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gp_rogueoneÈ davvero un’amara morale quella che porto a casa da Rogue One, lo spin-off / prequel di Star Wars che sembra avere tra le sue missioni anche quella di spuntare tutte le caselle che ho sempre rimproverato alla serie classica di ignorare sistematicamente.
La storia dei ribelli dell’Alleanza, impegnati nel tentativo disperato di sabotare la Morte Nera, è per le prima volta sporca, terrena, concreta, talvolta quasi cattiva, mettendo da parte quel buonismo e soprattutto quella semplificazione morale che metteva i buoni qui e i cattivi lì, su una linea che misurava l’intensità del personaggio (positivo o negativo) usando come scala la Forza.
Libero dagli affanni dei seguiti ma costretto in una finestra temporale stringente e visivamente così datata da risultare quasi ingrata, Rogue One potrebbe essere paradossalmente un gran bel film, ma un capitolo mediocre dell’epopea di George Lucas.

Lo caccio su allo scadere dell’embargo, senza nemmeno rileggere, perciò brace yourself, grammar nazi. 

La prima sfida di Rogue One è ovviamente quella di trovare un nicchia avvincente, che non suoni forzata rispetto a quello che c’è prima e dopo: lo sceneggiatore Chris Weitz tira fuori dal cappello uno sviluppo convincente, che affonda a piene mani nei filoni classici della saga (traumi infantili e figure maschili problematiche a iosa). Nonostante la finestra temporale risicatissima a loro disposizione condanni i personaggi del film – in primis il primo vero personaggio fieramente femminile senza compromessi e con persino la libertà di essere talvolta antipatica, Jyn – ad avere un’aspettativa di vita pari alla durata del lungometraggio, il primo centro messo a segno da Rogue One è quello che azzeccare una protagonista e parecchi comprimari, un cast etnicamente davvero variegato, senza però costringere l’asiatico o il nero di turno a rientrare nel ruolo macchietta del caso.

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C’è spazio per una varietà di ammirate considerazioni su questo o quel comprimario, in un film che finalmente ci mostra un dettaglio e ci lascia intuire o immaginare il resto; opzione un po’ paracula per la prima coppia ufficialmente in odore da legge Cirinnà della saga (qualcosa di simile all’ottima operazione vista né I Magnifici Sette, di cui riprende quasi pedissequamente un paio di scene, che manderanno in sollucchero le fangirl) ma almeno Donnie Yen non è (troppo) alle prese con un imbarazzante stereotipo asiatico e Diego Luna può finalmente portare a estreme e ragionevoli conseguenze morali il ruolo da ribelle, con un’ambiguità mai nemmeno sfiorata da Han Solo.
Personalmente credo che mi spenderò a favore di Orson Krennic, un villain che porta la stessa ambiguità nella barricata dei villain: il suo biancovestito cavaliere è certo crudele e fedele all’Impero, ma è anche vanesio al punto di diventare sciocco, assetato di potere ma incapace di esercitarlo con professionalità. A parlare potrebbe essere la mia gerontofilia in un film straordinariamente  appagante sotto questo punto di vista? Non lo escludo, ma comunque #teamKrennic. Insomma, il ruolo moscio stavolta tocca incredibilmente a Mads Mikkelsen.

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Quindi tutto bene, film dell’anno, baci e abbracci e tutti a casa? Eh no, perché Rogue One paradossalmente rischia di essere un buon film ma un ben misero impiego dell’immaginario di Star Wars.
A voler essere polemici bisognerebbe richiedere un po’ di onestà intellettuale a quanti massacrarono il potente e realistico Godzilla di Edwards, perché è davvero difficile argomentare la bontà di questa operazione senza legittimare quella, che a conti fatti e con i dovuti presupposti, rimane comunque più riuscita.

Appesantito da una prima parte parecchio traballante, in cui alterna passaggi introduttivi a momenti a basso voltaggio (senza mai stupire davvero), Rogue One rimedia ampiamente nel secondo tempo, dando a quanti hanno lamentato scarsità d’azione in Il Risveglio della Forza il film riparatore. L’esteso e articolatissimo scontro tra Impero e Alleanza è girato come nessuno Star Wars mai prima d’ora, ovvero con una notevole dose di carisma, camera in spalla e punto di vista con lo scarpone sul terreno, che segue con i fanti l’avanzata via terra. Nel suo essere belligerante Rogue One è un degno compare delle operazioni militari di Godzilla, anche se il vincolo a un’estetica analogica per costumi non può essere sempre ovviato, per quanto la produzione abbia tentato la strada della fedeltà visiva, dai costumi in su (un mantello Marvel a caso si comporta dei due iconici mantelli della gif qui sopra).

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La cornice a questi eventi però è volutamente realistica, così tanto che, a parte un paio di cammei, ci si chiede cosa sia diventata la Forza, più evocata come una sorta di mantra da un gruppo di fedeli che può solo sperare di intercettarla qua e là. Se Star Wars è stata un’autentica sventura per gli amanti di fantascienza, in quanto è aderito tenacemente (e un po’ ingiustificatamente) al significato di quel termine, se i capitoli precedenti sembravano un film d’azione brillante che si svolgeva su uno sfondo fantascientifico dai spiccati toni fantastici, Rogue One è un grande film tra lo spionaggio e il bellico che si ritrova per caso piazzato nello scenario di Lucas. A mancare completamente è il piatto forte della saga, quel senso di meraviglia, quella capacità di mettere in modo la fantasia dello spettatore. Il che è una mancanza abbastanza grave, non fatale per il risultato finale, ma capace di spaccare l’opinione pubblica e rendere questo film concretamente una parentesi formale minore.

Un altro passo falso sta nell‘approccio alla materia originaria. È diverso dal passato, più maturo e spigoloso (come avevo sempre sognato), tuttavia così ancorato al ragionevolmente realistico dal non diventare mai ribelle fino in fondo, rimanendo nei ranghi di quanto prescritto. Infatti stigmatizza indirettamente certe scelte paracule del passato ma al contempo non offre un’alternativa altrettanto valida, qualcosa che mantenga quella promessa avventurosa, vivace e adrenalinica.

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Lo vado a vedere? Rogue One insomma è un film che si rifà a un’epoca lontana e a un immaginario proprio di altri generi, in primis quello bellico: come film in sé gli alti prevalgono anche sui bassi, talvolta di un soffio. Come film figlio della fantasia di Lucas, invece, sembra un film rinnegato e poco ispirato, incapace di far sognare e appassionare il suo pubblico.
Ci shippo qualcuno? Ohhh beh, ci si potrebbe fare una lista parecchio lunga, però è evidente che i personaggi di Donnie Yen e socio ingolosiranno le fangirl, che poi non hanno nemmeno troppo buchi da trattare per godersi questi nuovo orizzonte di persone che, nei non detto e fuori le quinte, vivono evidentemente torbide relazioni amorose.  #TeamGerontofilia, a rapporto.

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