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Premessa: questo post, più che per voi, e per me. Per sublimare e espiare.
C’è un esercizio che tento di fare regolarmente, ovvero testare i miei limiti mettendoli alla prova. Quello che si è sempre dimostrato molto difficile da superare è costituito dalla consapevolezza che non sono portata a esprimere giudizi di merito in campo musicale al di fuori degli strettissimi recinti in cui mi sento a mio agio: uno di questi è la discografia di George Michael, la cui morte mi fa abbracciare in toto la posizione di Idea Channel a riguardo.

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Certo non mi aspettavo di passare la notte tra Natale e Santo Stefano a tirar fuori CD e DVD in verità mai troppo lontani dal cuore e dagli occhi, perché seppure in netta parabola musicale discendente e in un periodo pieno di chiaroscuri della sua vita personale, il mio nome di riferimento per il pop britannico dagli ’80 in poi aveva appena superato i 50 anni. Nonostante il mio ultimo tentativo di coronare il sogno di vederlo cantare dal vivo sia coinciso con la gravissima polmonite che l’ha quasi ucciso nel 2012 e nonostante il suo rapporto intimo con alcol, droghe e alta velocità al volante, avevo stimato che la sua voglia di cantare mi avrebbe consentito prima o poi di farcela. L’ironia della morte natalizia è quasi irrilevante di fronte a una morte placida e casalinga, che chiude almeno due decenni di dolore acuto e decisamente distruttivo. 

Nella cupa notte natalizia rischiarata dal solito tweet ficcante di PopTopoi, ho avuto un’epifania. Assodato l’impatto musicale che ha sulla sottoscritta, qui urge una sorta di autoanalisi per capire quanta parte della lunga videografia di George Michael sia entrata nel mio immaginario, ancor prima di quello collettivo, quello da cui parto prima di scrivere ogni giudizio che poi approda qui sul blog. Stabilire con chiarezza dove finiscano i miei gusti che vanno a nozze con questa o quella piccola rivoluzione di musica e marketing del cantante di origine greco cipriota e dove cominci un condizionamento estetico e artistico forgiato negli anni di MTV e dell’ultima tecnologia fisica legata al mondo della musica è probabilmente una battaglia persa. Proviamoci.

WAKE ME UP BEFORE YOU GO-GO – 1984

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Posso capire che, facendo io il percorso in senso cronologico opposto, la mia percezione degli Wham! – emblema inarrivabile del perfetto gruppo edonistico pop con canzoni scacciapensieri killer per ritmo e locura – sia notevolmente ridimensionata, ma titolare un pezzo sulla scomparsa di George Michael “il cantante degli Wham!” più che riduttivo è oltraggioso. 

Oltre che ad essere oggetto di battute senza fine per la sua netta preponderanza artistica e visiva all’intero del duo con Andrew Ridgeley, George Michael ha venduto “solo” 25 dei 125 milioni di dischi attribuitigli con l’amico di sempre con cui mise su da diciottenne questa band storica, fabbrica di hit orecchiabili e inni alla virilità giocosa e machista

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Certo è che almeno due dei video e delle canzoni più iconiche di Michael solista risalgono a quest’epoca e pescano proprio da questo repertorio classicamente anni ’80. La maledizione del destino natalizio (Last Christmas) la lascerei ad altri così come l’inflazionatissima ma immortale immagine su schermo nero di George che si aggrappa a una corda bianca, cantando la sua disperazione in Careless Whispers. Altrettanto iconico ma forse meno palese è il contributo all’immaginario dei splendidi anni ’80 che porta Andy Morahan (regista dei due video sopra citati) quando nel 1984 dirige il PV per il singolo più noto di Make It Big

La produzione può sembrare una poracciata, ma ricordiamoci che solo quattro anni prima il video aveva cominciato a uccidere le star della radio. Il mondo dei video musicale procede per tentativi e diversi gradi di sperimentazione, anche se qui di casalingo in realtà c’è poco. Gli split screen e le contrapposizioni sfumate/al rallenti vengono diritti diritti da De Palma, che forse avrebbe approvato persino le notorie mise sfoggiate qui dal duo. Le iconiche t-shirt bianche che strillano Choose Life le disegna una stilista dell’impegno civile Katharine Hamnett, salvo però poi lasciare spazio fine video al go-go buy it! di puro marketing che non piacque al cantante e che segna insanabile convivenza tra slancio artistico e mire di marketing della nascita della dimensione visiva per la musica pop. 

