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cannes_paternSe gli Oscar 2017 vi sembrano un’entità ancora vaga e lontana, allora è il caso che vi aggiorni: ho già qui a fianco a me una lista di recuperi propedeutici impossibile da azzerare e Paterson di Jim Jarmusch, accolto con grande calore dalla stampa statunitense a Cannes, si profila già come il grande deluso della prima tornata di nomination ai premi con cui s’inganna l’attesa per i premi che contano.
E dire che la prova di Adam Driver era sembrata l’antidoto perfetto per mantenere la sua aurea da attore indie di progetti di qualità, messa parzialmente in crisi dall’ingresso in qualità di villain nel mega franchise di Star Wars.
I fan di Jim Jarmusch e della poesia nascosta nelle piccole cose quotidiane però si tranquillizzino: se è discretamente piaciuto pure a me, loro Paterson lo adoreranno.
Paterson, New Jersey, è una cittadina come tante della provincia statunitense, di cui solo gli abitanti e qualche lettore accanito sembrano riuscire a cogliere l’intrinseca poesia, la forza spirituale con cui ha dato i natali a tanti scrittori, poeti, personalità del mondo della musica e dello spettacolo. 
Paterson (Adam Driver) porta il nome della sua città e pare inscindibile dalla stessa e dalla rigida routine che segue ogni giorno. La sua settimana è scandita da un quieto tran tran, fatto di lunghe ore di lavoro come autista della compagnia di autobus locali, di lievi chiacchierate con l’amatissima moglie Laura e di brevi momenti che dedica alla composizione di poesie.

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Dubito sia mai esistita una sinossi che riassuma in maniera tanto perfetta il concetto di slice of life come quella di questo film, in cui seguiamo la routine quotidiana del protagonista per una settimana. Ogni capitolo del film si apre con il risveglio di Paterson, seguendo uno schema che pare ripetitivo ma pian piano costruisce nello spettatore una familiarità necessaria a cercare il piccolo ma efficace climax emotivo del finale.

Non che in Paterson “succeda” mai veramente nulla più di una semplice perturbazione dell’ordine prestabilito. Adam Driver guida il suo autobus (generando in me un’insopprimibile voglia di fare battute su questo ruolo così in sintonia col suo cognome), ascolta le conversazioni strampalate della moglie, porta a spasso il cane e si beve una birretta al pub locale. Il film registra le lievi variazioni quotidiane di un copione che pare ripetersi all’infinito, con l’ambizione tutt’altro che scontata di portare la poesia letteraria della cittadina e del suo abitante su grande schermo. Si tratta di una delle sfide più difficili per un cineasta. Infatti sia per la natura grafica sia per tempo necessario alla comprensione dei suoi contenuti, questa forma d’arte spesso mal si sposa con la dimensione visiva e i criteri di montaggio di un film.paterson adam ponte

Se c’è un cineasta in grado di conciliare aspetti tanto differenti però quello è Jim Jarmusch, che sulla capacità di evidenziare la meraviglia e la poesia del quotidiano ci ha costruito su una carriera. Stavolta poi, pur affidandosi a una linea temporale e a una struttura piuttosto tradizionali, si spinge in territori più sperimentali e vivaci, facendo per esempio apparire i testi delle poesie scribacchiate da Driver sulle immagini incantevoli e romantiche di Paterson, mentre la voce fuori campo dell’attore legge i versi. Il resto del lavoro lo fa Adam Driver, volto e curriculum ideale per incarnare questo uomo fuori dal tempo, solido e saggio, quasi statico nel suo amore per la sua città, la sua poesia, la sua amata Laura e il suo rifiuto luddista a introdurre una telefono cellulare nella sua vita.

Se la missione poetica di certo è riuscita e il personaggio di Driver, pur eccessivamente idealizzato, sa affascinare, a farne le spese è il resto del cast e del film. Di fronte all’attenzione verso il profondo mondo interiore di Paterson sbiadiscono il resto dei personaggi, che sembrano più aggiunte complementari e propedeutiche al sensibile animo del protagonista che vere e proprie persone: i due amanti in crisi, il barista saggio, ma soprattutto la moglie vanesia.
Se la storia d’amore tra Laura e Paterson sa fare leva sulle corde dell’affetto e della vicinanza quotidiana come poche altre, questa palese giustapposizione tra la profondità delle convinzioni e dell’amore di Paterson con la superficialità con cui la moglie cambia gusti, interessi e aspetto alla loro casa alla lunga toglie respiro al film. Anzi, il lungometraggio sembra spesso prendersi un po’ gioco della protagonista, evidenziandone tutti i limiti spirituali e l’incapacità di comprendere la sconfinata, ricchissima vita interiore del marito, sempre pronto a sostenerla e assecondarla nelle sue piccole imprese, mentre lui si dedicata a una grande, seppur ancora sconosciuta, poesia. Mhhh, no grazie.

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Lo vado a vedere? Non so bene come dirlo (o forse non ho voglia di sforzarmi davvero per cavare una versione edulcorata ed educata del concetto) ma l’essenzialità e la spiritualità del cinema di Jarmusch (ma anche di Loach e soci) sollevano tutto il mio scetticismo e talvolta il mio torpore, facendomi calare inesorabilmente le palpebre. I fan del regista e gli estimatori del genere però sono autorizzati ad aspettare con impazienza Paterson: se persino io sono stata in alcuni punti toccata dalla sua poetica semplicità, loro probabilmente lo adoreranno. Certo per gli altri il rischio di schiacciare un pisolino tra un capitolo/giornata e l’altro rimane, perché soprattutto nella prima parte è una visione che richiede impegno e pazienza.
Ci shippo qualcuno? No, siamo troppo impegnati a struggerci per il classico maschio caucasico 30enne dalla genialità incompresa.

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