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Se la scelta di questa particolare categoria come primo di una ancora in fase di definizione (siate possibilisti e speranzosi) serie di speciali dedicati agli Oscar 2017 vi sorprende, significa che non eravate da queste parti negli anni passati (e vi consiglio di fare un giro nel grande archivio magico degli Oscar passati). I curiosi vogliono sapere chi vincerà miglior film, gli appassionati magari faranno le cinque di mattina per seguire la diretta, i maniaci si stamperanno le checklist e tenteranno di recuperare tutto il rilevante tra i nominati, ma i veri ossessionati (presente!) sanno che la categoria per eccellenza è Miglior Film In Lingua Straniera. oscar2017_1
Il perché è presto detto: è l’unica a rappresentare davvero tutta l’annata cinematografica mondiale, è la più difficile da indovinare e ha ben tre stadi (longlist, shortlist e serata finale) su cui spendere le ore a congetturare, tra pippe mentali, delicati calcoli geopolitici e teorie complottare. Seguono recensioni, consigli di visione, indignazione, analisi e ovviamente qualche previsione!

Per chi ha ancora una vita e ne spreca solo una minima parte leggendo questo blog, funziona così: ogni nazione ha diritto a mandare un solo candidato in questa categoria. Per essere ammissibile, il film deve essere una parlato in una lingua che non sia inglese (vanno bene anche dialetti e lingue locali e infatti il Regno Unito e l’Australia non hanno ancora sterminato le loro minoranze riottose giusto per questo) e deve essere uscito in sala tra il 5 ottobre 2015 e il 30 settembre 2016 (fa fede la prima presentazione assoluta al pubblico, quindi niente home video e niente materiale non inedito).

Quest’anno sono stati inviati il numero record di 89 film, di cui solo 85 sono stati accettati dalla giuria. Sono stati bocciati per irregolarità varie Afghanistan, Armenia, l’Austria con il gran bel Stefan Zweig è stata rifiutata e poi riammessa, il Brasile ha fatto un casino micidiale di cui poi parleremo, il Camerun è stato rifiutato una volta, la Tunisia due.

fuocoammare locandinaL’Italia ha inviato Fuocoammare, con tanto di Orso D’Oro e endorsement di Meryl Streep. Storia lunga breve: l’Italia ha il record di vittorie di categoria e quindi sono pronta a tifare la peggio merda pur di mantenerlo…e Fuocoammare secondo molti ci va parecchio vicino, tanto che è stato escluso (anche se ha la nomination per la categoria Miglior Documentario, dove però non dovrebbe avere speranze di vittoria). Anche la Francia, che ha all’attivo almeno un paio di Oscar stranieri sfumati per eccesso di stupidità è fuori, quindi stiamo tranquilli: sono loro il nostro nemico, dato che ci tallonano da vicinissimo. Come abbiano fatto a bucare la nomination con Elle pur avendo la protagonista Isabelle Huppert nominata per lo stesso film come miglior attrice è una missione assolutamente incredibile in cui solo la Francia poteva farcela. Mi ricordare la questione di Il Blu è un Colore Caldo no? Sorrentino ancora ringrazia (e sì, ho uno speciale sugli Oscar per qualsiasi evenienza).

I GRANDI ESCLUSI

Anche contando le mosse suicide di parecchi paesi nella scelta del loro candidato, la commissione di qualità che ripesca qualche film di valore ogni anno e i tremendi gusti dei vecchietti dell’Academy che influiscono sulla cinquina finale (come sempre favoriti film reazionari, volemose bene, con i nazisti cattivi, gli ebrei buoni e i bambini: se li hai tutti, la nomination è assicurata), partendo con 89 nomination e una decina di posti disponibili della longlist è matematico che ci sarà qualche esclusione di peso. Il che non vuol dire che adesso non scatterà l’indignazione in 3, 2, 1…

neruda_posterche problema ha l’Academy con il Sud America esattamente? È uno dei continenti che sta dimostrando più vivacità e entusiasmo nell’offerta cinematografica autoriale ma, pur avendo presentato una serie di film che hanno vinto premi importanti e raccolto critiche entusiaste, il continente non è riuscito ad aggiudicarsi nemmeno una nomination in longlist, nemmeno considerando che c’è sempre un certo ragionamento geopolitico nella rosa di contendenti, dato che almeno un paio di slot sono assegnati arbitrariamente per evitare che diventi una categoria prettamente europea.
L’esclusione più drammatica ma tutto sommato immaginabile è quella di Neruda di Pablo Larraín (che a mio parere è il film del 2016, fate voi), uno che dopo No – I Giorni dell’Arcobaleno ha sfoderato un film migliore dell’altro ma niente, l’Academy vuole essere rassicurata. I preti pedofili di El Club posso capire che non avessero una chance (anche se la commissione di qualità…) ma Neruda? Davvero? Commissione di qualità, ma che fai?

