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barsk_coverIn un 2016 non particolarmente florido dal punto di vista delle sorprese letterarie in campo fantascientifico, il romanzo SFF più sorprendente tra quelli già recuperati è stato Barsk: The Elephants’ Graveyard, una delle nomination ai Nebula Awards 2015 che giunse più inaspettatamente nella categoria miglior romanzo
(e sarebbe anche ora di aggiornare la pagina wiki italiana con l’edizione 2015, no?) del premio da e per scrittori professionisti di genere.
Fresco, accattivante e con quella punta da Piero e Alberto Angela che davvero non ti aspetteresti di trovare su un pianeta alieno a rischio genocidio, Barsk è un esordio rimasto in gestazione per quasi trent’anni, con una genesi a una serie di fate madrine che riassumono davvero bene il piccolo mondo contemporaneo della fantascienza statunitense.


Questa recensione comincia con un tweet e assolve a una promessa fatta poco meno di un’anno fa, quando ricevetti una risposta in italiano dallo scrittore Lawrence M. Schoen, seguita alla mia delusione per la mancata nomination del mio amato Baru Cormorant ai Nebula.

A parte il brivido suscitato dalla consapevolezza che nemmeno la barriera linguistica può impedire a un autore SFF di risalire ai tuoi commenti random su Twitter, ai tempi ero parecchio sconcertata dalla nomination di un romanzo che non avevo mai sentito nominare, a discapito di titoli ben più chiacchierati. Meno male che Schoen ha interrotto i miei vaneggiamenti invitandomi a provare il suo libro, perché ancor prima di arrivare alla trama quella della stesura di Barsk è una storia fantastica e piena di colpi di scena.
Come suggerisce il suo nick su Twitter, Schoen di lavoro fa il klingonista, ovvero l’esperto della lingua inventata quasi più accurata di quelle vere che parla la razza malvagia più celebre di Star Trek. Giusto per ribadire di nuovo dopo Miéville e Chiang che oltre agli scienziati, anche i linguisti vanno fortissimo nel comparto fantascientifico.

Basta spulciare i ringraziamenti di Barsk poi per capire quanto sia piccolo il mondo della fantascienza statunitense: pubblicato da un gigante del settore come TOR, Schoen è stato assistito nella stesura e nell’editing dai consigli di Nancy Kress e da uno degli editor più noti del comparto, Marco Palmieri (su cui continuo a ripromettermi di cercare più informazioni, perché suona lontano un miglio come una storia davvero gustosa).
La genesi di questa storia però risale al 1987, quando a Shoen venne chiesto di scrivere un contributo per un magazine universitario che collezionava storie con protagonisti animali antropomorfi.

Il bizzarro twist da cui parte Barsk è proprio questo: i protagonisti Jorl e Pizco sono due esseri a metà tra umani ed elefanti. Hanno orecchie enormi, una pelle coriacea e utilizzano la proboscide per maneggiare gli oggetti, ma sono in grado di parlare e camminano in posizione eretta. Sembra quasi la premessa di una fiaba, ma la faccenda è maledettamente seria, perché proprio i fant sono a rischio genocidio. Le altre razze diffuse nella galassia infatti sono tutte dotate di pelliccia o pelo e perciò li discriminano in quanto esseri deformi e disgustosi, tanto che tempo addietro sono stati confinati su Barsk, un pianeta dal clima così umido e uggioso da essere quasi invivibile.

A salvare i fant dall’annientamento sono stati la loro matriarca Margda, che contrattò secoli addietro i termini di un’alleanza che tutela i diritti e doveri nei rapporti tra specie diverse, e il koph, una potente droga che solo i pachidermi antropomorfi sanno sintetizzare. Oltre ad essere uno svago ricreativo costosissimo al di fuori di Barsk, il koph permette anche a soggetti predisposti di radunare le rimanenze molecolari (i nefshons) dei morti e poterli convocare in una veste intelligente e interattiva, per ricorrere alla loro saggezza e al loro consiglio, seppur con divieti e costrizioni dettati proprio da Margda, la prima a codificare questa tecnica.

There’s really only one choice you ever have to make in any act of creation. Will you be the instrument or the artist? If you’re only now coming to realize that you’ve been a tool all your life, there’s no one to blame for it but yourself.

I protagonisti del romanzo sono Jorl – uno degli individui addestrati all’uso dei koph – e Pizlo, il di lui giovane nipote, reietto dalla società perché albino e propenso a uno stile di vita piuttosto selvaggio. Mentre le razze più aggressive e avide come gli orsi e le scimmie organizzano un complotto ai danni dei fant per ottenere la formula della droga, compare sulla scena persino una lontra edonista e ninfomane, tenuta prigioniera per le sue abilità connesse all’utilizzo del koph. La lontra edonista e ninfomane ovviamente da sola vale la lettura del romanzo, in realtà piuttosto agile anche se letto in lingua originale. Per darvi un’idea: la parte relativa ai nomi delle razze, dei luoghi e delle droghe l’ho intuita strada facendo, tanto che mi sono accorta solo alla fine e senza alcun rimpianto della presenza di un glossario.