Ormai è superato persino il tempo di sorridere dei pantaloncini bicolore coi guantini giallo flou, del maglioncino rosa e dell’atmosfera da guasconeria adolescenziale: il muoversi spigliato di George Michael conciato a quel mondo tra un piccolo manipolo di adolescenti mentre scherza con l’eterno gregario Andrew è intoccabile espressione del vivere incoscientemente la contraddizione solo apparentemente giocosa degli anni ’80. 

A DIFFERENT CORNER – 1986

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A proposito di maglioncini, le prove generali per i debutto del cantante da solista vennero fatte con questa ballatona romantica, piazzata lì con il minimo apporto melodico possibile, per esaltare le qualità canore che il fascino del cantante dalla folta chioma e dagli intensi occhi ambrati tendevano a oscurare, tanto da far dire a Mick Jagger che era solo un parrucchiere con velleità canore

Il video è pura corrispondenza visiva alla traccia strumentale: l’onnipresente bianco e l’immobilità forzata del cantante sdraiato in un spazio descritto da  puff, finestra e telefono annullano di fatto la possibilità di concentrarsi su altro oltre alla melodiosa voce di George Michael. Ripensandoci in queste ore, sono sempre più sicura che questo sia stato il primo caso documentato del mio personale feticismo per i maglioni, che ancor oggi per la sottoscritta sono indumento basilare non solo del vivere quotidiano, ma anche dell’immaginario erotico, maschile e femminile. 

FAITH – 1987

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Si può fare gli alternativi quanto si vuole, ma arrivati al disco che lanciò la carriera solista di Michael, bisogna dare a Andy Morahan quel che è di Andy Morahan e citare il prevedibilissimo videoclip di Faith, tappa imprescindibile della carriera del cantante e sua personale ossessione, che ritornerà in due momenti diversi della sua carriera.

Eccolo qui il video killer, la cui essenzialità sconfina nell’iconico: George canta la sua hit rockabilly fasciato in un paio di Levi’s che completano il suo look da cowboy, battendo il piede a ritmo di musica su un jukebox Wurlitzer. George ha le capacità vocali per essere altro rispetto a un’icona sessuale, eppure qui è l’equivalente di un levigato corpo femminile già sfilettato per le fantasie erotiche delle fan: all’immagine intera si preferiscono primi piani del fondoschiena sculettante, del mento volitivo, della chioma indomita. 

Con l’icona sexy però nasce anche il tormento del cantautore che la regge, vessato dalle logiche delle case discografiche che hanno confezionato per lui quest’immagine, che non tarderà ad attaccare in un eterno rapporto di amore ed odio con la Sony.

I WANT YOUR SEX! -1987

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Con la fidanzata di allora Kathy Jeung e l’inseparabile regista di sempre, George Michael decide di trasformare in un esplosivo video la sua hit più esplicita, I Want Your Sex! Mentre io respiravo da appena una manciata di giorni, Michael apriva il suo video con il primo piano di un culo perfetto fasciato in un elegante guêpière. 

La canzone, esplicita in ogni senso possibile, musicale e visivo, mancò forse di trasmettere il suo messaggio più importante: l’invito a esplorare la monogamia, come lui stesso scriveva col rossetto sulle cosce e la schiena della modella presa per sostituire la Jeung nelle scene più bollenti. Ai tempi questo trionfo dell’erotismo diretto (che ancor oggi appare tutto tranne che timido) venne censurato ovunque, infiammando l’opinione pubblica inglese e statunitense. Le inquietudini degli anni ’90 cominciano a farsi largo e a mietere le prime vittime dell’AIDS: in quel momento l’unica speranza di scamparla è darsi una calmata solo in numero di partner (non certo in capriole tra peccaminose lenzuola nere), per un messaggio che pare già inviato al suo vero pubblico di riferimento.