cannes_aquariusTra gli esclusi che citerei sicuramente come più sorprendenti ci sono anche El Ciudadano Illustre dall’Argentina e Desde Alla dal Venezuela (due risposte per quanti sostengono che Venezia agli Oscar conti davvero…e una è un leone d’Oro, ricordiamolo) ma anche Little Secret dal Brasile. Qui il caso è però delicato e i brasiliani si sono mangiati non dico un Oscar, ma almeno una nomination: Aquarius poteva farcela (storie di persone anziane che combattono contro quanti vogliono portar via loro la dignità della vecchiaia: checked), ma dopo le proteste di Sonia Braga e cast a Cannes contro l’establishment brasiliano, il governo per ripicca ha fatto pressioni sulla commissione nazionale che ha presentato e poi rigettato una serie di candidature e all’Academy la cosa non è piaciuta per nulla, tanto che gliene ha cassate ben tre prima di accettarne una, con tanto di reprimenda pubblica.

cannes_elleAltra esclusione tutta da analizzare è il buco nell’acqua straordinario di Elle di Paul Verhoeven, nonostante la trama molto dura e la non convenzionalità della protagonista non siano esattamente nelle corde di quanti operano in questa selezione. Non è da escludere che i francesi stiano ancora pagando lo snobbismo degli anni passati o forse il fatto che è un film “francese” con tanto di virgolettato, data la presenza di Verhoeven.
La Finlandia invece con Olli Maki probabilmente subisce l’eccessiva concorrenza dei paesi europei nordici (la Svervegia insomma) che quest’anno sono andati ancora più forte del solito (cioè più forte di fortissimo).
Tra i film che sono stati candidati dai rispettivi Paesi di provenienza vi consiglio vivamente As I Close My Eyes della Tunisia, un coming of age musicale molto intenso, sull’onda di film arabeggianti come Mustang e Much Loved, così come Sieranevada dalla Romania (che aveva l’imbarazzo della scelta tra i candidati di quest’anno passati a Cannes), il film su Stefan Zweig visto a Locarno che vi ho già linkato sopra e Ma’Rosa dalle Filippine, che invece non ho visto ma di cui ho sentito parlare molto bene.

LONGLIST

Ecco i film che non ce l’hanno fatta ad entrare in shortlist, ma hanno potuto sognare per qualche mese.

thekingschoiceLa Norvegia infatti ce l’ha fatta con il suo drammone bellico A King’s Choice, di cui vorrei tantissimo farvi una recensione perché ce l’ho per le mani ormai da tempo (coff coff) ma come ogni anno mi toccherà vedere qualche film in lingue sconosciute pur di farmi un’idea…e non so il francese e ho più pressa di vedere Una Vita da Zucchina. Certo, se qualcuno agevolasse un sottotitolo del cavolo in una lingua umana, mi eviterebbe di vedere di nuovo un intero film in norvegese senza capirci una parola. È già successo perché appunto, i norvegesi sono forti.
La pesante mancanza di Una Vita da Zucchina invece è solo colpa mia, lo ammetto. Però chi se lo aspettava che la Svizzera riuscisse a piazzare un film molto breve (o un corto molto lungo) in versione animata non solo nella categoria di pertinenza, ma pure qui!?!? Così a naso, è assolutamente adorabile. Certo, se l’avessero prodotto nella Svizzera Italiana, avrei già risolto tutti i miei problemi.

gp_-onlytheend4La Russia era già un WTF!? grosso così in longlist, quindi ci sta anche che sia stata esclusa. No, Paradise non l’ho visto, ma puzza di film peso da qui, non si trova in giro (e questo è di per sé un reato capitale per chi vuole migliorare le sue statistiche di visione dei nominati) e soprattutto non si è ben capito quale buzz abbia attirato l’attenzione dell’Academy. Se uscisse un nuovo tentativo di influenzare un voto statunitense da parte di Putin a riguardo, non sarei nemmeno sorpresa perché avrebbe più senso di questa nomination uscita un po’ dal nulla.
Di It’s Only the End of the World invece sapete già tutto e il contrario di tutto. Non avrebbe sfigurato in finale, certo, ma ci sono indubbiamente film meglio riusciti nella cinquina che l’ha spuntata ma soprattutto tra quanti non sono nemmeno in longlist. Xavier Dolan poi vada tranquillo, che è destinato a vincere qualche statuetta in categorie ben più prestigiose, con buona pace del Canada (che sta dicendo addio pure a Denis Villeneuve).

