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demolitionCalano le temperature, la manica lunga la sera tardi diventa desiderabile e farsi una tazza di tè caldo possibile senza rischiare uno shock termico. Finisce la stagione dei blockbuster estivi, cadono le prime foglie e, a dare il segnale cinematografico dell’inizio della stagione autunnale dei premi, arriva il film di Jake Gyllenhaal. Sapete no, quello che vediamo ogni singolo anno puntuale come un orologio. Quel film non molto oltre l’indie che avrebbe come unico scopo quello di ricordare all’Academy che portento di attore Gyllenhaal sia (attore, non star) e che dovrebbe essere completamente al suo servizio. Solo che il caro Jake non si chiama Leonardo e non ha uno Scorsese o chi per esso a tagliargli su misura addosso un ruolo che sia attentamente calibrato ad esaltarne le caratteristiche evitando di farlo sembrare sopra le righe e si ritrova puntualmente a prendersi sulle spalle ogni volta il film e a fare il miracolo, tenendolo in piedi con la sua pura forza di volontà. Quest’anno tocca a Demolition.
Jean-Marc Vallée è il regista canadese che ogni volta devo andare a googlare perché, diciamocelo, è un po’ un mistero irrisolto. Sfido chiunque a mettere in fila film come The Young Victoria, Dallas Buyers Club, Wild e questo Demolition e vederci un’unica mano, eccettuata forse questa predisposizione al biopic che vira sul sentimento intimo e interiore, anche se con che risultati (e registri!) altalenanti. È popolare o autoriale, stralunato a un’Oscar attention whore di prima categoria? La risposta pare cambiare completamente da un film all’altro.

In questo caso siamo in territorio decisamente autoriale e indie per tono e per budget, nonostante un cast davvero di prima categoria, che aiuta a sfangare un risultato che sarebbe potuto essere più misero. Naomi Watts, Chris Cooper e il promettente Judah Lewis ci mettono del loro per dare profondità emotiva e caratteriale a un film che sembra non riuscire a posarsi più di un momento su un pensiero o un sentimento prima di sfarfallare all’altro, dando l’impressione di accennare all’intera vicenda piuttosto che prenderla di petto e, chessò, tirarci fuori una qualche risposta  o affermazione.

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D’altronde sin dall’attacco è chiaro che siamo in territorio artistoide e quindi ogni personaggio si sentirà in diritto di avere reazioni stravaganti e inaspettate a situazioni drammaticamente quotidiane, a partire dal protagonista. Stavolta Jake Gyllenhaal è un marito che assiste impotente dal sedile del passeggero alla morte della moglie in un incidente autostradale. A tramortirlo non è però il dolore ma la mancanza dello stesso, sostituito dalla crescente consapevolezza di non aver mai davvero conosciuto fino in fondo la moglie. Cosa si nascondeva dietro al prototipo di bellezza e bontà con cui si era costruito una vita?
L’ossessione per smontare la propria vita e il proprio matrimonio alla ricerca di una risposta alla madre di tutte le domande (l’amavo davvero?) si traduce in una compulsione fisica che lo porta a sfasciare e smontare ogni cosa attorno a sé, nella speranza di poterla fisicamente esplorare e comprenderla.

Così l’uomo si ritrova a stringere un singolare rapporto con un’impiegata di una ditta di distributori automatici, altro oggetto delle sue bizzarre compulsioni da shock traumatico, e con il di lei figlio, un adolescente in un momento identitario e sentimentale estremamente fluido (e profondo, che non esiste film indie che non abbia per personaggio adolescente una sorta d’ingenuo ma saggio filosofo).

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Dopo aver pagato operai perché gli consentissero di prendere parte a una demolizione ed essersi procurato gli attrezzi del mestiere, Davis rivolgerà le proprie attenzioni al centro nevralgico della sua relazione con la moglie morta, alla ricerca di una risposta concreta sulla scomparsa e sui propri sentimenti.

Qui si finisce ancora una volta per spendere l’epiteto di grande attore, dato che Gyllenhaal non solo dà una performance autoritaria, centrale e capace di tenere in vita il film anche quando (molto spesso) si fa troppo paradossale o decisamente inconsistente, ma lo fa con una naturalezza tale da non risultare nemmeno con troppa invadenza “grande attore che fa ruolo di una persona normale”. Insomma, la solita grande performance di un attore così bravo a fare da spalla o a salvare film destinati al naufragio che finisce per essere dato un po’ per scontato, soprattutto nella stagione dei premi. Certo che in questi anni si è sempre ritrovato a dover salvare i film che avrebbero dovuto aiutarlo, lasciando di memorabile dietro di sé solo la capacità di mancare un ruolo di protagonista che porti alla svolta.

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Lo vado a vedere? Come per ogni film autunnale di Jake Gyllenhaal il motivo principale per cui andare in sala è testare con mano la bravura di Jake più che per la bellezza di un film che sembra molto più a suo agio a vagare nel territorio dello strambo e dell’inconsistente che a darsi un punto fermo, magari proprio nel suo protagonista. L’impressione è che più che bello o brutto sia strano, un ‘esperienza cinematografica a sé, molto all’insegna dei very hipster problems.
Ci shippo qualcuno? No ma per come tratta il ragazzino nonostante le sue galoppanti sindromi ossessive, Gyllenhaal si candida anche a diventare padre dei sogni.

 

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