Purtroppo è davvero difficile restituire le sensazioni di una lettura dalla struttura tutto sommato canonica, ma resa fresca e brillante proprio da quel tocco a metà tra la social justice e Super Quark. La discriminazione che i fant subiscono per via del loro aspetto glabro e del loro forte odore corporeo si presta molto bene a un’allegoria sulle questioni razziali imperati negli Stati Uniti, ma la questione è trattata in maniera ben più complessa: all’interno della loro stessa società i fant perpetuano pratiche crudeli e discriminatorie e curano particolarmente il loro comportamento in pubblico per timore del giudizio altrui e delle malelingue.
Oltre a questo fattore già interessante, a rendere il tutto molto intrigante concorre il fatto che il comportamento delle singole specie è influenzato dall’ascendente ancestrale dell’animale di riferimento. Non è un caso che Margda fosse una capopopolo in una società fortemente matriarcale, così come avviene davvero nelle comunità di elefanti, mentre Jorl e Pizlo vivono una vita solitaria e defilata, spesso in conflitto con gli altri maschi adulti. Questo si riflette anche sulla divisione classista della società e sugli stereotipi di cui tutti sono vittima: i cani per esempio sono disprezzati in quanto servili e poco ambiziosi.

Sicuramente quindi la freschezza di questa cornice inconsueta è un punto di forza dell’esordio di Schoen (anche se qualcuno potrebbe giustamente obbiettare che agli elefanti spaziali aveva già pensato Larry Niven), così come alcuni personaggi accattivanti e per nulla banali: su tutti Margda e la lontra edonista. Sebbene descriva parecchi passaggi drammatici e violenti (su tutti il primo concreto atto di genocidio ai danni dei fant, un passo davvero straniante per come suona umano), Barsk vanta anche una sorta di approccio gentile, similare a quello che ha reso tanto apprezzato The Goblin Emperor, perciò sono convinta che possa essere una lettura niente male anche per un pubblico giovane. Funziona anche piuttosto bene come stand-alone (altra caratteristica davvero sorprendente) ma pare che anche qui, purtroppo, un sequel ci toccherà, forse già suggerito e sperato da un finale tutt’altro che definitivo.

Oltre che ad avere qualche pecca comprensibile e prevedibile per un romanzo d’esordio e una scrittura piuttosto lineare, il vero limite di Barsk è che curiosamente segue la medesima struttura di parecchi romanzi usciti nel 2016, fino a diventare involontariamente prevedibile. Le premesse della trama suggerirebbero un bizzarro fantasy, mentre in realtà l’evoluzione della storia ricalca pari pari quella di The Fifth Season. La risoluzione che dona senso e fantascientificità a questa cosmogonia animale di fondo è quasi lapalissiana per chi abbia letto entrambi i romanzi. Si rafforza in me l’impressione che ultimamente in molti autori dalle aspirazione sci-fi mascherino le loro opere da fantasy più o meno bizzarri, ricorrendo a un escamotage ormai abusatissimo, perché più conveniente a livello editoriale e commerciale. Niente di male eh, ma la cosa comincia a diventare davvero banale se si ricorre sempre allo stesso ribaltone finale.

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Lo leggerò? Partendo dall’improbabilità di un’uscita italiana di Barsk, diciamo che non mi affretterei a correre a recuperarlo in lingua originale, dato che non diventa mai più di un buon romanzo e una lettura gradevole e scorrevole, ma forse deficitaria sul lato letterario. Se però, come la sottoscritta, siete un po’ annoiati dalla ripetitività del comparto SFF nell’ultimo anno solare, allora questo titolo potrebbe avere la freschezza che stavate cercando.
Ci shippo qualcuno? Sì. Anche se sono elefanti, sì. Dai, il rapporto tra Jorl e il padre di Pizlo, complice il fatto che di fondo uno può evocare l’altro, morto suicida, presta bene il fianco a noi lettrici malintenzionate.

cup2016

Questo post è il mio contributo letterario al premio My Cup of Tea 2016. Questo premio è nato tre anni fa sul blog di Yue, con lo scopo di celebrare non l’opera più bella dell’anno di riferimento (troppo facile) ma piuttosto, quella che più ha sorpreso, contro ogni aspettativa e pregiudizio.

Era da parecchio che volevo contribuire e ho pensato fosse un ottimo sprone per recuperare recensioni di titoli di varia natura, tutti molto sorprendenti, rimasti troppo a lungo in sospeso, perciò…stay tuned! 

Disclaimer: l’editore mi ha fornito una copia gratuita del romanzo in cambio della mia onesta recensione, quella che avete appena letto.

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