SHORTLIST

tanna_posterQuest’anno finalmente con mia grande gioia, posso fare delle considerazioni davvero ragionate, perché la cinquina finale l’ho vista tutta.
L’Australia riporta in voga un a sorta di fastidiosamente condiscendente esotismo cinematografico agguantando la nomination con Tanna, una sorta di Romeo e Giulietta interamente (e meravigliosamente) girato tra le tribù aborigene sulle pendici dell’omonimo vulcano/ territorio.
Ai miei occhi di attenta osservatrice più che decennale della categoria, appare palese che questa nomination sia calcolata e ragionata, pronta con i suoi aborigeni e i suoi paesaggi esotici a riequilibrare il fortissimo sbilanciamento di quest’anno in zona europea. Per quanto il film vanti delle scene naturali suggestive e una fotografia ricca ed elegante (in particolare nelle impressionanti sequenze sul vulcano), è chiaramente il prodotto cinematografico di qualità minore non solo della cinquina, ma probabilmente dell’intera longlist. C’è da dire che in passato, per le medesime motivazioni, sono passate merde micidiali, quindi tutto sommato Tanna è comunque un film che si merita l’attenzione che raccoglie con questa nomination, mettendo in scena una storia semplice e canonica, che brilla grazie alla spontaneità dei suoi interpreti e all’emozione che sa trasmettere.

tanna

landofmineLa Danimarca è un caso curiosissimo in questa categoria: vanta tre vittorie e dodici nomination raggiunte, il che la pone tra le migliori nazioni. Il punto è che ha raccolto molti di questi risultati nell’ultimo decennio, diventando una super potenza di categoria. Dal 2010 ha mancato la nomination finale solo 2 volte, ha vinto una statuetta e piazzato una pellicola che se la sarebbe meritata (The Hunt). Eppure, con quest’ultima eccezione, mi sapreste citare un film danese degli ultimi dieci anni? Appunto.
Quest’anno per agguantare la nomination sono andati sul stra-sicuro puntando sull’ultimo trend della seconda guerra mondiale: ex nazisti cattivissimi (checked) in realtà vittime loro stessi della guerra e del regime dittatoriale. In questo caso i protagonisti sono dei ragazzini poco più che bambini (check) tedeschi che vengono mandati a migliaia in Danimarca, come prigionieri, per aiutare a sminare le coste del Paese, riempite dai nazisti da oltre due milioni di ordigni. Il film segue la storia di un gruppo di ragazzini affidati a un burbero ma leale soldato sull’orlo della vecchiaia (check): tra i prigionieri e il loro aguzzino si svilupperà in realtà una sorta di affetto filiare: tombola! E infatti ecco la nomination. Land of Mine è il classico lungometraggio che risulta interessante più come storia vera che racconta che come film in sé, ma incontra comunque l’altissimo minimo standard danese, con attori eccellenti e una gran bella fotografia.

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toniÈ stata definita la miglior commedia tedesca di sempre e, riflettendo sul senso dell’umorismo e sulla positività dei tedeschi in genere, capirete quanto possa essere straniante questo Toni Erdmann. Se facessimo un ragionamento puramente cinematografico, questo film non avrebbe rivali: è stato acclamato dalla critica e ha mostrato qualcosa di davvero inaspettato e spiazzante a Cannes e al mondo dei cinefili, che hanno ricambiato inserendolo in tantissime classifiche di fine anno.
Anche ragionando in termini più generali Maren Ade meriterebbe la vittoria: pochissime registe hanno vinto in generale agli Oscar e praticamente nessuna con la forza del suo film è riuscita a far uscire dal pensionamento Jack Nicholson, che già a Cannes si comprò in gran segreto i diritti per fare il remake americano di questa intensa storia di riavvicinamento tra un padre piuttosto bizzarro e una figlia algida, dimentica del genitore e completamente concentrata sul proprio disumano lavoro. Remake che si dovrà confrontare con una scena di sesso parecchio surreale e sensoriale e nudità varie ed eventuali. Auguri.
A legare padre e figlia non saranno l’affetto, le litigate mucciniane, i piani o quanto noi non tedeschi ci aspetteremmo, bensì il peculiarissimo senso dell’umorismo e porta la donna a tenere il gioco del padre, che si caccia in una serie di situazioni tra l’imbarazzante, il grottesco e il surreale pur di avere la sua attenzione.
Anche la Germania, una delle cinematografie più spettacoli del vecchio continente negli ultimi anni, si meriterebbe un premio che è mancato troppo a lungo e spesso troppo ingiustamente. Diciamoci la verità: questo film qui avfrebbe avuto molto da dire anche nelle categorie principali. [RECE]
toni

