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Avete portato pazienza per due oceanici post dedicati a categorie all’insegna di gente più o meno sconosciuta in attesa di questo momento. Oggi tocca agli attori e alle attrici nominati! In attesa di vedere quali porteranno a casa la statuetta nel 2017, scateniamo rimostranze, analisi e becero gossip! Ecco i pronostici attoriali!

[Per consultare previsioni, speciali e reportage degli anni passati, Essential]

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

Mahershala Ali – Moonlight as Juan
Jeff Bridges – Hell or High Water as Marcus Hamilton
Lucas Hedges – Manchester by the Sea as Patrick Chandler
Dev Patel – Lion as Saroo Brierley
Michael Shannon – Nocturnal Animals as Detective Bobby Andes

Tendenzialmente le categorie attoriali sono di una noia mortale, perché i giochi sono sempre più che chiusi. Per fortuna ci hanno pensato la politica americana e l’ingresso di 700 nuovi votanti internazionali a mescolare, almeno un poco, le carte in tavola. In questa categoria per esempio si configura una sfida tra democratici e repubblicani elegantemente fasciati in abiti di haute couture.

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L’unica certezza è che Mahershala Ali godrebbe di un certo vantaggio rispetto agli altri candidati: merito di una recitazione ottimamente gestita e sempre contenuta, ma anche di un film che raccoglie voti per il timore che rimanga a mani vuote su tutto il fronte. Ali inoltre esce da un anno molto positivo che ha visto un rilancio della sua carriera (lo abbiamo visto anche in Hidden Figures e Luke Cage), senza dimenticare che si è ormai ritagliato un ruolo come versione surrogata, nera e paterna dell’eterna madre Laura Dern.

A negargli la vittoria ci potrebbero essere i due fronti dello spettro. Da una parte la risposta repubblicana e conservatrice, che ha candidato non uno, bensì due poliziotti consumati dalla vita e dalla lotta a crimine. Jeff Bridges conquista la settima nomination facendo Jeff Bridges che fa lo sceriffo, e finisce per essere un suo calco anche Michael Shannon, con un’acclamata performance su cui io mi permetto di dissentire cortesemente. Anzi, mi sembra quasi una nomination di reazione di fronte all’inspiegabile vittoria di Aaron Taylor Johnson ai Golden Globes.

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Sull’altro lato dello spettro ci sarebbe la scelta ancora più dem e liberal, saltare l’afroamericano e passare direttamente a Dev Patel, uno che ha saputo costruirsi una carriera dignitosa interpretando un solo personaggio: il povero ragazzino indiano. Se ripenso alle molteplici vittorie di Slumdog Millionaire e al mio astio verso l’indianume mi parte un embolo, ma bisogna dare merito a Patel di aver consegnato con Lion un aggiornamento dignitoso e non molesto di quel film e di quel personaggio. Aiuta (e non poco) la parabola del ragazzetto che riscopriamo giovane adulto decisamente sexy. La mia impressione è che sia ancora un po’ troppo presto per un Oscar indiano, ma c’è da dire che non c’è una performance davvero in grado di mettere in ombre le altre, per cui vinca il migliore.

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

Viola Davis – Fences as Rose Maxson
Naomie Harris – Moonlight as Paula
Nicole Kidman – Lion as Sue Brierley
Octavia Spencer – Hidden Figures as Dorothy Vaughan
Michelle Williams – Manchester by the Sea as Randi

Bentornata noia più assoluta e totale in quella che è forse la categoria più bloccata dell’intera competizione numero 89. Niente si frappone tra l’Oscar e Viola Davis, forte di un’interpretazione intensa il cui voltaggio è raddoppiato dal fare coppia con Denzel Washington. La ciliegina sulla torta di una campagna un po’ troppo giocata sul vittimismo (per quanto sacrosanto) di genere e minoranza è la scena del moccio. Sì, quella in cui piange disperata e urla contro il marito col moccio al naso che cola da tutte le parti. Ridete pure, ma è davvero difficile trovare una recensione in cui suddetta scena non sia citata con commossa partecipazione e sarei pronta a scommettere che nel veloce riepilogo di categoria mostreranno proprio quella scena del film. Può il moccio al naso portati a vincere l’Oscar? La risposta, nemmeno troppo sorprendentemente, è sì.

