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assassinscreed_locandinaIl media videoludico, più giovane e rampante di tutti, sta chiaramente tentando di espandere i suoi confini oltre il mondo dei videogiocatori, per rendere franchise di successo come Warcraft o Assassin’s Creed redditizi oltre la loro normale sfera di influenza. Il processo è legittimo e lungimirante da parte di un’industria che cresce ad un ritmo forsennato e incassa tanto denaro quante controversie praticamente su ogni suo aspetto (rappresentazione, rapporti con la stampa, evoluzioni hardware e software), forse proprio per la velocità convulsa con cui evolve se stessa.
Se è vero che in termini di linguaggio i confini tra cinema e videogiochi si fanno sempre più indistinto, l’incapacità dei colossi del gaming di sfornare un film convincente denota quale enorme differenza permanga nel fare business dai due lati della palizzata: essere un grande produttore di videogiochi non vuol dire automaticamente saper far funzionare un franchise su grande schermo come uno studio cinematografico. E dire che Assassin’s Creed, per premesse e ambizioni, sembrava davvero il passpartout in grado di scardinare finalmente la barriera tra cinema e gioco. Il massacro operato dalla critica nei confronti di Assassin’s Creed non sembra aver scalfito più di tanto le ambizioni di Ubisoft e dei produttori, che starebbero persino lavorando a un sequel. In effetti più che un film facilmente liquidabile come brutto, questo lungometraggio è innanzitutto un’enigma di difficile lettura, a partire dai suoi obiettivi.
Stando a quanto dichiarato dalla software house il primo e unico scopo del film è far sbarcare Ezio e soci sul grande schermo, tanto che risultati di botteghino e critica non ricoprono grande peso nell’equazione. Tuttavia i personaggi cardine della saga non appaiono che in forma di sbiadito ologramma in questo film, che si inserisce nella continuity dei videogiochi con un personaggio tutto suo, interpretato da Michael Fassbender (che figura anche tra i produttori dell’operazione).

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L’ergastolano e orfano Cal Lynch è l’assassino che fa da tramite al progetto al cinema, oltre che da cavia all’esperimento delle Abstergo Industries, corporazione tecnologica di facciata dei Templari, alla ricerca di un oggetto che garantirà loro la distruzione del libero arbitrio. Tra la libertà di pensiero del genere umano e la dittatura dell’ordine di Malta ci sono solo uno sparuto gruppo di assassini e in particolare Aguilar, l’antenato di Cal e l’ultima identità nota ad aver stretto tra le mani il prezioso oggetto che tutti cercano. L’ambiziosa scienziata Sofia Rikkin (una spenta Marion Cotillard alle prese con un ruolo davvero ingrato) vuole usare questo potere per estinguere la violenza dal mondo, sentimento che scorre a fiumi in Cal, che finisce per accettare la connessione con l’illustre antenato attraverso la solita tecnologia fuffica su cui non ci si sofferma saggiamente mai troppo, l’Animus.

Segue connessione nel passato, con un’ambientazione per nulla scontata nel periodo della peste europea del 1600 e delle lotte tra mori e cristiani, con tanto di roghi di eretici ed eccidi in nome della fede. Nel presente invece le ambizioni del padre di Sofia (Jeremy Irons) e gli attriti tra Cal e la scomoda figura paterna (Brendan Gleeson) accelerano la risoluzione di un film dalla chiusa tragicamente danbrowniana, un crescendo di complotti globali e tentativi di governare il mondo che nemmeno nelle peggior bacheche complottiste anti-Illuminati su Facebook.
Se l’intera operazione salta a causa di un finale davvero ridicolo e insultante l’intelligenza del pubblico in sala e dei fattoni di console tutti, è innegabile che negli spezzoni ambientati nella Spagna del XV secolo Justin Kurzel spinge l’asticella laddove tutti i film tratti dai videogiochi hanno sempre voluto arrivare.

michael fassbender assassin'screed

Il regista di Macbeth si dimostra in più di un’occasione all’altezza della spettacolarità videoludica che ha reso famoso Assassin’s Creed, armonizzando stunt mozzafiato e lunghe ed intricatissime scene di combattimento alla sua estetica così chiaramente codificata nel suo precedente lavoro: palette cromatica caldissima, saturazione di gialli e rossi, polveri e nebulose che si mangiano letteralmente gli sfondi spagnoli, facendo emergere Aguilar da tagli di luce e ombre davvero seducenti. Anche i costumi vincono la difficile prova della plausibilità realistica contro l’estetica videoludica, bilanciando bene i due elementi. Peccato non si possa dire lo stesso per una svogliatissima scenografia che, soprattutto negli interni del presente, si limita a riciclare idee futuristiche standard così banali che sembrano venire dalla testa degli spettatori, con generiche linee essenziali, luci neon azzurrine e bianchi e grigi che dominano ambienti sterilizzati.

A non essere all’altezza delle ambizioni del progetto e dei nomi coinvolti è quindi soprattutto la sceneggiatura, incapace di utilizzare a pieno regime nessuna delle star scomodate per un’operazione che per respiro narrativo si rivela via via insignificante. Non basta nemmeno l’oggettiva maestria con cui Kurzel crea un immaginario passato credibile e accattivante per le missioni della gilda degli assassini a fugare il sospetto che una storia con queste promesse non possa che funzionare se non immersa nell’atmosfera roboante e poco realistica del pop corn movie estivi. Questo senza nemmeno scomodare la confusione delittuosa che circonda le sconclusionate scelte finali di Sofia, al centro di un nodo narrativo essenziale per il proseguo della saga eppure spiegato davvero malissimo. assassincreed_5

Lo vado a vedere? Un sostanziale fallimento quindi, o forse l’incapacità di trovare qualcuno davvero in grado di coniugare le caratteristiche proprie di un videogioco con il grande cinema. Si consolino alla Ubisoft: la ricerca non si è certo conclusa nemmeno sul fronte cinecomics.
Ci shippo qualcuno? No, ma agli interessati vorrei dire che a un certo punto Cal va di sciopero della maglietta e se ne rimane con l’addominale all’aria in protesta contro gli Illuminati e il mondo.

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