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Per reagire a momenti di scoramento e panico di fronte al mondo in perenne cambiamento, molti adulti e anziani hanno fatto diventare una sorta di sport internazionale il lancio della colpa contro i millennials, accusati di aver rovinato praticamente ogni cosa. Posto che la definizione stessa di millenials è abbastanza fluttuante (in alcune varianti rientro persino io, il che è tutto dire), io un generazione che sembra così fatalmente attratta da romanzi di formazione il cui elemento scatenante il coming of age è un cancro (tuo o di una persona amata), così disposta ad fare propri romanzi che hanno come perno il dolore e il tentativo di affrontarlo, beh, la trovo sorprendente e in senso positivo.
Dopo Colpa delle Stelle, è finalmente approdato al cinema l’altro caposaldo del floridissimo filone yound adult cancerogeno: Sette Minuti dopo la Mezzanotte di Patrick Ness. Accolto con un certo entusiasmo, ma comunque lontano dal successo dell’adattamento del romanzo di John Green, questa sorta di fiaba di cupo realismo rimane un film peculiare e a suo modo interessanti, per giovanissimi e per cinefili.
Sulla carta A Monster Calls è forse lo young adult di successo che fornisce la miglior opportunità di tirar fuori cinema per ragazzi con un piede in due scarpe: quella del gusto contemporaneo e quella della commistione realistico / fantastico in chiave allegorica da cui originano parecchi cult degli anni ’80.
A scombinare però le carte in tavola e a stabilire il risultato del film ci pensa la produzione del film, che finisce per essere uno strano ibrido tra capitali statunitensi e linguaggio cinematografico ispanico. Dietro la macchina da presa c’è infatti Juan Antonio Bayona di Orphanage (e presto di Jurassic Park) uno degli epigoni dello stile di Guillermo Del Toro che a suon di horror spendibili all’estero si è fatto strana fino a Hollywood.

Verrebbe da paragonarlo a La Storia Infinita o a La Storia Fantastica per lo stretto rapporto tra narrato e narratore, creature fantastiche più o meno ambiguamente inserite nel nostro mondo. Invece non si può che fare un paragone con il bistrattato Il GGG di Steven Spielberg che di fatto partiva dagli stessi presupposti: ragazzino in un momento difficile comincia a vedere creature magiche che finiranno per aiutarlo a mettere ordine nei suoi sentimenti.
Certo l’operazione di Patrick Ness (che ha curato anche la sceneggiatura del film) è più oscura e ardita di quella di Roald Dahl: qui non siamo di fronte a una “semplice” orfanella in certa di famiglia, qui abbiamo un ragazzino che fatica a trovare una fonte di speranza nella sua giovane vita. L’amata madre si sta spegnando a causa di un cancro, i compagni di scuola lo tormentano senza tregua e il futuro è ancora più fosco, tra un padre che vive in un altro continente con una nuova famiglia e una nonna che non sembra pronta a concedergli uno spazio nel suo cuore e nella sua casa.

La differenza tra i due film (e a ben vedere, anche tra i due romanzi) sta però nel passo successivo: il modo di raccontare la storia, la maestria di chi la narra allo spettatore. Juan Antonio Bayona ci prova con impegno far vivere su schermo l’Albero che prende vita sette minuti dopo la mezzanotte per aiutare o tormentare Conor, ma sfortunatamente per lui, noi e per il film, non è né Guillermo Del Toro (la sua palese fonte d’ispirazione) né tantomeno Steven Spielberg che pur con qualche perplessità, con Il GGG portava a casa innanzitutto una grande operazione cinematografica.

L’Albero che racconta tre storie inquietanti a Conor in attesa di farsi raccontare l’incubo che lo tormenta tutte le notti vorrebbe essere un personaggio ambiguo a livello morale, ma Bayona non è in grado di non renderlo prevedibile e soprattutto di renderlo personale, perché manca appunto di autorialità. Per fortuna ad ancorare il film a un livello dignitoso ci sono gli adulti, Felicity Jones e Sigourney Weaver, la nonna meno stereotipata di sempre al cinema.

Certo è lodevole e affascinante come il film tenti di approcciare un tema difficile anche per gli adulti, quello dei sentimenti “da cattivo” che, nostro malgrado, ci troviamo a provare in situazione di profondo stress e dolore. Se la risoluzione della parte realistica del film, del problema di Conor, diviene via via sempre più prevedibile, rimane comunque il potenziale (purtroppo non sviluppato a dovere) delle tre storie che l’Albero racconta al ragazzino, segmenti in cui si concentrano anche le trovate visive migliori del film. Rimane un po’ poco però per gridare al nuovo classico.

Lo vado a vedere? A Monster’s Call funziona e fa persino salire i lacrimoni. Di film young adult mal riusciti e maldestri in questi anni ne abbiamo visti tanti, troppi per non riconoscere merito in questa strana produzione a cavallo tra Stati Uniti e Europa. Certo che però a confrontarlo con Il GGG si capisce chiaramente la differenza tra il sentirsi profondi e pieni di significato e esserlo in maniera sottile ed elegante, senza nemmeno dover calcare la mano sulla drammaticità della vicenda per mostrare la propria importanza. D’altronde è questo l’elemento che contraddistingue le grandi storie per ragazzi, no?

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