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sausagepartyIn questa settimana piuttosto ricca di cinema d’animazione, ho deciso di cominciare a recensire il film più raro e inconsueto, ovvero quello dedicato a un pubblico chiaramente adulto. Al di là dell’inevitabile diatriba sulla sua volgarità estrema della pellicola (necessaria goliardia o inutile sboccataggine?), Sausage Party ha il merito di portare al cinema un discorso che su piccolo schermo si fa da tempo con South Park e Bojack Horseman.
Sono pochissime infatti le pellicole cinematografiche anglofone che tentano di rompere il granitico connubio tra cinema d’animazione e rating PG13, stortura che finisce per sembrare tale solo a quanti hanno continuato anche in età adulta ad assumere la loro dose di animazione giapponese, dove le proporzioni tra animazione per i più piccoli e quella destinata a un pubblico adulto sono decisamente diverse.
Seth Rogen presta la sua voce a Frank, un würstel di una confezione famiglia che attende insieme al resto delle entusiastiche derrate alimentari di essere scelto dagli dei e di esplorare con loro il Grande Oltre. Gli dei sono gli acquirenti che fanno acquisti nei giorni precedenti alla Festa dell’Indipendenza e Frank, come gli altri, li idolatra come divinità, almeno fino a quando una confezione di mostarda riportata da un acquirente instilla il dubbio che ci sia un’altra verità, ben più cupa, dietro il funzionamento del supermercato dove vivono. Frank, assieme all’amore di sempre Brenda (una panina per hot dog sinuosa) e ad altri compagni di viaggio provenienti dai vari reparti del supermercato, intraprenderà un viaggio alla scoperta della verità sul Grande Oltre.

949846 - SAUSAGE PARTY

Il trio cult della goliardia cinematografica statunitense (Seth Rogen, Jonah Hill e Evan Goldberg) rivolge le sue attenzioni al mondo dell’animazione e lo fa/ può farlo essenzialmente per due motivi:

  1. Il costo di produzione di un dignitoso film animato, a patto di rimanere entro i 90 minuti di durata, si è ridotto enormemente negli ultimi anni, redendo il budget di 19 milioni di dollari di Sausage Party una scommessa sicura per Sony, praticamente certa di rientrare del suo investimento.
  2. La crescita artistica di South Park e la comparsa di eredi /epigoni come Bojack Horseman sul piccolo schermo hanno mostrato un territorio commercialmente redditizio e sostanzialmente ancora inesplorato dalla cinematografia d’animazione occidentale: l’animazione per adulti.

Dato il trio di sceneggiatori e l’orgoglioso Rated R con cui si presenta il film, non vi sorprenderà sapere che Sausage Party è quanto di più scorretto, scurrile e apertamente volgare un trio di ex giovinastri bianchi e statunitensi potessero tirar fuori. Il punto è se il gioco valga la candela e se la lezione di South Park è stata capita e messa in pratica.
La risposta è: sì, nei primi 30 ambiziosissimi minuti. Sausage Party si apre come il più classico dei viaggi tra l’iniziatico e il coming of age dei film d’animazione, con tanto di canzone motivazionale scritta da Alan Menken, eppure ovunque riverbera una nota dissonante che diviene via via più dissacrante. I protagonisti sono ingenui come i piccoli che popolano le fantasie Disney e Ghibli, eppure si muovono in un reparto alimentare in cui il sotto (mica tanto) testo sessuale è fortissimo.

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Quando si fa avanti il Grande Oltre, lo scenario di riferimento diviene ancora più ambizioso, andando a scomodare il religioso e il sociale in una vera e propria allegoria. Siamo a un passo da quell’immaginario filosofico che chi ama lambriccarsi non ha mai smesso di sviscerare fuori da capolavori quali Toy Story e in una delle lande a cui ama spesso fare ritorno proprio South Park.
Nell’ostinata fiducia con cui ognuno sugli scaffali dà il meglio di sé, convinto che basti l’osservanza delle regole e l’impegno per ottenere il tanto agognato paradiso, si fa strada un discorso simile a quello di un’altra mezz’ora davvero folgorante, quella iniziale di The Lego Movie. Se là si tornava nel seminato per amor di franchise e battutine tormentone da vincere facile, qui sembra che a Rogen, Hill e Goldberg la situazione sfugga di mano per l’irresistibile richiamo che la loro goliardia esercita su una situazione tanto dissacrante.

Certo non mancheranno anche nelle scene a seguire momenti assolutamente geniali (il tizio che si fa di sali da bagno e il suo trip nella quarta dimensione o l’improvvisa e inaspettata virata horror sul finale) ma questa pioggia di spunti servirà solo a irrorare il terreno a un’orgia di scorrettezza volta a farsi beffe di tutto e tutti, senza avere nulla di davvero concreto da dire. Sausage Party soccombe alla voglia dei suoi creatori di farsi quattro grasse risate e perde quell’equilibrio delicatissimo indispensabile per elevare la volgarità a strumento per gettare una luce abbagliante sulla verità più amara.

Lo vado a vedere? Sì, la parte finale di Sausage Party è poco più che la fiera della volgarità e quindi è consigliabile a chi abbia apprezzato le produzioni precedenti del trio (This is the End, SuperBad e via dicendo). Tuttavia bisogna riconoscere al film uno spunto incredibilmente e una prima mezz’ora esaltante. Il fatto che poi tutto sfugga di mano e l’animazione finisca per non essere sfruttata davvero come linguaggio unico, dalle possibilità ben distinte dal cinema live action, conferma ancora di più che se quei geniacci dietro a South Park ci hanno messo parecchie stagioni a trovare un equilibrio, figuriamoci quanto ci vorrà per tutti gli altri.
Ci shippo qualcuno? Diciamo che una certa scena a metà film rende canon virtualmente qualsiasi pairing all’interno del film.

Sull’intera questione South Park, per me importantissima, meditavo da tempo di scrivere a riguardo, ma posso prendermela comoda, perché Flavio De Feo ha concentrato praticamente tutto quello che c’è da dire in questo splendido pezzo: se quella nube di perbenismo che ha condannato questa serie a mero trionfo della volgarità ottunde ancora il vostro (pre)giudizio sulla stessa, vi strasconsiglio di leggerlo. Anzi, leggetevelo in ogni caso.