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_gpfreestatesofjones1Caro Gary Ross, io ai tempi di Hunger Games ti ho anche difeso da quelli che ti hanno attaccato e annichilito, quando poi il lavoraccio sporco sulla saga che ha lanciato Jennifer Lawrence te lo sei fatto in buona sostanza tu, anche se poi la gloria l’hanno raccolta altri. Quindi vedi, sono anche ben disposta nei tuoi confronti, però a tutto c’è un limite e questo limite te lo sei scritto e diretto e si intitola Free State of Jones.
Passi la lunghezza eccessiva e la mancanza di empatia di un film che aspira ad essere il nuovo 12 Anni Schiavo ma non ne ha né la forza narrativa né la potenza espressiva, ma nel 2016 di Trump e dei neri uccisi dalla polizia per strada, no dico, ma come hai mai potuto pensare di tirare fuori proprio la storia di Newton Knight, bianco salvatore di neri e donne indifese, tra tutte le vicende realmente accadute prima e dopo la guerra civile statunitense?
1862, Jones County, Mississippi. Newton Knight (Matthew McConaughey) diserta dall’esercito dei confederati per riportare a casa il corpo del nipote caduto sul campo di battaglia. Per sfuggire all’impiccagione, si nasconde insieme a degli schiavi fuggitivi nelle vicine paludi. Pian piano attorno a lui si forma un fronte di ribelli che libererà dall’esercito dei confederati buona parte dello Stato. Finita la guerra, abolita a schiavitù e costruita la nazione Newton dovrà continuare a lottare per la libertà e la sicurezza della moglie Rachel (Gugu Mbatha-Raw) e degli altri amici e compagni afroamericani affrancati solo formalmente dalla schiavitù e perseguitati dal nascente Ku Klux Klan.

Free States of Jones è un goffo tentativo di continuare a raccontare quel sottile giogo che, anche dopo l’abolizione della schiavitù, ha continuato a gravare sui neri d’America, ma risplende più che altro come fulgido esempio di come la strada verso il film più sbagliato e problematico dell’anno sia lastricata di ottime intenzioni. È evidente infatti come Gary Ross voglia denunciare le pratiche odiose che hanno perpetrato la schiavitù dopo la sua abolizione formale: la servitù dell’apprendistato, il diritto di voto negato, le uccisioni del Ku Klux Klan, fino ad arrivare agli anni ’60 e al divieto di matrimoni misti (in una parte affrettata, poco chiara e ancora più goffa del resto).

I suoi meriti finiscono qui, perché risulta davvero inspiegabile come chi voglia percorrere le orme di 12 Anni Schiavo possa davvero pensare che il modo migliore per farlo sia affidarsi a una storia di diritti neri difesi da un maschio alfa bianco, dove gli afroamericani (e le donne) vi compaiono in qualità di meri personaggi secondari, passivi e bisognosi dell’aiuto e della guida morale di Matthew McConaughey.

FREE STATE OF JONES

Per una volta il paragone con un altro filone storico molto florido, quello dei campi di concentramento e dei nazisti cattivissimi, si presta come ottimo esempio: come giustamente David Ehrlich su Indiewire ha fatto notare, Schindler’s List è sì una pietra miliare del genere, però rappresenta solo una piccola parte di un filone che non è composto al 95% da film su tedeschi generosi che aiutano gli ebrei. Il problema della rappresentazione di questo periodo nel cinema statunitense sta a monte, senza poi contare che anche qui parecchie parti sono rimaneggiate in maniera sospetta e un po’ truffaldina: dato che il film supera abbondantemente le 2 ore, si poteva trovare anche il temo di precisare che il rapporto tra il protagonista e la schiava Rachel aveva come punto d’inizio il fatto che lei era stata una proprietà del nonno di Newton.

Il risultato più alto di questo film è porci un dilemma che getta una luca preoccupante sulla Hollywood di oggi: meglio un film mal gestito e mal fatto sulla schiavitù o nessun film sulla schiavitù? Non a caso un film così freddo e poco empatico, diviso tra la voglia di fare una lezione rigorosa di storia e l’ambizione mal espressa di coinvolgere il pubblico in un blockbuster memorabile, risulta potente solo nella sua capacità di raccontare l’intrinseca relazione carnale tra l’americano tipo, le sue armi, la sua terra e il suo concetto abbastanza bizzarro di tassazione e libertà costituzionali.

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Lo vado a vedere? Non lo consiglierei, ma nel caso siate interessati alla questione o vogliate leggere qualcosa di davvero potente sull’essere afroamericano nella prima metà del Novecento (con un fenomeno poco noto in Italia che il film accenna davvero di sfuggita) vi straconsiglio Boy Snow Bird, di recente pubblicato da Einaudi. Non a caso, opera di un’autrice afroamericana. Matthew McConaughey lasciatelo pure nelle paludi dove l’avete trovato.
Ci shippo qualcuno? No, venerdì bravo schiavo. Sigh.

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