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Naomi Harris suggella invece con questa nomination il passaggio di carriera in cui passi dall’essere “chiii?” all’essere Moneypenny all’essere un’attrice di comprovata capacità. Ovviamente il fatto di interpretare una tossica (uno dei mestieri più amati dai votanti in vena di lacrimoserie) e di avere un ruolo iperdrammatico perfettamente bilanciato dalla presenza di padre surrogato Mahershala Ali ha fatto il resto.
Hollywood invece non fa mai niente per Michelle Williams, che avreste detto mai essere già alla quarta nomination in carriera? Certo che no, dato che fa sempre la non protagonista nei filmoni altrui e si avvia a vedere ancora una volta i compagni di set vincere l’Oscar al posto suo. Lei non è una delle mie favorite, ma mi pare che il motivo sia proprio che gli studios non hanno mai tentato di farmene innamorare, dandole un ruolo finalmente primario. I feel you girl.
Nicole Kidman invece esercita il suo star power per portare a casa la nomination per un ruolo tutto sommato interessante e ben gestito (madre coraggio, altra categoria che va fortissimo tra i piangeroni dell’Academy), ma che senza il suo carisma non credo avrebbe attirato uguale attenzione, così come il suo parruccone sfoggiato per non essere da meno della chioma fluente di figlio Dev Patel.
Octavia Spencer per me è l‘unica vera delusione di categoria. È vero che funge da catalizzatore del film, è vero che è brava, però si è persa una grande occasione per omaggiare le nuove leve della recitazione al femminile afroamericana e perché no, confermare a Janelle Monae che il suo passaggio dalla musica al cinema è stato uno dei migliori da parecchi decenni a questa parte.

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MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

Casey Affleck – Manchester by the Sea as Lee Chandler
Andrew Garfield – Hacksaw Ridge as Desmond T. Doss
Ryan Gosling – La La Land as Sebastian Wilder
Viggo Mortensen – Captain Fantastic as Ben Cash
Denzel Washington – Fences as Troy Maxson

Chissà se quest’edizione numero 89 domani notte si confermerà avvincente come come promesso durante la vigilia, momento in cui l’Oscar ormai sicuro per Casey Affleck è stato prepotentemente rimesso in forse.
Se chiedete a me, Casey tutta la vita: oltre ad avere una performance stupenda, fa venire il magone la sovrapposizione Casey personaggio messo in ombra dal fratello maggiore e Casey attore messo in ombra dal fratello maggiore. Non è il tipo d’attore che funziona sempre, ma quanto azzecca un ruolo, come in questo caso, non c’è scampo per nessuno.
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Nelle ultime settimane però ho assistito impotente e attonita alla risalita nelle quote di Denzel Washington con il suo ruolo che definirlo Oscar Baiting è essere riduttivi. Bravo è bravo, però che teatralità smaccatissima, che recitazione vogliosa di farsi notare (e molto meno naturalistica di quella di Viola Davis). Uno che si adatta un film e lo gira da sé solo per un pugno di monologhi da vomitare addosso allo spettatore inerme il mio endorsement non lo avrà mai.

Mi sorprende invece che un antidivo come Viggo Mortensen sia riuscito ad accreditarsi come miglior attore fuori dal giro di Hollywood e dei suoi riti per il momento. O forse è solo un tentativo per normalizzare le sue mise e i suoi film bizzarri riportandolo dentro l’ordine delle cose hollywoodiane, anche se come opposto e contrasto.

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Su Ryan Gosling sarò lapidaria: nonostante sia il centro emotivo del film e abbia un’ottima chimica con Emma Stone, finisce per mettere ancor più in risalto la bravura di lei. A mio modo di vedere è una nomination figlia del traino del film e delle coppia, di molto inferiore a prove quali Michael Keaton in The Founder (il vero Leonardo di Caprio, molto più dello stesso Leo) per dirne una. E vorrei ricordare a voi tutti che se uno ha un disperato bisogno di un attore che suoni il piano, può anche sceglierne uno che lo sappia fare di default, così, come idea, senza dover urlare all’Oscarata.
Su Andrew Garfield che fa Gesù sotto mentite spoglie invece non ho capito se a prevalere è stata l’ala religiosa dell’Academy o il sollievo per avergli visto smettere i panni dello Spider-Man hipster meno ispirato di sempre.

