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Sebbene molte parte delle volte i commenti a caldo che senti all’uscita della proiezione stampa varino dall’inutile al pretenzioso con punte di vero ridicolo, per questa recensione devo proprio ringraziare uno sconosciuto collega che all’uscita dal cinema dove avevamo appena visto King Arthur – Il Potere della Spada commenta con l’amico “è divertente ma non avvicente”. Sul momento l’affermazione mi ha punta sul vivo e mi è parsa ingenerosa, ma mi è rimasta incollata nella testa e devo ammettere che c’è del vero.
Altra ammissione che mi tocca fare prima di dirvi com’è il nuovo film di Guy Ritchie: oltre che a sottovalutarlo sempre ma ad amarlo molto come regista, io ho una vera e propria passione per il ciclo arturiano e una sorta di venerazione per il classicone del 1981, Excalibur di John Booman. Cominciamo.

Se la space opera è entrata nell’immaginario dei registi di quest’era hollywoodiana grazie a Star Wars, per molti il battesimo con il ciclo arturiano è avvenuto nel 1981, grazie a John Booman. Il suo Excalibur, adattamento fedele all’epica arturiana eppure incredibile simulacro degli anni ’80, viene spesso citato dai registi di questa generazione come un film con cui vorrebbero misurarsi. Lo disse ai suoi tempi anche Guy Ritchie, un autore che amo ma di cui spesso diffido, tanto che accolsi con autentico orrore l’idea che potesse metter mano a quel film per molti versi irripetibile, per tanti altri al confine del capolavoro (cinque stelle con abbraccio accademico in questi lidi).

Per nostra e sua fortuna, Guy Ritchie sottopone Artù allo stesso procedimento attraverso cui era passato con enorme successo Sherlock Holmes. Il personaggio e la sua spada sono lì con tutti gli attributi iconici del caso, solo che tutto è profondamente diverso, più contemporaneo e votato all’azione. I tasselli del ciclo arturiano ci sono, ma sono disposti in maniera così differente che l’immagine finale è totalmente diversa. Anzi, molti comprimari sono asserviti proprio alla causa del film, prendendo direzioni quasi opposte a quelle tradizionali: il malvagio mago Mordred non ferirà fatalmente Artù, bensì verrà sconfitto dal padre Uther Pendragon (l’eterno comprimario invisibile Eric Bana), che qui non è un delittuoso seduttore bensì un onesto re che perirà per mano del malvagio e intrigante fratello Vortigern, un Jude Law che già in Anna Karenina aveva ampiamente dimostrato di poter essere un villain predibile, viscido e intrigante (e non sussurrando e urlando come Eddie Redmayne in Jupiter Ascending, che farebbe bene a prendere appunti).

Anche stavolta Artù cresce ignaro dei suoi natali, ma lo fa in un bordello, imparando ben presto a menar le mani e a mettere le mani in pasta ovunque. Truffaldino e lesto di lingua e di mano, questo Artù massiccio e manesco è incarnato alla perfezione da un Charlie Hunnam che finalmente riesce ad allontanarsi un po’ dalla mandria di manzi dal corpo scolpito e dalla sguardo limpido a cui Hollywood ricorre quando le doti recitative non sono esattamente la priorità.
Se il grandissimo pregio di questo King Arthur è di partire con una dimensione imponente e di procedere a un ritmo forsennato (viene da alzarsi ed applaudire quando, in un montaggio serratissimo di un minutino scarso, Ritchie ci riassume e risparmia tutta l’infanzia e l’adolescenza di Artù), nella parte centrale il film finisce per perdere in parte la concentrazione, girando un po’ a vuoto. Dopo un inizio davvero lontano dalla consuetudine, a un certo punto i topoi arturiani si devono affrontare, e quindi il film perde una certa qual freschezza, ma ovviamente per gli arturiani come la sottoscritta arriva l’emozione: ci sono terre oscure e creature tra il seducente e il ripugnante, c’è l’estrazione della spada dalla roccia (e che roccia, ragazzi), c’è il bilanciamento perenne tra poteri oscuri e benefici uguali e contrari, c’è il rifiuto del ruolo di prescelto e c’è la signora del lago (e qui io ero quasi alle lacrime, anche se le lucette laser verdi stavolta non ci sono).

I grandi limiti di questo film, che divertente lo è ma avvince solo a tratti, sono sostanzialmente 3: si concede un passo troppo introduttivo in vista di un sequel, manca di un vero e proprio climax (e per quanto Jude Law sia carismatico, ha per le mani il solito villain hollywoodiano privo di mordente) ed è comunque derivativo per scelte di regia e stile da Sherlock Holmes, tant’è che si finisce non a caso a Londinium a guerreggiare, trascurando Camelot.
Detto questo, visivamente è uno spettacolo notevole, dato che a differenza del classico di Booman (che comunque rimane insuperabile) non è girato con 11 milioni di dollari. Il 3D è dignitoso, gli scenari hanno la vastità necessaria a contenere la leggenda e una palette cromatica ricalcata da Vikings (a cui il film tende a somigliare), il respiro è quello dell’epica fantastica sì, ma con un look che – evviva! – non vuole essere necessariamente, tristemente realista, ma col quella dose di buon gusto necessaria a renderlo senza tempo e non datato o fuori tempo massimo. Complimenti anche a Daniel Pemberton che tira fuori una colonna sonora più zimmeriana di quelle composte dallo stesso Zimmer, ma comunque sontuosa (o forse era lo strepitoso dolby 7.1 a ingannarmi).

Lo vado a vedere? La mia preoccupazione e il mio sentore è che King Arthur – Il Potere della Spada sarà il John Carter del 2017, l’ambito premio del blockbuster che gli studios, per una serie di ragioni, decidono di soffocare alla nascita (e la mia approvazione è un bacio della morte). Pur meno riuscito e brillante di U.N.C.L.E. (un film per cui già in molti si cospargono il capo di cenere), è la prova provata che un regista con passione e mestiere con un blockbuster ti sa far respirare aria di avventura e magia, senza farti sentire l’enorme impalcatura di responsabilità e aspettative che un film così gigantesco si porta dietro. Secondo me, per non allergici al genere, è ampiamente sufficiente: a me è piaciuto molto, ma se non siete arturiani o amanti di Ritchie, vi conviene sottrarre il “molto”. Spero gli darete i vostri soldini perché io non mi darò pace finché non si farà chiarezza sull’identità della maga*.
Ci shippo qualcuno? Oh Guy Ritchie io ti stimo così tanto per aver fatto così tua l’epica arturiana che pur essendo tu tu (ahhhh, mio re dello shipping) qui straborda mascolinità non aggressiva da tutti i pori. Ti lovvo. L’unica cosa che mi lascia un po’ delusa è la sterilizzazione della sessualità avvolgente della saga, che invece nel magico Excalibur trasudava sesso e Helen Mirren nuda in ogni dove.

*Ma quindi lei è Morgana? Oh, io sono arciconvinta che lei sia Merlino, tanto evocato ma mai apparso in pellicola. Pensateci: Guy non è certo il solito sessista alle prese col ciclo arturiano che pianta lì due gnocche nude a contorno (e infatti di nuda vediamo solo la schiena perfettamente scolpita di Charlie Hunnam) e quindi non credo si farebbe problemi a prendere una tizia con mantello blu (attenzione!) e renderla Merlino in gonnella. Mi piace poi ricordare che “Merlin” è il nome del falco columbarius e lei passa tutto il tempo a muover volatili più o meno rapaci per il film. Sono ufficialmente intrigata.


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