La componente sessualmente esplicita e affamata sarà un attributo irrinunciabile per la sua intera vita e carriera, ma in questi primi anni è ovviamente declinata in chiave eterodiretta, approfittando del suo fascino virile, che nemmeno gli scandali successivi appanneranno. Questa però va a braccetto con un gusto impeccabile per le ballate su amori perduti e riprovati: un esempio da manuale è la iperclassica Kissing a Fool, che c’entra la medesima dimensione senza tempo sia sul fronte musicale che su quello visivo. 

FREEDOM ’90 -1990

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Da qui in poi si chiude il George Michael citato nei titoli dei giornali e nei coccodrilli di quanti, quando era ancora in vita, gli hanno sempre fatto capire che era una grande popstar, ma non un grande, non perdonandogli mai gli esordi edonistici e la partenza da fenomeno sexy. Michael si è probabilmente consumato in questa consapevolezza, dato che già nel 1990 provava a togliere il suo corpo dall’equazione, scomparendo dietro a un titolo che era già una preghiera: Listen Without Prejudice.
In quegli anni, per l’industria musicale gli 8 milioni di copie vendute sancirono un fallimento (specie negli Stati Uniti, specie dopo averne venduti 25 con Faith). Il disco, denominato volume due, non vide mai il fratellino minore venire alla luce, eppure è il prime di un dittico che segnano il Michael forse meno immediato, ma più autentico: la voce degli anni ’90, capace di portare la malinconia e il soul dentro un pop di stampo tradizionale, che si muove senza inceppi tra la sensualità e il dolore dell’abbandono, indugiando sempre più spesso in quest’ultimo.

Sarà George stesso a telefonare alle protagoniste di un videoclip che ha segnato un’epoca. Il quintetto protagonista di un’iconica copertina di Vogue (scatto oggi epocale di  Peter Lindbergh, allora persosi tra mille altri negli anni delle super indossatrici)  era formato da Naomi Campbell, Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Christy Turlington e Cindy Crawford. Il cantante chiese loro di apparire nel PV della canzone più dirompente dell’album, in cui il cantante reclama per sé libertà che si è faticosamente guadagnato, in primis di non apparire nel suo stesso video. 

A distruggere la sua immagine costruita dagli esperti di marketing chiama David Fincher, che fa letteralmente esplodere le icone (la giacca, il jukebox, la chitarra) del video di Faith. Il videoclip è popolato dalle top model che si aggirano in un appartamento bohémien, avvolte di luci vellulate e chiaroscuri rarefatti. Le cinque bellissime cantano in lip-synch alcuni passaggi iconici di una canzone che invita l’ascoltatore ad avere fiducia nella musica, così come ce l’ha il grande assente. Michael che sa che non potrà sfuggire a lungo al bel cowboy di Faith, perché when you shake your ass they know as fast some mistakes are built to last. La ribellione durerà fino al 2004, quando rientrerà in Sony dopo una decennale battaglia legale, barattando una relativa libertà artistica con il ritorno in un ologramma alla Star Wars dell’amato/odiato sedere sculettante, in un video di una banalità crudele che non rende giustizia a chi, impegnato in prima persona, fu artefice di questa pietra miliare. Una canzone e un video così in anticipo sui tempi che oggi i suoi due record (essere il primo a mostrare un CD laser disk in un video e a citare MTV in una canzone) sono gli unici attimi anacronistici di un’estetica il cui genio cominciamo a comprendere solo ora.

Del famoso volume 2, ucciso dai conflitti con la discografia e dal “fiasco” di Listen Without Prejudice, negli anni successivi è emerso un brano che fa davvero rimpiangere di non aver visto, immerso com’è in un trascinante funky, anzi, Too Funky.

Siamo sempre nel mondo della moda, ma il regista ora è George stesso e la sfilata di belle e impossibili si trasforma in una défilé rivisto attraverso il filtro della malizia e del queerness. Sfortunatamente la canzone è diventata una sorta di perla rara, almeno per gli ascoltatori sui servizi streaming, dove manca la sua raccolta più celebre, dove è contenuto questo scarto irresistibile.

SOMEBODY TO LOVE – 1992

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Quel che resta dei Queen si esibisce straziato umanamente e artisticamente in un concerto tributo allo scomparso Freddy Mercury, con il gotha musicale pop rock del momento al gran completo. Tutti danno il meglio di sé ma, grottescamente, sottolineano ancora di più quanto sia insostituibile il cantante della band inglese. 

