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sur_lunaelaltraSe vi chiedessi qual è stato il romanzo di literary fiction più letto e chiacchierato questo autunno in Italia, probabilmente – per la mia gioia – citereste un titolo scritto da un’autrice, dato che i due libri sensazione del momento sono l’esordio dei record Le Ragazze di Emma Cline e l’enigmatico La Vegetariana di Han Kang (di cui parleremo molto presto).
Tutto sommato però la risposta dei più mi lascerebbe scontenta, perché registrerebbe anche l’assordante silenzio che purtroppo circonda l’uscita di uno dei romanzi più osannati e amati del 2015 nel Regno Unito, il vincitore del Costa Book Award e del Bayley’s Prize, senza contare la prestigiosa nomination al Man Booker Prize, il premio di riferimento per chi non si accontenta del circolo (spesso vizioso) del Pulitzer. Con un tale pedigree perché L’una e l’altra di Ali Smith non ha generato il consueto stracciamento pubblico di vesti? La risposta non ce l’ho, la direi che è arrivato il momento di porre rimedio a questa angosciante mancanza con un post dedicato a uno dei romanzi migliori in uscita quest’anno in Italia.

Basta notare la discrepanza tra il titolo originale del romanzo, How to Be Both e quello italiano, L’una e l’altra, per intuire che l’essenza intrinseca di questa opera di Ali Smith è duplice e duale, e non solo perché il romanzo è formato dall’unione di due storie distinte. Presentate all’ignaro lettore in una versione duplice, dato che l’ordine con cui Eyes e Camera sono stampate nelle singole copie del romanzo è casuale, le due parti che compongono questo dittico lavorano per contrasto e complementarietà, finendo per diventare ora l’una il riflesso dell’altra, ora un doppio, una figura duplice ma riflessa in senso opposto. Niente è come sembra in How To Be Both, nessuna identità e singola e immutabile, proprio a partire dalla duplice esperienza di lettura possibile.

When you’ve nothing, at least you’ve all of it.

La protagonista di Camera è George, una 16enne di Cambridge che si prepara ad affrontare il suo primo anno da orfana, dopo la recente perdita della madre, figlia dei movimenti e del pensiero del ’68. Sarà invece Francesco Del Cossa, peculiare e misterioso pittore italiano del XVI secolo, il protagonista di Eyes, ovvero una splendida ricostruzione della Ferrara degli Este, tra mecenatismo e rivalità artistica.
Il collegamento tra le due parti sta proprio nelle opere di Del Cossa (sfortunatamente senza foto illustrative nel volume italiano, a differenza di quello originale) e in particolare in due affreschi realizzati dal pittore dimenticato a palazzo Schifanoia a Ferrara: mentre in Eyes scopriamo le ambizioni e le delusioni che circondarono la realizzazione dell’opera, in Camera George rievoca il viaggio improvviso organizzato dalla madre, invaghitasi degli affreschi ferraresi dopo averli visti sul catalogo.

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Sembra tutto (ancora) piuttosto lineare, ma in realtà non lo è per niente, non con una scrittrice che a più riprese si configura come la degna erede di una literary fiction inglese che parte dalla capostipite Virginia Woolf e arriva a quel baluardo chiamato Jeanette Wintherson. Come la sua George però Ali Smith è figlia ed erede di questa tradizione, reinterpretata in chiave contemporanea e decisamente meno cupa e pesante del passato.

Se l’accostamento con quei due mostri sacri è quasi un riflesso, visti i numerosi punti di convergenza tematici e identitari (insomma, si naviga tra una sana dose di queerness verso un vero e proprio romanzo LGBT), non appena il lettore riesce ad avere un’idea precisa del significato del romanzo come somma delle sue parti, ecco che ne comprende appieno l’enorme valore letterario e umano, basato com’è sul vissuto della stessa autrice (come spiega in questo meraviglioso articolo del Guardian sul viaggio di Ali Smith a Ferrara). Certo l’impresa sarà molto più agevole per chi avrà la fortuna di iniziare la lettura con Camera, la parte forse meno geniale ma più convenzionale e rassicurante del romanzo. Data la sua natura perennemente duale, sin dall’esperienza di lettura How To Be Both ci mette davanti a un bivio (come ammette la stessa autrice). Il mio consiglio è di cominciare con Camera, soprattutto se soffrite l’eccessiva stranezza di certa fiction di grido.

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La storia di George, inquieta adolescente che sviluppa una serie di strambe ossessioni nel tentativo di afferrare quella parte misteriosa della madre di cui intuisce appieno l’esistenza solo ora che le manca, non mantiene la promessa di tristezza a profusione che il tema principale, il lutto, prospetterebbero: Camera è un coming of age contemporaneo e vibrante, cullato nel rimorso di aver “sprecato” l’ultimo viaggio in Italia con la madre, ma capace di scaldare il cuore quando George scopre che nel “dopo” ci sarà anche la possibilità di tornare a sorridere e di riscoprire la felicità e la sensazione di novità assoluta nella sua vita da giovane donna.

