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In tempi così duri e controversi per la nazione a stelle e strisce è davvero una fortuna avere a disposizione un regista come Peter Berg per prova a espiare al cinema i grandi traumi della storia recente. Dopo aver rimesso in carreggiata la propria carriera con gli eroici SEAL’s di Lone Survivor e aver dato inizio a un nuovo e patriottico corso con Deepwater Horizon, Berg arriva alla prova più difficile, la storia vera basata su un attacco terroristico su suolo statunitense. Le due bombe alla maratona di Boston del 2013 potevano essere un pantano di retorica soffocante e d’ambiguità riguardante i rapporti con il mondo islamico. Invece Peter Berg, come forse nessun altro collega dopo l’era inaugurata dal crollo della Torri Gemelle, ha saputo gestire un evento così drammatico e così “fresco” tirandone fuori un racconto capace di dire qualcosa oltre la retorica (pur essendone intriso), soprattutto sul lato cinematografico.

Boston si risveglia nel giorno della maratona più antica degli Stati Uniti ed è un risveglio simile a tanti altri. Ci sono i novelli sposini innamorati che faranno un salto a curiosare, c’è chi si allena da mesi, c’è chi ha appena comprato una macchina nuova e sarà impegnato a fare altro, ci sono due fratelli che si prenderanno una lavata di capo dalla moglie del maggiore per aver sbagliato a comprare il latte e infine c’è il detective di punizione per le sue intemperanze passate Mark Wahlberg, costretto al ruolo di ausiliario sulla linea del traguardo, ultima tappa del suo percorso di espiazione prima del ritorno alla omicidi.

È uno spettro cromatico e culturale davvero ampio quello che Patriot’s Day si prende la briga di esplorare prima di far saltare le bombe e partire la caccia all’uomo, capace di esprimere un senso di “americanità” contemporanea e multietnica che è prima e più forte espressione del cinema di Berg, capace di tirar fuori un film forte e spettacolare proprio perché all’interno di questo affresco americano ci sono anche i due terroristi. Sono i due fratelli, ragazzotti un po’ fumati e parecchio sgangherati, incastrati in teorie complottiste e in un rapporto di sudditanza e potere reciproco, capaci però di tenere sotto scacco un’intera città per giorni e un nutrito spiegamento di forze dell’ordine che – altro stilema bergiano – più sono diretta emanazione del potere istituzionale, più sono fallaci e dannose.

Dopo la sorpresa di Lone Survivor e la prova più che convincente di Deepwater Horizon, Peter Berg continua a disegnare una parabola ascendente, riuscendo a imprimere una svolta action e spettacolare alla gigantesca caccia all’uomo che viene condotta in città, girando sparatorie ed inseguimenti in auto con ostaggi con piglio cinematografico puntuale, senza però mai perdere di vista il fulcro del racconto che non è il terrorismo islamico, bensì un attentato sui generis che si sviluppa e si conclude nella stessa quotidianità statunitense di quanti cercano di contrastarlo.

È ancora una volta l’America delle persone comuni e degli eroi per caso e per vocazione ad interessare davvero Berg, che ha il coraggio e la coerenza di restituire un ritratto imprevedibile e adrenalinico degli eventi proprio perché i terroristi sono fatti della stessa sostanza umana e concreta dei poliziotti, qui più fallaci che mai, tanto che l’investigazione procede più grazie agli errori e alle dimenticanze e al caos su entrambi i fronti che per lavoro investigativo vero e proprio. Questa è la vita vera, dove le pistole s’inceppano, le volanti comunicano su frequenze erronee e finiscono per mettere sul chi vive i fuggitivi, che si fanno fregare da un ostaggio impaurito e litigano in mezzo alla strada per chi dovrà guidare la lussuosa auto appena rubata.

Peter Berg trasforma una drammatica storia vera innanzitutto in una storia cinematografica, infilando battute cult e svolte repentine laddove non te le aspetti, rendendo concreto e reale nelle sue contraddizioni e idiosincrasie, nella sua somiglianza e nella sua “americanità” anche il nemico, tanto che ci si sente quasi in colpa a godere dell’adrenalina di certi inseguimenti. La retorica e il patriottismo delle bandiere spiegate non mancano, ma non vengono utilizzati come altrove per sterilizzare il nemico e la storia, bensì per esprimere un punto di vista, praticamente urlando. 

Lo vado a vedere? Una volta che si libererà del bisogno di ricordarci le sue istanze patriottiche e di utilizzare Mark Wahlberg come musa (che sul serio?), capace che Peter Berg non si limiti a sfornare un gran bel film a tutto tondo come Boston: Caccia all’Uomo, ma che riesca a regalarci persino qualcosa di più. Nell’attesa, non c’è regista capace di tirar fuori una visione catartica migliore da eventi drammatici statunitensi di questo tipo.
Ci shippo qualcuno? No, non nella terra degli Uomini Veri.

 

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