhhh, no.