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thefounder_locandinaLa critica più comune mossa dai detrattori del film a The Founder è di non essere incisivo nel condannare senza riserve il suo controverso e discutibile protagonista, quel Ray Kroc che trasformò McDonald’s in quell’icona globale di capitalismo e americanità con cui oggi lo identifichiamo. Tuttavia l’impressione più indecisa e poco cristallina la danno le recensioni più tiepide dedicate al film, impregnate dall’assunto morale che il punto di partenza di una qualsiasi discussione su questa catena di fast food non possa che essere un’irrimediabile condanna. D’altronde la grande M gialla nel tempo è diventata anche il più marmoreo simbolo di malignità, malvagità e cattiveria multinazionale esistente, non importa quale sia il campo: nutrizionale, economico, alimentare, ambientalista, occupazione, politico, democratico. Insomma: mangiare o non mangiare un hamburger da McDonald’s, apprezzare e non apprezzare un film su Ray Kroc a prescindere dalla sua qualità cinematografica è un atto politico e morale. La grande vittoria di The Founder è di muoversi libero da questi condizionamenti (il vero testamento spirituale di Kroc), irriverente, molto più di quanti poi finiscono per fargli la morale.
The Founder viene citato molto spesso come film scritto da Robert D. Siegel, uno che è entrato nel cuore dei cinefili con la sceneggiatura di The Wrestler, mentre l’apporto di un regista solido e senza grilli per la testa come John Lee Hancock passa irrimediabilmente in secondo piano. Difficile dire chi contribuisca di più all’ottima riuscita di un film che, tra i suoi tanti pregi, dimostra di aver compreso e interiorizzato alla perfezioni due lezioni fondamentali del cinema hollywoodiano.

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La prima è quella di un piccolo cult come Thank You For Smoking, capace di mostrare al mondo quale sia il modo più efficace per disinnescare la fascinazione che le grandi lobby esercitano attraverso i loro prodotti: tuffandosi dentro le loro logiche, svelandone con irriverenza e umorismo nerissimo il loro potere seducente e il loro qualunquismo da due soldi.

Siegel qui fa la stessa cosa, servendosi dell’espediente più prevedibile del cinema americano; il grande sogno dell’uomo caucasico che ha un’idea in grado di cambiare il mondo e renderlo ricco e famoso. Non a caso il film non si apre con il dito puntato su Kroc, ma anzi ne sottolinea l’atteggiamento incrollabilmente fiducioso e l’energia inarrestabile. I contorni però sono da subito grotteschi: Ray non è un prodigioso 20enne della Silicon Valley o un’artista squattrinato appena uscito dall’Accademia, è un 53enne figlio del cuore un po’ cafone degli Stati Uniti, con un impiego traballante e una moglie che tratta con accondiscendenza, come il più recalcitante dei clienti.

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La seconda lezione che il film ha compreso alla perfezione e sfrutta a proprio vantaggio è quella implicita nel simbolo dei suoi produttori, quella W di Weinstein che negli anni ’90 ha creato un nuovo metodo per produrre film e andare a caccia di Oscar. The Founder è in tutto e per tutto un film tipico dei Weinstein in cerca di for your consideration: una storia fieramente vera e fieramente occidentale, la biografia di un self made man in grado di raggiungere il prestigio e il potere economico tale da renderlo equiparabile a un istituzione, un eroe o un potente, senza lesinare il dramma, l’amore, le lacrime e le avversità. Ciò che rende esplosivo The Founder è il suo aderire entusiasticamente a questa struttura, solitamente utilizzata per descrivere i buoni, per narrare nascita di un self made villain, di un uomo senza scrupoli né remore: malvagio, egoista, arrivista, letteralmente “un genio del male”.

Non c’è nemmeno un momento in cui The Founder giustifichi o idealizzi Ray Kroc, a meno di non confondere la cornice narrativa con la narrazione. Anzi, con un sorriso smagliante e un Michael Keaton ormai in perenne stato di grazia, il film prende a coltellate anche la struttura stessa della ruggente America anni ’50, rileggendo in chiave oscuramente capitalista tutti i suoi simboli: i drive-in, l’ossessione per la velocità, le strette di mano tra uomini di affari, le brave casalinghe con le gonne a ruota che attendono il marito a casa, la coesistenza di chiese e religioni differenti, persino gli spazi aperti della route 66, punteggiata dalle mire economiche della grande M. Il suo unico difetto è forse quello di santificare un po’ troppo le vittime di Kroc, ovvero l’eterna moglie scontenta Laura Dern e i due fratelli McDonald’s, così martirizzati da non avere nemmeno la dignità di persone vere e proprie.

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Lo vado a vedere? The Founder è un biopic rutilante, dannatamente divertente e sottile nell’interiorizzare uno dei modelli più ruffiani e piacioni del fare cinema anni ’90, rivoltandolo e rendendolo qualcosa di eccezionalmente sottile. Il pericolo è quello di venirne a propria volta ingannati. Il punto è tutto in quel titolo di splendida e catastrofica ironia: il film di Lee Hancock e Siegel è la summa di una menzogna raccontata così tante volte da divenire realtà e descrive sì una fondazione, ma non di quella di McDonald’s in senso lato, bensì quella dello spregiudicato capitalismo statunitense come lo conosciamo oggi.
Ci shippo qualcuno? No.

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