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Gli studios e gli altri media interessati hanno ormai subodorato la pentola d’oro nascosta appena sotto la superificie del trascurato comparto letterario fantascientifico: non a caso mentre Netflix gira l’adattamento di Altered Carbon e Hulu lancia l’attesissima serie TV di I Racconti dell’Ancella, BBC si butta a pesce su un altro classico moderno SFF, La città e la città di China Miéville. Basterebbe l’ostinazione quasi malsana con cui in campo fantascientifico Hollywood insiste su discendenze anni ’80 quali Blade Runner (sentivate il bisogno di un sequel, anche se diretto da Villeneuve?) e Dune (che dovrebbe toccare a stretto giro al regista canadese) per dedurre un certo immobilismo anagrafico, o quantomeno creativo, tra quanti contano davvero ai piani alti di Hollywood.
Se fosse servita ulteriore conferma, eccola qua incarnata in The Circle, thriller fantatecnologico dai moniti e dalle inquietudini ormai più che sorpassate.

Data l’accoglienza piuttosto fredda riservata a critica e pubblico a quello che ad oggi è il romanzo meno riuscito di Dave Eggers, viene proprio da chiedersi: ma chi glielo ha fatto fare, a Hollywood, di impelagarsi in questa sorta di allegoria mal riuscita, superata e tristemente didattica di un aggregatore di servizi informatici alla Google che punta a catalogare e collezionare ogni dato rintracciabile sulle nostre esistenze, fino a influenzarle? Non può essere stato il successo di The Social Network (un film che parlava dell’ascesa di quel gruppo sociale incarnato nella pellicola dal cattivo poco incisivo e sfuggente di Tom Hanks) e non può essere stata l’ispirazione tratta da Her, che a differenza di The Circle insisteva su un dubbio tecnologico e morale atrocemente attuale: cosa fare di fronte alla crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale, cosa aspettarsi dal sorpasso dell’intelligenza umana e, chissà, dalla nascita di una vera e propria autocoscienza artificiale?

Invece The Circle è ancorato, anzi zavorrato, a una concezione minacciosa della Rete che non si è schiodata di un millimetro dai timori dell’archeo-web, giusto aggiornati con una punta di disagio verso i tanto vituperati millenials, che il mondo senza Internet possono solo immaginarlo.
Se sembra il rimbrotto di un vecchio trombone, beh, è esattamente quello che emerge da un film che risulta quasi rassicurante nell’ingenuità con cui crede fermamente che l’invasione della nostra privacy ad opera dei giganti della Silicon Valley venga puntualmente annunciata nel briefing casual del venerdì pomeriggio, operata da un paio di oscuri capoccia che un’eroina può rivoltare con un colpo di mano in diretta streaming.

Il problema di The Circle deriva dalla sua fonte cartacea, nata dalla combinazione mortifera di un pedante intento didattico e dalla solida convinzione che la letterarietà di un autore di contemporary fiction lo possa traghettare indenne nel territorio della fantascienza del futuro vicino, che invece è la più insidiosa da costruire. Il presente infatti è beffardo e tende a correre molto più della penna e, in un battito di ciglia, Eggers si ritrova a scrivere di un passato prossimo mentre ritiene di tratteggiare sinistri orizzonti.

La colpa quindi non è di un cast di stelle in ascesa e attori amatissimi né di un regista che di suo ci mette giusto il minimo sindacale, ma della volontà cieca di Hollywood di scegliere un prodotto dal costrutto teorico così debole e fallace, forse perché il 47enne Eggers finisce per trovare il pubblico ideale in chi ha una decina di anni in più di lui e guarda Internet e i nativi digitali con sospetto.
Il problema è che Hollywood, come Eggers, ha una concezione fantascientifica monolitica e datata, completamente sovrapponibile alla produzione degli anni ’80 e ’90. E dire che l’occasione d’oro per rendere il film davvero inquietante e di sparare a zero sui millennials era lì in bella vista: Mae Holland, l’insipida protagonista del film, priva di ambizioni, talento o convinzioni.

Davvero The Circle era il lavoro dei suoi sogni come recita la tagline, o semplicemente la raccomandazione dell’amica la trae d’impiccio da un’occupazione ancor più umiliante? A differenza di Karen Gillian o John Boyega, il personaggio di Emma Watson sembra incapace di esprimere giudizi di merito sulla compagnia per cui lavora e su qualsiasi questione politica e morale. Le accadono cose terribili che però le scivolano addosso così come la coercizione più o meno indiretta di vivere in live streaming, 24 ore su 24. Mae Holland non viene cambiata da The Circle, bensì è già la meta e il prodotto finale del social: è assolutamente trasparente, non ha segreti né opacità, non trattiene nulla, è l’eroina antidistopica da Young Adult con meno carisma di sempre.

Perché non trasformare lei e il suo codazzo di accoliti in una sorta di umanità al prossimo gradino evolutivo, rendendo datati e destinati all’estinzione o al cambiamento forzoso quanti hanno invece una zona opaca e personale, magari suggerendo in maniera controversa e inquietante che il diritto alla riservatezza e alla privacy possa essere uno schermo di comodo ai nostri comportamenti peggiori, spogliandolo di quell’aura di umanesimo per il gusto di provocare e instillare il dubbio: solo lobotomizzati loro o perversi noi? Perché questo tipico modus operandi di una certa fetta di fantascienza letteraria semplicemente non rientra nell’orizzonte hollywoodiano del genere, purtroppo per noi, costretti a vedere un thriller distopico i cui unici spunti d’interesse sono i passi falsi con cui tenta di rendere credibile l’ascesa di un social/aggregatore paradossale, imbranata e irrealistica.

No grazie.

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