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

Isabelle Huppert – Elle as Michèle Leblanc
Ruth Negga – Loving as Mildred Loving
Natalie Portman – Jackie as Jackie Kennedy
Emma Stone – La La Land as Mia Dolan
Meryl Streep – Florence Foster Jenkins as Florence Foster Jenkins

Questa è forse LA categoria di quest’anno, che sin dalle sue esclusioni più che eccellenti (Amy Adams certamente, ma non ci starebbe stata benissimo una bella Sonia Braga per Aquarius, contando l’amore per le storie geriatriche dell’Academy?) si è configurata come una terra spietata e una lotta senza esclusione di colpi.
Emma Stone ha dalla sua sì una buona performance, ma ancor di più una tempistica perfetta: arriva al momento giusto della sua carriera a chiedere una consacrazione portando in dote il film dell’anno e gli ultimi mesi passati a fare campagna come una disperata.

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Sulla sua strada c’è un solo, grosso ostacolo, pronto a titillare la gerontofilia e il senso di colpa per torti passati dell’Academy: Isabelle Huppert, che in questi mesi ha sostenuto con i suoi 67 anni una campagna pari a quella di Emma Stone (e compiacere i votanti è un lavoro sfiancante e a tempo pieno), dimostrando a Charlotte Rampling che si può anche evitare di mandare tutto a puttane con un’uscita razzista a poche settimane dalla serata di premiazione.
L’unico vero ostacolo alla Huppert, che si è già messa in tasca a sorpresa un globo d’oro e una nomination agli Oscar, è il ruolo difficile e duro, non certo la tipologia di film rassicurante per cui l’Academy va matta. D’altronde i precedenti risultati (giusto ieri sera vinceva tutto il vincibile ai Cesar) non possono far star tranquilla Emma Stone. Se solo la Huppert non fosse considerata una delle più grandi attrici viventi, ingiustamente snobbata ai tempi di Lezioni di Piano e arrivata all’Academy col suo centesimo film. Io tifo Huppert perché amo le sorprese e sotto sotto sento che le cose potrebbero andare, anzi andranno, in questa direzione.

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È notizia di queste ore che Natalie Portman non sarà presente alla cerimonia, immagino per motivi legati alla gravidanza. È un peccato perché, a vedere le cose da un punto di vista squisitamente attoriale, dà insieme alla Huppert la miglior performance dell’annata in tutte e quattro le categorie attoriali e sostanzialmente chi vincerà qui le starà rubando una statuetta sua di diritto per lo strabiliante lavoro di mimica e mimetismo operato sul personaggio. Purtroppo lei non ci può sperare perché Pablo non può tirarle la volata, non avendo il peso specifico Hollywoodiano nemmeno per assicurarsi un posto per sé nella regia. Forse però sono io che chiudo la partita troppo presto, perché gli scommettitori la tengono molto vicina alle altre due.
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Meryl Streep invece è stata superba nella performance per cui è stata nominata, che non è certo quella di Florence, bensì l’appassionato e ormai storico discorso pronunciato ai Golden Globes, quando ha ritirato il premio per la carriera. Anche se ad essere proprio proprio sinceri, io temo che la bianchissima Amy Adams sia rimasta fuori dai giochi quando si è cercato un compromesso per spezzare la monotomia cromatica della pelle delle nominate, pescando dal cappello il ruolo da impegno civile/storia vera di Ruth Negga.

Mancano poco meno di 24 ore alla notte delle stelle e la vigilia di quest’anno riesce nell’impossibile compito di rendere finalmente avvincente una categoria trascurata come miglior missaggio sonoro, dove attenzione che abbiamo uno squalificato.
Adesso attenderò la fine degli Spirit Awards, premio del cinema indipendente il cui unico scopo è chiaramente quello di assicurarsi che tu arrivi alla notte da passare in bianco per gli Oscar in uno stato già grave di deprivazione di sonno, e poi domani…sarà tempo di Oscar!!

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