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Nel tre anni che sono trascorsi dall’uscita del primo capitolo a questo secondo Volume, i Guardiani della Galassia sono passati dall’essere degli illustri sconosciuti dell’universo Marvel a incarnare la summa dei desideri di buona parte del fandom Marvel, che identifica in questo revival sotto mentite spoglie dello spirito del primo Star Wars il prodotto migliore della seconda era della Marvel al cinema, quella del sodalizio con Disney e della costituzione di uno Studios vero e proprio.
Gli anni ’80 stanno rivivendo al cinema come forse solo facevano nel loro decennio putativo, eppure tra quanti ci provano a farli rivivere (e ci riescono, magari in TV) solo James Gunn sembra riuscire a strappar via la pellicola della nostalgia del loro contenuto giocoso, riuscendo a far rivivere quella spensieratezza sbruffona e positiva, in un periodo in cui al resto del comparto culturale chiediamo innanzitutto di essere ironico al limite del presuntuoso e pessimista a livello cosmico.
Il livello di riuscita del Volume 2 dipende al solito dai paletti che Marvel mette ai talenti che raccatta qua e là, da giri molto meno noti ma anche meno calendarizzati. Da una parte James Gunn si ritrova tra le mani una macchina da guerra a livello produttivo, tanto che il film mostra una profondità tridimensionale che ci ricorda improvvisamente perché il cinema ha tentato di imporci questa rivoluzione e un comparto tecnico che va a realizzare quello che nessun effetto speciale degli anni ’80 poteva sognarsi di fare, senza nemmeno l’imbarazzo che il formato IMAX genera a prodotti meno che perfetti.

Pilotare questa ammiraglia da guerra però ha due limiti: è troppo veloce per soffermarsi sui dettagli e la gerarchizzazione dell’equipaggio è troppo stratificata per consentire piena libertà di manovra al capitano. Con Chris Pratt nuova faccia pulita hollywoodiana di punta e l’introduzione un po’ forzosa dei grandi vecchi Stallone Russell (in ruoli che ne certificano lo status di cammei viventi e un filo appannati), la storia di scrive da sé e con Disney a stretta sorveglianza della narrazione, lo spazio residuo per spacconate e vere e proprie e qualche uscita autenticamente smargiassa e anticonvenzionale.
Se Guardiani della Galassia Vol. 2 riesce però ad evitare il mesto destino di tanti sequel Marvel – copie conformi e informi del capitolo fondativo e di successo – lo deve principalmente all’abilità di chi è sul ponte di comando, capace ancora di far cazzeggiare i suoi protagonisti o di prenderla alla leggera, senza mai dimenticare la sostanza e senza troppo cedere al gioco che si fa duro.

Con Chris Pratt in veste che più rassicurante di così non si può e con lo Star Wars originale in vena di caute sperimentazioni, tocca Gunn lasciare il film collegiale e collettivo in favore del classicissimo viaggio interiore del protagonista, alla riscoperta delle sue radici e del suo valore di leader, con i soliti risvolti per me inspiegabilmente sailormooniani (ok che parliamo di reietti che si creano una sorta di famiglia alternativa, ma la distanza tra la risoluzione di questo film e il “potere” di Pratt e il Cristallo del cuore è quasi nulla).

Così le origini misteriose che tanto hanno fatto soffrire lo Star Lord si dissipano in una trama così convenzionale che basta associare Kurt Russell ai presupposti del suo personaggio per capire come andrà a finire. Per fortuna a salvarci da questa parabola di convenzionalità ci pensa un altro rapporto paterno, molto meno convenzionale e abusato, anche se basato su un presupposto altrettanto semplice, che padre è chi il padre fa, errori inclusi. È proprio puntando sui suoi rapporti familiari anticonvenzionali e “difficili” che Guardiani della Galassia riesce a trovare la profondità necessaria per andare oltre l’operazione (musicale) nostalgica e a dare quella giusta sostanza che poi rende legittimi e godibili tutti i momenti grootiani, le romanticherie e i tormentoni spaziali.

Scegliendo di puntare su Yondu e Nebula, scegliendo di andare avanti nella curiosa bolla spaziale del passato in cui naviga senza voltarsi troppo indietro, Guardiani della Galassia mostra una resistenza insperata al tentativo di catalogare e uniformare proprio dello studios che lo ha generato. Peccato che di ben due cattivi che ha per le mani – peraltro interpretati da due attori non banali – riesca a sprecarli entrambi. Se la scelta di Kurt Russell è lo spoiler intrinseco da type casting di cui uno fa volentieri a meno, ricoprire d’oro un talento ancora ingiustamente non consacrato come Elizabeth Debicki ad uso e consumo di una delle numerose gag dei titoli di coda è davvero uno spreco che, ad oggi, solo Marvel può permettersi.

Lo vado a vedere? Mantenere almeno in parte le promesse del primo capitolo era una missione non abbordabile, ma in qualche modo i Guardiani ce l’hanno fatta. Se avete amato il primo film a loro dedicato, difficilmente questo vi lascerà delusi.
Ci shippo qualcuno? Sì, o almeno, alcuni miei sospetti circa Yondu e Kraglin al mio attento occhio fangirlistico hanno trovato conferma. Se ci mettiamo baby Chris Pratt, ho già le lacrime agli occhi di fronte a questo trio “felice”.
Certo che è il massimo dell’ipocrisia che a Chris Pratt non sia stato consentito di diventare la Hollywood darling del momento fino a quando non ha sviluppato l’addominale e ora che ha una reazione allergica alle tshirt almeno una volta a film, persino il suo supposto sé bambino non ha il diritto di essere tracagnotto ma diventa magicamente utile in quanto mingherlino.

Ah, una nota spoiler per chi il film l’ha già visto: qualcuno lo aveva già fatto prima e meglio.

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