Poi sale sul palco George Michael, la pop star idolo delle teenager, con una giacca rosa salmone e un anello dorato all’orecchio. Segue una performance che incrina quanto detto precedentemente, appassionata, vocalmente strepitosa, perché la vera arma segreta di Michael è di non aver davvero nulla da temere dal vivo, a differenza di tanti colleghi dell’epoca. 

Il successo, in quella serata e nelle vendite del singolo che segue, è semplicemente strepitoso, tanto da riportare di fatto in vita i Queen. Se solo George Michael non avesse una strepitosa carriera solista, basterebbe l’aspettativa a farlo diventare l’erede di Mercury e le voci si rincorreranno per molto tempo a dare seguito a questa esibizione strepitosa. 

Sono però tanti, tantissimi i duetti da incorniciare di un cantante che sa esaltare dal vivo con personalità e maestria quanto magari gli stessi creatori non hanno saputo valorizzare.

Don’t Let the Sun Go Down on Me diventerà una vera hit mondiale da vetta della classifica solo quando Elton John, amico ma più volte critico verso il collega, gliela allungherà come un riciclo di lusso durante il Live Aid e in seguito in questo live nel 1991. Già in Faith George Michael duettò con Aretha Fraklin in I Knew You Were Waiting, collaborazione che gli fruttò uno dei tanti Grammy in carriera.

Che dire poi di un video iconico come As, cover di Stevie Wonder in cui lui e Mary J. Blidge cantano in un club popolato da centinaia di loro doppelgänger? Direi che la perizia realizzativa di questo piccolo gioiello è tale che ce lo riguardiamo subito. 

OLDER – 1996

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Older è il capolavoro di George Michael cantautore e uomo, figlio del distacco più netto con il mondo discografico, con le aspettative, con la felicità: è passato pochissimo tempo da quando ha assistito alla morte di Anselmo Feleppa, amatissimo compagno a cui dedica l’album e uno dei pezzi più strazianti degli anni ’90, il suo vero capolavoro: Jesus to a Child

Per questioni anagrafiche Older è uno dei suoi primi album che ho recuperato, tanto che al momento possiedo solo l’edizione giapponese comprata nel mio primo viaggio in Giappone, dopo aver ascoltato tanto la mia prima copia da distruggerla, letteralmente. 

Quello che ricordo solo vagamente e che mi è stato raccontato è quanto amassi a nove anni un video che è poi la summa stessa dell’estetica degli anni ’90: Fast Love. Ero ipnotizzata dalla scena in cui Michael ballava, occhiali a specchio a coprire uno sguardo distrutto dal dolore, sotto l’acqua, in un ambiente domestico summa di un momento in cui la tecnologia era ancora materica e si fondeva con gli oggetti, più che farli scomparire in una nuvola, come la celebre poltrona con casse stereo incluse.

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Ai tempi non potevo sapere che era solo una tappa del lungo calvario di un disco che è sempre stato la mia scelta privilegiata per quando voglio farmi del male, un EP che aggiungo in automatico ad ogni dispositivo atto a contenere musica, il primo album che ho riascoltato nella notte di Natale, quando ho saputo che George Michael era morto.

Solo nelle tracce di chiusura (Star People, Free) si rischiara un po’ il cielo di un album la cui eleganza è frutto delle zone d’ombra di quel perenne bianco e nero scelto per le foto promozionali. Non manca davvero nulla: la depressione, la solitudine, gli amici che fanno figli mentre tu hai perso tutta la tua vita sentimentale, l’amore che manca terribilmente (e dalla dedica sappiamo che è la morte ad averlo reclamato), l’impossibilità di credere di poterlo ritrovare in un altro uomo, la nostalgia persino delle corna nell’aria e dell’indifferenza con cui vengono quasi rinfacciate. In Fast Love, accenni dance e funky celano appena sotto la superficie il baratro di un uomo che cerca negli occhi di sconosciuti l’amore veloce, perché in quel momento è l’unica cosa che ha in mente. Cercare consolazione in uno sconosciuto sui sedili della sua BMW it’s more than enough.