ove_posterLa Svezia tra Oscar ed Eurovision si candida a diventare una superpotenza mondiale (sul resto ci stanno ancora lavorando). Stavolta ha indovinato a sorpresa con un film non così scontato nel suo riuscire ad arruffianarsi l’Academy, soprattutto per come sintetizza due opposti inconciliabili: quella filosofia di vita tipicamente nordeuropea che talvolta risulta fredda e respingente con una storia d’amore e di legami umani declinata al quotidiano e comica, capace davvero di scaldare il cuore di grande malinconia e affetto. Il burbero Ove, maniaco delle regole di condominio e della sua Saab si ritroverà a fare i conti con una moderna e spigliata vicina persiana, mentre i suoi tentativi di togliersi la vita e raggiungere l’amatissima moglie continuano ad andare a vuoto. La storia di Ove è una sorta di Amour girato da qualcuno che ha ancora dei sentimenti umani e un briciolo di positività verso il futuro. Oltre a una nomination tutto sommato inspiegabile per miglior make up, A Man Called Ove ha dalla sua la capacità di essere una commedia brillante che sfocia nel dramamedy quando affronta uno degli aspetti più dolorosi della vita nella terza età (il vecchio protagonista è sempre un punto di forza per l’Academy): il lutto per la morte della propria amata.

amancalledove

cannes_thesalesmanLa lobby del cinema iraniano è tornata, ma in realtà non se ne è mai andata. Nonostante da molti Il Cliente sia accreditato come un film minore di Asghar Farhadi, il premio Oscar e gran visir della lobby italiana è riuscito a difendere il suo posto nella cinquina finale facendo lo scherzetto a un regista quotato come Dolan e rischiando di fare lo scherzone domenica notte. Asghar Farhadi si merita di fare bis in questa categoria? Se chiedete a me la risposta, è da tempo assolutamente no, specie considerando chi andrebbe a derubare di un Oscar per portarne a casa un secondo.
Anzi, è proprio il paragone con il film vincitore Una Separazione ad evidenziare tutti i limiti di The Salesman, che vive sì di un bel parallelo tra teatro e realtà e ha un misterioso criminale da punire che lo rendono quasi un thriller avvincente, ma non aggiunge davvero nulla ai temi di un tempo, Insomma, è l’ennesima riproposizione riflessiva sui problemi dell’Iran odierno e sui rapporti tra uomo e donna all’interno della coppia, con risultati comunque ragguardevoli ma decisamente inferiori al passato.
[RECE]

Considerazioni e pronostici

Posto che io avrei sicuramente votato Neruda e non avrei lasciato fuor di cinquina Elle, se fossi uno dei 700 nuovi membri dell’Academy (nuovi ingressi anche internazionali che promettono di rendere meno prevedibile l’esito degli Oscar) premierei il film più fresco e cinematograficamente rivoluzionario, Toni Erdmann.
Qualche settimana fa sembrava il grande favorito, seguito a distanza da sempreverde Asgar Farhadi, che però da una settimana a questa parte è accreditato sempre di più come vincitore, per mia grande disperazione. A dargli una mano, nel caso la cerimonia virasse velocemente sulla china politica del “lanciamo un messaggio”, potrebbe essere anche il bando di Trump e la sua già annunciata assenza alla serata per protesta…la Hollywood liberal probabilmente non vede l’ora di piangere tutte le sue lacrime di fronte al palco vuoto.  Io voglio essere ottimista e credere che quel vantaggio la Germania l’abbia capitalizzato prima della chiusura delle votazioni. Occhio anche a A Man Called Ove, che più di ogni altro nominato sa sintetizzare temi cari all’Academy geriatrica con verve comica e calore affettivo che scalda il cuore a tutti.
Io intanto mi preparo a una possibile vittoria dell’Iran.
ascia_isabelle

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