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Niente italiani in concorso quest’anno al Festival di Cannes che, per uno strano scherzo del destino, è stato salutato da gran parte della stampa presente come il più debole, deludente degli ultimi 10, 15 anni.
La folta delegazione italiana (6 titoli presenti) si è quindi spalmata nelle sezioni collaterali, diventate quelle di pregio, in cui la lotta per la vittoria è serratissima da quando il concorso sembra diventato incapace – o incurante – di catalizzare le proposte più vivide e interessanti in circolazione.
Così una presenza che sembrava quasi di ripiego in Un Certain Regard ha fatto la fortuna di Sergio Castellitto, capace di attrarre la giusta attenzione sul suo nuovo film Fortunata, di assurgere al ruolo di ambasciatore del nostro cinema, in assenza degli eterni Sorrentino e Garrone. Alle volte il contesto è fondamentale: se Fortunata fosse stato presentato in competizione magari sarebbe stato l’ennesimo film poco ispirato nella corsa alla Palma, mentre in Un Certain Regard è potuto diventare il trampolino di lancio di un’intesa Jasmine Trinca. 
Sergio Castellitto non è il mancato profeta in patria che gli piacerebbe interpretare: quel ruolo è saldamente nelle mani di gente come Luca Guadagnino, che quando sfonderà nel nostro Paese sarà perché avrà fatto il giro via Hollywood o competizione internazionale. Certo però ha tutti i diritti di gongolare per la meritata vittoria di Jasmine Trinca, il vero valore aggiunto del suo film, che si è portata a casa il premio per la miglior interpretazione in Un Certain Regard, alla faccia delle feroci critiche che il film si è guadagnato su Corriere e su La Repubblica.
È vero che la critica estera e la giuria si sono dimostrati più teneri e ammirati di fronte a questo film di una stampa italiana che spesso è mossa da questioni extra cinematografiche ed è ancora più vero che Fortunata non è certo un film brutto o mal fatto, anzi. La sua enorme debolezza deriva però dalla sua mastodontica prevedibilità.

Non mi riferisco tanto alla trama, nata da un romanzo mai completato di Margaret Mazzantini e portata come sempre su grande schermo dal marito e regista Castellitto. Pur nelle sue ricorrenze insiste e nelle sue metafore quel tanto all’etto, dal tatuaggio a forma di ali alle Antigoni antiche e moderne che costellano la pellicola, Fortunata è tutto sommato un film con qualcosa da dire e un numero di personaggio più o meno complessi da utilizzare per farlo. Il centro di tutto è Fortunata, una parrucchiera a domicilio che corre in lungo e in largo per la periferia di Roma, sognando di avere un negozio proprio e di uscire definitivamente da un matrimonio squallido e violento, portando con se la figlioletta verso un futuro più sereno e migliore.

Fortunata è a suo modo una persona pura cresciuta in un contesto decadente e morboso, attorno a cui ruotano figure distruttive di uomini, fatalmente attratte dalla sua bellezza e vitalità, incapaci però di non servirsene per i propri scopi: il marito violento e possessivo, il tossicomane da lei dipendente come un secondo figlio, lo psicologo della mutua affascinato dalla sua povertà materiale e spirituale che lo fa sentire in qualche modo superiore. In una Tor Pignattara in cui gli italiani faticano a comunicare tra di loro, resi ciechi e sordi dalle proprie sventure, il coro di questa tragedia greca è costituito dalle comunità straniere, musulmana e cinese, non a caso ritratte come entità unite, forti, gruppi indivisibili e dialoganti.

Il problema è la trama e lo svolgimento di Fortunata sono esattamente quello che ci aspettiamo dal cinema italiano nel mondo; la pellicola è imprigionata sia dalla soggezione dei grandi del passato sia dalle ossessioni cinematografiche presenti e non ha davvero niente di fresco e davvero inaspettato da offrirci. Non a caso alla presentazione del film, Thierry Frémaux lo presentò come un nuovo Mamma Roma, pensando di fargli un complimento ma evidenziandone tutta la componente derivativa.
Guardando il cinema rifinitissimo ed estetizzante di Castellitto e Mazzantini non ci si può che chiedere cosa abbia fatto la nostra cinematografia negli ultimi 50 anni se siamo ancora qui a raccontare e raccontarci le storie di madri e mogli disperate che lottano per la loro libertà e la loro prole, se ogni tragedia umana e italiana deve avere come cornice una Roma eternamente bellissima e decadente, ormai orizzonte unico del cinema italiano. L’Italia che il cinema italiano racconta continua ad essere quella dei poveri ma belli, dei disperati dal cuore puro, diventati i precari choosy di oggi quando sale un singulto di modernità. Certo, poi c’è anche chi tenta altre strade e racconta altro, come appunto Luca Guadagnino, ma non è mai profeta in patria.

Lo vado a vedere? Il dramma di Fortunata è fatalmente avvilito da personaggi maschili ed eventi tragicamente sopra le righe, dalla mano pesante con cui Castellitto e Mazzantini ci indicano la ricercata struttura del loro dramma, la bellezza di immagini ricercate ma fini a se stesse. L’interpretazione di Jasmine Trinca però è di una bellezza naturale e selvaggia e riesce a donare spontaneità e forza al film, comunque più che sufficiente.
Ci shippo qualcuno? Macché.

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