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benhurposterOra che è cominciata l’estate di San Martino cinematografica italiana vedrete che, tempo un paio di mesi e vedremo tutti i blockbuster estivi statunitensi (salvo il GGG, ad oggi previsto per Capodanno). Certo che, visto il bagno di sangue che è stata quest’estate per il cinema americano, stavolta non c’è nemmeno troppo da sentirsi esclusi o terzo mondisti.
Qualcuno di voi per caso aspettava smaniando il remake di Ben-Hur, l’epico e mastodontico peplum del 1959 con Charlton Heston, un lungometraggio che è letteralmente un kolossal per ambiziosi mezzi produttivi? Probabilmente no.
Persino io, cresciuta nel mito del film grazie ai racconti di adulti che ricordano ancor oggi con emozione quando andarono a vederlo al cinema, mi sono presentata alla proiezione stampa con la stessa disposizione d’animo d’Isacco che sale sull’altare. Invece a fine visione poca noia e quasi mai schifo, solo tanta, tantissima irritazione. Massacrato dalla critica e annichilito da un box office praticamente inesistente, Ben-Hur non è tra i pretendenti della palma di film più brutto dell’estate, ma stravince quando si parla di discontinuità qualitativa: raramente mi è capitato di assistere a picchi alti e subito dopo bassi da Fossa delle Marianne, nel giro di una scena o due.
Il problema principale di Ben-Hur è l’incapacità di sostenere le sue risorse e scelte migliori, spesso appaiate a delle sviste mostruose, uscite così cretine da essere capaci di farci dimenticare in un attimo quanto di buono visto.

E di buono, nel Ben-Hur 2016, c’è molto più di quanto si possa pensare. La storia è sempre quella: il principe dei Giudei viene accusato di un crimine non commesso e spedito su una galera, il destino di madre e sorella ignote. Liberatosi dalla schiavitù grazie a un colpo di fortuna, Giuda Ben-Hur diventa l’auriga della biga di un ricco sceicco africano per poter sfidare il fratellastro Messala, che ritiene responsabile di quanto successo. Segue regolamento di conti nella folle corsa di cavalli, senza regole e senza esclusione di colpi. 

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I cambiamenti alla trama rispetto al film con Heston non sono sostanziali, ma rimangono incisivi. Innanzitutto Messalla diventa il coprotagonista, più che l’antagonista di Ben-Hur, tanto che il film suggerisce come i due intraprendano un percorso speculare di dolore e soprusi e sarà l’impero romano a metterli uno contro l’altro.
Impero romano che ha uno dei ritratti più vividi e cupi del suo colonialismo proprio in questo film: siamo lontanissimi da quei personaggi neroniani da peplum più che cattivi ridicoli e caricaturali. Vivere in una Gerusalemme sotto il controllo romano è pericoloso e ansiogeno, come vivere sotto una dittatura qualsiasi. Trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato significa morte, per crocifissione.
Non a caso due dei momenti migliori del film vedono protagonista la guerra e il suo caos insensato, il fondamento stesso dell’impero, ritratto dal punto di vista degli schiavi della galera o dei semplici centurioni.

Il primo passo falso (e forse più fatale) del film è affidare queste storie a una marmaglia di facce sconosciute ma soprattutto incapaci di farsi notare e ricordare. Jack Huston, tratti modernissimi e occhioni azzurri, vanifica il Gesù di Rodrigo Santoro, uno dei più interessanti degli ultimi anni: credibilmente palestinese e molto umano. Potrebbe essere divino, come anche un semplice profeta laico e radicale inviso al regime; peccato che la nota stonata dell’aspetto di Huston sia sempre lì a distrarci. Con Messalla va meglio, dato che sarebbe un antico romano credibile e nemmeno troppo belloccio: peccato che anche qui di carisma recitativo se ne trovi poco, meno che nei rasta dell’unico attore assoldato per salvare la baracca, Morgan Freeman.

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Le stesse dissonanze emergono quando il film incontra il suo destino e arriva all’inevitabile confronto: la scena con le bighe, qui già riecheggiata in apertura di pellicola. Se la versione 2016 deve necessariamente basarsi su risorse più spartane delle 50mila comparse di allora, ha dalla sua gli effetti speciali e decide di usarli in maniera molto saggia. Stavolta siamo nella pista, tra le bighe, con la sabbia che si alza tra i carri e compromette la visibilità.

Introdotta forse in maniera ancora migliore del passato dalle numerose spiegazioni di Freeman, che rimarrà a bordo pista a mediare la narrazione della lunga gara, la corsa delle bighe è diversa dal passato ma non meno spettacolare. Si chiude poi con una scena quasi disturbante tra Messalla e Ben-Hur, una delle poche capace di impressionare lo spettatore contemporaneo. Questo per darvi un’idea di quanto la pellicola riesca a vanificare i suoi stessi sforzi, con un finale malfermo, affrettato e incongruente che cancella quanto di buono visto fino a pochi ciak prima.

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Lo vado a vedere? No. Un cast al risparmio (non solo di fama ma anche di talento) e un qualità a dir poco altalenante rendono la visione troppo frustrante e tutto sommato trascurabile. Peccato per il buono che c’è, affossato e annichilito da una serie di scelta disastrose che il film finisce per prendere.
Ci shippo qualcuno? No.

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