OUTSIDE – 1998

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Con Older George Michael pensava forse di aver sublimato il suo periodo più nero, quello che gli fa dire, appunto, che si vede e sente più vecchio. Il punto più basso e la sua salvezza però sono ancora di là da venire.

Il cantante sta lavorando al suo greatest hits e si trova a Los Angeles. È in un momento della sua vita in cui ha accettato la sua omosessualità dopo aver passato i suoi vent’anni a fare tira e molla tra donne, tormentato dai dubbi. Ne ha parlato agli amici e alla famiglia, ha persino un amante: insomma tutti sanno e nessuno dice, con quel Feleppa citato come “amico” in un disco che non può che essere il frutto della fine di una storia d’amore intensissima.
George non è sensuale solo nei video o nelle foto promozionali: è un uomo dal robusto appetito sessuale, che non disdegna il brivido dell’avventura, del pericolo corso in un bagno pubblico con uno sconosciuto o con il compagno del momento (dopo Anselmo, ne canterà tanti quanti ne deluderà con continui tradimenti e scappatelle).

Un poliziotto lo arresta mentre consuma una sveltina, si dice per casualità (coincidenza a cui lui non ha mai creduto). È costretto dalla situazione a uno degli outing più drammatici di sempre a livello mediatico: assediato dalla stampa e dai media, che ai tempi non erano certo teneri nei toni, distrutto nel suo simulacro di icona per teenager da un’opinione pubblica che, sembra difficile da credere oggi, ma negli anni ’90 era tutt’altro che positiva nei confronti dell’omosessualità (da leggere questo illuminante pezzo del Guardian), George si chiude in casa, attorniato dall’incubo e dagli elicotteri delle tv di mezzo mondo.

Dopo 24 ore, affronta uno scandalo che avrebbe ucciso se non la vita, la carriera di tanti nella sua stessa situazione e se ne va al ristorante, come lui stesso racconta in questa storica intervista, rilasciata pochi giorni dopo il fattaccio. Con la sua ironia sottile e il suo modo di fare sofisticato affronta di petto la questione e rivendica per sé la sua omosessualità, come farà per tutti gli anni a venire, senza tentennamenti, senza quella sterilizzazione del desiderio sessuale che ha permesso a tanti già venuti allo scoperto di occupare lo spazio pubblico e mediatico senza frizioni con la società eteronormata.

George Michael è stato trascinato alla luce del sole (e dei riflettori) e decide che ci andrà per intero, portandosi dietro la sua omosessualità, completa del suo insaziabile appetito sessuale, di quel continuo desiderio di rapporti gay, occasionali, frenetici, al diavolo quanti ne rimarranno scandalizzati, glielo urla in faccia: there’s nothing here but flash and bones, there’s nothing more. Poi intitola Ladies & Gentlemen la raccolta a cui stava lavorando, in onore dei galeotti bagni pubblici losangelini, scrivendo di getto la versione musicale del suo outing: Outside.

Nell’era di Grindr può sembrare la fiera del luogo comune, ma ai tempi tutta questa parte dell’esperienza omosessuale maschile era tutto tranne che in the sunshine, tanto che George lo sa che la sua preda lo vorrebbe fare, ma non può dire sì, per cui la libera mettendo se stesso al centro di questa ironica rivendicazione pubblica, vestendosi da poliziotto, facendo comparire sfere stroboscopiche negli orinatoi in cui balla al ritmo della sua confessione. La chiusa è straordinaria. Nell’ultima inquadratura, l’elicottero spione con cui si apre il video inquadra una di quelle scritte evangelizzanti, Jesus Save. In sovrimpressione, una scritta sottolinea che lo farà con all of us. All.   

FREEEK! – 2002

George Michael

Dopo un disco memorabile di cover che ha reso Miss Sarajevo e Roxanne spesso proposte da radio notturna nella versione di Michael piuttosto che quella originale (ma la mia preferita di Song From the Last Century rimane la strepitosa Brother Can You Spare a Dime?) George Michael continua ad avere problemi con la droga, la depressione e la giustizia, ma la voglia di tornare è tale che si rimette in carreggiata.

