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laragazzaLa cosa bella di recensire per lunghe annate buona parte delle uscite nelle sale è che quando tutto sembra diventare consuetudine, ti ritrovi a scrivere qualcosa di assolutamente inaspettato. Le Fille Inconnue è l’ultimo film del fratelli belga Dardenne, 2 registi e cineasti che si spartiscono 2 palme d’oro e l’affetto e la stima quasi incondizionata della Croisette.
Io però in Croisette non ci sono (ancora) mai stata in veste ufficiale e, per questioni anagrafiche, non condivido una certa urgenza sociale e socialista che fa amare alla follia il loro cinema e quello dell’ultima Palma d’Oro Ken Loach a un paio di generazioni di critici e cinefili precedenti alla mia. Per questo mai mi sarei aspettata di ritrovarmi a prendere le difese di un film dei Dardenne, per giunta uno che vede come protagonista assoluta Adèle Haenel, contro gli attacchi di chi è stato sempre un grande sostenitore dei Dardenne. Eppure eccoci qui.

Jenny Davin (Adèle Haenel) è una dottoressa che si prepara a ricoprire un incarico che darà la svolta alla sua carriera professionale. Nell’attesa, sostituisce per qualche giorno un anziano medico di famiglia, gestendo il suo ambulatorio mentre lui è in malattia, affiancata da un tirocinante brusco e molto volitivo. Una sera, proprio mentre sta discutendo con il ragazzo, suonano alla porta dell’ambulatorio, chiuso ormai da un’ora. Con un gesto di stizza, Jenny si oppone al tirocinante che vorrebbe rispondere alla richiesta, arrivata fuori tempo massimo.
Il giorno dopo, la polizia informa una costernata Jenny che a suonare è stata una ragazza ancora non identificata, ritrovata morta poco più in là in circostanze che non fanno escludere l’omicidio. Devastata dalla consapevolezza di aver contribuito a causarne la morte, Jenny comincerà una quieta ma ferma indagine personale per scoprire il nome della ragazza sconosciuta, ripensando profondamente la sua stessa vita.

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La pietra dello scandalo di La Fille Inconnue è il suo genere di appartenenza, che è anche il motivo per cui io l’ho apprezzato più della media dei precisi e puntualissimi, ma sempre un po’ PESI, film dei Dardenne. La storia infatti ha più di un eco noir; si potrebbe persino scomodare il termine di thriller, anche se la solita ambientazione estremamente realistica e quotidiana rendono quasi irriconoscibile gli stilemi di questo genere.

A ben pensarci però siamo proprio nel pieno territorio del cinema di genere, ma talmente rigoroso e puntuale nella sua costruzione ed esecuzione da rendere quasi irriconoscibili i suoi topoi: il corpo di una donna senza vita, un’identità femminile da scoprire, una persona normale che si mette in testa di scoprire la verità, un contesto che via via rivela il degrado nella vita della vittima.
Nonostante nel suo svolgimento La Ragazza Senza Nome finisca come sempre nel cinema dei Dardenne per parlare dei problemi e del degrado che striscia nelle vite degli europei di oggi, questa forma inaspettata e meno plateale di cinema sociale ha oltremodo indispettito i critici presenti in Croisette e parte degli stessi hanno massacrato il film nelle prime ore dalla proiezione.

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I Dardenne non sono stati gli unici ad uscire scottati da Cannes 69 (vedasi le lacrime di tensione e rabbia versate da Xavier Dolan alla vittoria del gran premio della giuria con il suo contestato lavoro), ma così come la loro protagonista ne sono rimasti così colpiti e feriti da rivedere profondamente l’intero film. La versione che approda oggi nelle sale è infatti stata riveduta e rimontata, tagliata di 7 minuti. Il che può significare quasi nulla, o davvero molto, perché 7 minuti su 120 non sono poi pochissimi, specie considerando quando sia prodotto di riflessione e cesellatura il cinema dei Dardenne.

Personalmente non trovo che il montaggio abbia influito sul ritmo, pacato ma mai debole del film, così come la costruzione e risoluzione della storia; a uno e uno verranno fuori tutti i personaggi che, come Jenny, hanno indirettamente causato la morte della ragazza. Sono persone molto diverse, unite dal senso di colpa per aver causato il fattaccio.
La Jenny di Adèle Haenel però è il vero motore del film e un personaggio che io ho trovato più vivido e meno semplicistico del precedente Due Giorni e Una Notte con Marion Cotillard. O meglio, denota una dose di coraggio molto maggiore affidare una storia tanto basata sulla compassione e la simpatia umana a una personalità purtroppo poco rappresentata al cinema, quella calma, riflessiva, diretta senza essere estroversa, essenziale e puntuale nelle azioni e nelle parole. Insomma, è più facile arruffianarsi il pubblico affidandosi a una donna fragile nella psiche e nel corpo, fallace, una debole che tenta di rialzare la testa ma fatica enormemente (o a un personaggio e un film alla I, Daniel Blake), piuttosto che a una Jenny, la cui spietata onestà verso gli altri e se stessa evidenzia non solo l’ipocrisia di chi la circonda nella pellicola, ma anche chi la sta guardando in sala.

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Lo vado a vedere? Non è di certo l’uscita più facile di questa settimana e nemmeno il film migliore visto a Cannes (quello scettro però difficilmente qualcuno potrà toglierlo a Neruda di Larrain). La Ragazza Senza Nome però è un film sopra la media che ci mette in guardia su quanto possa costare a livello personale e sociale abbassare la guardia e rifugiarsi nel proprio egoismo. Insomma, una vita intera retta e giusta può essere messa a repentaglio da un unico , fatale minuto di debolezza.
Merita una visione, anche solo per uno straordinario personaggio femminile da indicare ogni qual volta che ci concedono con grande magnanimità una protagonista femminile e pensano che il lavoro sia finito lì.
Ci shippo qualcuno? No, perché la vita privata e sentimentale di Jenny rimane fuori dalla pellicola, altro lusso raramente concesso ai personaggi femminili. Lei ce la può e deve fare con le sue forze e il pubblico la deve seguire, senza scaricare la propria ansia per lei sulla figura maschile di riferimento. Che poi, senza esserci degli indizi veri e propri, come estetica e quotidiano, non sarebbe nemmeno così strano scorgerla a fianco di una donna. O forse sono io che sovrappongo attrice a personaggio.

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