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C’è un film nelle sale questa settimana che probabilmente non conoscete o verso cui non provate particolari aspettative e io sono qui per cambiare questa situazione, perché Miss Sloane è uno dei thriller più belli del 2016 e fareste un torto a voi stessi privandovene.
Come un film del genere con una performance stellare di Jessica Chastain abbia ottenuto una nomination ai Golden Globes e poi il silenzio generale, per non parlare di un misero 63 al metascore è una circostanza per me difficile da capire.
Soprattutto perché leggendo tutte le critiche negative al film (che sostanzialmente lodano solo la performance di quella che è considerata la nuova Meryl Streep) non trovo riscontro in quello che ho visto, specie se lo standard per un legal drama in cui tutti parlano a velocità aumentata e in legalese aggressivo è il copione tipo di Aaron Sorkin.
Figlio illegittimo di un film Chastain-centrico come Zero Dark Thirty e un’irriverente commedia sulle lobby al lavoro a Washington come Thank You For Smoking, Miss Sloane prende chiaramente esempio dai dialoghi sorkiniani (e in prestito parte del cast di contorno di Newsroom), rifiutandone però gli orpelli egotici, aggressivamente maschilisti e spesso soapoperistici, riducendo il legalese a una dimensione essenziale, che si limita a parlare di lobby e di esseri umani.
A ben vedere Jonathan Perera (uno che è alla sua prima sceneggiatura, ricordiamolo) si appoggia una costruzione davvero classica per un thriller fatto di tradimenti e atti giudiziari: la protagonista in apertura postula una verità (essere lobbisti significa avere sempre l’ultima parola nella sfida col nemico, sorprenderlo senza lasciarsi sorprendere) e si limita a metterla in pratica, portandoci alla fine a una struttura quasi circolare, dove l’elemento che ci impedisce di percepire questo loop è appunto l’abilità della glaciale e spregiudicata lobbista di mentire e nascondere i suoi assi nella manica.

Certo, Miss Sloane potrebbe sembrare la versione in gonnella dello spregiudicato Aaron Eckhart di Thank You for Smoking: è pronta a tutto, ma davvero a tutto, pur di vincere ogni battaglia, pur di esercitare la giusta pressione sul Congresso per ottenere quello che vuole. La sua vita è governata dalla smania di spuntarla sempre – anche a costo di rimanere perennemente insonne e isolata – e dalla rettitudine quasi monacale con cui serve solo battaglie in cui crede. Il cortocircuito avviene quando la causa che abbraccia la porta a fare lobby contro la lobby più potente d’America, quella delle armi, in una missione praticamente suicida: per quanto geniale, come può votarsi alla causa quasi impossibile e non risolutiva della regolamentazione parziale delle armi semiautomatiche?

Il punto di Miss Sloane però è proprio quello: mentre pensiamo di assistere alla canonica ascesa e caduta di una donna luciferina e senza freni morali, scopriamo in realtà come il film ci suggerisca che le regole spregiudicate e mercenarie delle lobby hanno costituito una sorta di rigido codice morale per la protagonista. Se non esita a mettere in difficoltà i suoi assistenti e in suoi nemici, rigirando ogni loro punto debole a proprio vantaggio e non facendosi remore a gettarli in pasto alla stampa, non si tira nemmeno indietro quando arriva il momento di sottoporsi lei stessa a questo trattamento. Lo studio legale che ha lasciato per inseguire la chimera democratica, preoccupato per il suo notevole lavoro dietro le quinte, le scaglia addosso un procedimento penale che si trasforma ben presto in una caccia alle streghe, mettendo in piazza il suo privato.

Jessica Chastain è prevedibilmente magnifica in questo ruolo da assoluta protagonista che punta proprio sulla sua arma segreta, ovvero la recitazione per non detti, allusioni sotto traccia e tutto l’opposto di quegli attori che invece sono a loro agio nell’esprimere ogni passaggio forte e chiaro. Non a caso era da un po’ che non vedevamo Jessica Chastain in forma così smagliante e la mia obiezione al suo titolo di nuova Meryl Streep è proprio questa: è un assoluto portento in questo genere di ruoli, mentre di contro non è altrettanto incisiva in personaggi sopra le righe e urlatissimi in cui eccellono colleghi come Leonardo di Caprio.

Al suo fianco però, oltre al sempre dimenticatissimo tuttofare Mark Strong (uno che ormai da anni fa tutto e il contrario di tutto, dimostrando una utile, mimetica poliedricità che non gli è ancora valsa un ruolo da vero protagonista in un film decente), ci sono non a caso due numi tutelari del legal drama di ieri e di oggi: Sam Waterston, che solo qualche pischello sorkiniano potrebbe ricordare per un ruolo che non sia l’epitome del pubblico ministero seriale, Jack McCoy di Law & Order, e Christine Baranski, arruolata per interpretare brevemente un ruolo in tutto e per tutto identico a quello di Diane di The Good Wife.
In questa parata di silenziosi talenti al servizio della protagonista, con per le mani uno script di tutto rispetto, persino John Madden tira fuori una regia irriconoscibile per uno che viene ricordato più che altro per aver girato Shakespeare in Love: qui invece segue la Chastain con movimenti di camera essenziali, freddi, senza mai un millimetro di carrello in più del necessario.

Lo vado a vedere? Mi rammarico molto di aver scoperto solo ora questa pellicola tanto biastrattata che, seppur forse un po’ troppo ardita nel finale (e comunque quella chiusa “aperta” è anch’essa degna di applausi), avrei più che volentieri inserito anche qui. Per essere un thriller scritto da un esordiente, chiaramente ricalcato dai produttori su un modello televisivo e diretto da una regista solitamente non brillante, è discretamente portentoso. Se poi siete amanti come la sottoscritta dei legal drama, è davvero imprescindibile.
Ci shippo qualcuno? No, ma devo dire che la, come dire, trama sentimentale del film, seppur eterodiretta, mi è piaciuta molto più del previsto.

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