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theaccountant1Rieccoci a parlare di Ben Affleck, una delle star hollywoodiane dalla carriera di più difficile lettura. Sgravatosi già in giovane età dal fardello della conquista dell’Oscar, Affleck si dedica con letizia a cinemozioni5 di dubbia qualità e altri filoni di cinema dimenticabile, almeno fino a quando decide che il suo pallino è la regia. Uno si aspetterebbe un mesto fiasco tipo il primo film di Ewan McGregor e invece no, pam, tira fuori due pellicole che non solo lo consacrano come regista di talento (e persino protagonista agli Oscar) ma che in qualche modo rilanciano anche la sua carriera davanti alla cinepresa, nonostante la recitazione non sia mai stata il suo punto forte.
Paradossalmente pellicole come Argo e The Town lo hanno reso ancora più desiderabile in veste di attore per registi del calibro di Zack Snyder e David Fincher, oltre che a stabilire uno stile di regia alla Affleck. Quest’ultima affermazione è tanto vera che per taglio e scelte registiche The Accountant sembra proprio un film con Ben Affleck dietro la macchina da presa, nonostante il nostro sia solo davanti alla stessa.

Marybeth Medina (Cynthia Addai-Robinson) è un’agente dell’FBI il cui scomodo passato viene utilizzato dal suo superiore (J.K.Simmons) per assegnarle una missione speciale ai limiti delle possibilità umane: scovare il misterioso contabile (Ben Affleck) che lavora per le maggiori organizzazioni criminali a livello mondiale. La sua abilità di contabile è testimoniata dal fatto che, nonostante i pericolosi clienti che assiste in veste di freelance, è ancora vivo per continuare la sua minuziosa attività. Se a qualcuno mancano dei soldi, interpella il contabile e, non importa quanto la contabilità sia fallosa, mal gestita e disordinata, lui capirà cosa sia finito nelle tasche di chi. Dietro la sua abilità con i numeri e la sua longevità però si nasconde una vita rigidamente regolata, fin dall’adolescenza, per contenere gli effetti negativi del suo dono…

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Nella seconda stagione della vita attoriale di Ben Affleck si trovano chiare prove della minuziosità con cui pianifica le sue scelte, al pari del personaggio che qui va a interpretare. Per il collega Zack Snyder è anche disposto a interpretare Bruce Wayne, nonostante la fissità della sua espressione e il contenuto livello di carisma non lo renda particolarmente memorabile nelle vesti di Batman. Per i progetti che sceglie personalmente e sostiene finanziariamente come produttore invece non sgarra di una virgola, assicurandosi di interpretare ruoli in cui i suoi limiti recitativi rimangano mai eccessivamente sollecitati. In questo senso il personaggio di Christian Wolff è perfetto: essendo un contabile la cui rigorosità sconfina nei territori dell’autismo e avendo come punto debole proprio la difficoltà d’interazione con gli altri, lo sguardo fisso e la mancanza di reazione a livello di mimica di Ben Affleck sono un valore aggiunto per la sua interpretazione, peraltro coadiuvata dalla presenza di Anna Kedrick al suo fianco, ancora una volta condannata al ruolo della giovane apprendista impacciata (l’unico che la grande Hollywood sembra voglia assegnarle da Up in The Air).

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Mentre J.K. Simmons si gode la seconda primavera di ruoli grazie all’effetto dirompente di Whiplash, Ben Affleck esercita più o meno direttamente un controllo tale sul film che sembra quasi averlo diretto. Lo stile di Gavin O’Connor, lanciato dal successo di Warrior, qui si adegua a livello di mimesi a quello che l’interprete protagonista ha dietro la cinepresa.
Uno stile che ben si adatta agli stilemi della storia e dei toni scelti dalla sceneggiatura di The Accountant, nemmeno troppo lontana dai passaggi adrenalinici di The Town o dall’ironia laterale di Argo. Se da un contabile hollywoodiano uno si aspetta doti di calcolo sovraumane e almeno una sindrome di Asperger di default, qui il film riesce senza nemmeno troppo strafare ad aggiungere una componente action che aumenta il ritmo di questo thriller contabile, condendolo di combattimenti corpo a corpo e di un lungo assalto paramilitare nella seconda parte.

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Il risultato, seppur meno smagliante rispetto agli originali, va a consolidare la definizione di film alla Ben Affleck: The Accountant infatti è un thriller con una buona componente action che mette al centro una versione sporca e talvolta brutale del sogno americano, con una struttura molto classica ma comunque ben orchestrata. Forse per fare il balzo di qualità gli mancano personaggi più personali e meno appoggiati sullo stilema di questo genere di pellicole.
Il fatto che comunque riesca a nascondere tra le pieghe della storia un paio di rivelazioni importanti fino alla fine non è scontato e racconta di come, quanto Ben Affleck è al comando o in produzione, raramente consenta al film di deragliare, come invece spesso accade quando si presta come mero interprete in film di produzioni ben più monumentali.

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Lo vado a vedere? Non arriva ad essere degno di nota, ma The Accountant ancora una volta sfrutta un modo di costruire thriller finanziari ormai classico, lavorando bene sulla storia, vivacizzandola con una struttura non banale, scegliendo attori in gamba. Quanto basta per vedere un buon film al cinema.
Ci shippo qualcuno? No.