La sperimentazione stilistica e l’estro narrativo relativamente contenuto di questo spezzone di storia consentono al lettore di costruire una solida base narrativa e una certa intimità con l’autrice e i suoi vezzi (l’amore per una lettura della realtà ricercata, per le sue eroine in perenne ricerca identità, l’enorme e rara capacità di vivere e descrivere l’arte come un’esperienza dal forte impatto fisico). Insomma, Camera costituirà una base ideale da cui partire per affrontare Eyes, dove la scrittura di Ali Smith si fa più ambiziosa, così come la sua agenda e il suo stile.

Imagine if you made something and then you always had to be seen through what you’d made, as if the thing you’d made became you.

Se la narrazione si fa più sperimentale e tocca anche punte di realismo magico, la ricerca storica ineccepibile dell’autrice permette di far rivivere non solo la Ferrara di oggi, ma anche quella del XVI secolo come farebbe una penna italiana, senza mai cadere nella trappola della tradizionale xenofilia britannica, che tanto ha logorato vedute toscane e racconti di un’Italia tanto incomprensibilmente decadente quanto esotica, almeno agli occhi del lettore autoctono. Ali Smith invece ha il raro dono di far rivivere i monumenti, le strade, persino i numi tutelari di Ferrara in maniera appagante e puntualissima, anche per un italiano, persino per una ferrarese doc dai gusti ricercati.

Questo non significa che dovete aspettarvi una romanzo storico in cui il punto è conoscere Del Cossa e la sua opera, anzi. Ali Smith sceglie appositamente un pittore di cui in sostanza sappiamo pochissimo, per permettersi il lusso di rielaborare e modificare, per raggiungere il suo vero scopo (e uno dei topoi della sua bibliografia): denunciare quanto l’apporto culturale e artistico femminile venga cancellato o riscritto da un sistema che, nella propria rilettura storica, tende ad annullarlo, quando non lo fa già con pesanti discriminanti all’ingresso del gotha culturale. Ovviamente poi questo discorso non può che diventare anche metafora del lavoro stesso di Ali Smith, che si diverte in più di un’occasione a indossare i proprio personaggi come maschere, e parlare attraverso gli stessi.

Purtroppo L’una e l’altra è il classico romanzo che può essere introdotto e consigliato attraverso una recensione, ma mai davvero capito senza averlo letto, dato che una delle sue componenti che suscitano più meraviglia e proprio l’esperienza di lettura stessa, quella che ti (mi) porta a mesi e mesi dalla lettura a conservare un ricordo vivido non tanto della storia, quanto piuttosto di frammenti di arte, istituzionale o alternativa (la foto di due popstar francesi, una serie di affreschi, un poster nella camera di un’adolescente) che Ali Smith fa vivere anche al lettore più sordo all’arte con grande maestria. Un’esperienza che si può soppesare appieno solo a fine lettura (anzi, forse meriterebbe una seconda lettura) e che a distanza di tempo si arricchisce, non si indebolisce, di significati e collegamenti, persino dell’ambita quinta stelletta su cinque (che inizialmente gli avevo negato).

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Lo leggo? Non è di certo un romanzo semplice o che non si prende dei rischi, ma L’una e l’altra di Ali Smith è praticamente un passaggio obbligatorio per quanti amano la literary fiction contemporanea e si fanno guidare ogni anno dai consigli del Booker Prize. Chiunque ami l’arte o l’esperienza artistica (ma anche chi teme di essere sordo ai suoi richiami), farebbe bene a sfogliarne una copia, con un’avvertenza: a fine lettura la voglia di lasciarsi stregare dagli affreschi ferraresi di Del Cossa sarà altissima. Io ho dovuto riparare in Pinacoteca di Brera, dove hanno già sistemato una targa dedicata proprio sotto due dipinti di Dal Cossa in esposizione.
Ci shippo qualcuno? Ho citato la Winterson, direi che quindi ho fugato ogni dubbio. Amanti dello yuri, c’è pane per i vostri denti.

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L’edizione italiana di SUR, tradotta da Federica Aceto, ho purtroppo avuto occasione di sfogliarla solo velocemente, in libreria. Se la grafica non mi dispiace e tendenzialmente parlando le traduzioni di SUR sono molto buone, non posso che confessare di essere rimasta un pochino delusa dalla mancanza della foto originale di copertina e non per piaggeria. La stessa, che vedete qui sopra, svolge un ruolo molto importante nel romanzo, così come gli affreschi, che nell’edizione inglese erano presentati a colori in seconda e quarta di copertina. Certo viviamo nell’era digitale e tutto è a distanza di qualche click, opere di Dal Cossa incluse, ma interrompere un’esperienza così vivida per googlare questo o quel quadro temo non sia la soluzione migliore.
Per questo ho raccolto i principali quadri / affreschi citati nel libro nella gallery qui sotto, per i lettori futuri del libro. Il resto della lavagna che vi aiuterà a navigare l’orizzonte culturale e pop di George e Francesco lo trovate in questa lavagna Pinintest.

Recensione doppia e duplice su Players Magazine coming soon.