Ed è qui in realtà che una me adolescente lo intercetta consapevolmente per la prima volta con un inedito, dopo un lungo silenzio che glielo ha reso quasi sconosciuto, almeno finché non farà il collegamento con quell’uomo disperato che ballava sotto la doccia in quel famoso video d’infanzia. Non sono stata un’adolescente particolarmente interessata alla musica, ma avevo già allora un gusto sviluppatissimo per la dimensione visiva e una crescente passione per la fantascienza, anche se ancora non l’avevo così etichettata. A casa dell’amica che mi prestava gli Asimov del padre, vidi per la prima volta su MTV il video di Freeek!: sarà la prima di una serie di ossessione da causa persa che definiranno il mio senso estetico, il mio immaginario erotico, le mie ossessioni e cause perse.

Il video costò una follia, qualcosa come due milioni di sterline, diventando uno dei fiaschi musicali più memorabili di sempre, ferendo i miei sentimenti oltre ogni modo mentre lo registravo compulsivamente su ogni videocassetta che mi capitava per le mani. Dieci anni usciva nelle sale John Carter e io riapplicavo il mio protocollo qui rodato per la prima volta: amare intensamente tanto quanto il mondo ignora e disprezza.
D’altronde oltre a una production value strepitosa e a dei costumi firmati Armani che, uniti al fascino ora più adulto di George (#TeamGerontofilia) suscita(va)no ondate ormonali deliranti nella quindicenne di allora, quel video era così spavaldo e sguadrino da conquistarmi sotto ogni livello, figlio ritardatario di quegli anni ’90 di Matrix e del puttan pop che avevo cominciato a interiorizzare all’epoca di Fast Love. Mi gettai alla ricerca di un’Urania di questo tipo, dopo aver avuto la prova provata che il futuro, per quanto cupo e lugubre, non doveva necessariamente essere desessualizzato. Da lì domande senza risposta, o meglio, un solo video e una sola canzone come antidoto, ascoltata ossessivamente, insieme alla b-side, dove torna il lato romantico e la voce del performer eccezionale:

Nella lunga intro ora capisco che quegli anni di silenzio non devono essere stati ricchi di opportunità di esibirsi, anche se i risultati erano questi.

Da lì risalii fino alle hit più lontane del tempo, comprando i cd che sono ancora qui al mio fianco in vari negozi, in varie parti del mondo. Il giorno della laurea di una persona a me vicina, la piantai in asso durante il rinfresco per andare sotto la terrazza di Trl, il piazza Duomo, per una fugace apparizione di George Michael che registrai religiosamente in VHS, insieme a vari speciali che riaffiorarono proprio ai tempi di Freeek! Fu quella fugace visione la volta in cui andai più vicina al vedere dal vivo George Michael, idolo della mia adolescenza per opera di ricostruzione archeologica, essendo arrivata decisamente fuori tempo massimo.

Risalii a ritroso, pian piano, senza nemmeno avere il quadro complessivo della situazione (niente Wikipedia, zero Youtube, solo appunto quegli speciali e ciò che si trovava nei negozi di dischi) a tutti i video e le canzoni contenute in questo post e a molti altri ancora. Probabilmente svariati passaggi di questo ultimo paragrafo per i lettori più giovani sono contro-intuitivi (avranno poi presente il balcone di Trl?) ma testimoniano la potenza di un rapporto con un’artista forgiato da un momento due volte irripetibile.

George Michael

Non tornerà di certo l’adolescenza costellata da pomeriggi infiniti passati a far ripartire il CD dall’inizio, armata di dizionario nel tentativo di comprendere testi inglesi a dirla tutta abbastanza semplici, ma allora per me piuttosto oscuri. Non tornerà nemmeno il rapporto con la musica ancora dotata di una sua fisicità, cercata e comprata in un negozio fisico, capace di occupare spazio fisico oltre che nel cuore.

Non tornerà nemmeno George Michael. Forse non l’avrebbe mai fatto davvero, come sperava, ai livelli del passato, ma mi sento indubbiamente più vecchia di fronte a questo cambiamento. Lui me l’ha sussurrato migliaia di volte, in Older: change is a stranger you have yet to know. Nelle prime 24 ore di mondo senza George Michael, io continuo a sentirmi a stranger in a strange land. 

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