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Lo so cosa avete pensato: che vi avessi abbandonato, trascurando Gerundiopresente in favore di piattaforme più remunerative prestigiose e popolari. Indubbiamente lo sforzo necessario per commentare giorno per giorno quanto succedeva in Croisette su MondoFOX mi ha impedito di fare altrettanto anche qui, ma chi mi conosce bene e mi segue anche su altri lidi sa che il Festival di Cannes per la sottoscritta è una faccenda dannatamente personale, perciò figuriamoci se vi lasciavo senza il solito postone delirante con tutte le trame e i (pre)giudizi con cui affrontare con tranquillità lo stillicidio di uscite che ci consentirà tra un anno /un anno e mezzo di valutare se davvero come dicono quelli che hanno seguito il festival dalla Croisette (ringhio sommesso) la 70esima edizione sia stata così deludente da essere la peggiore del nuovo Millennio.

IN CONCORSO

Loveless di Andrey Zvyagintsev
[Premio della Giuria]
I nuovi ricchi russi non piangono, perché sono pieni di soldi ma privi di scrupoli e sentimenti genitoriali. Zhenya e Boris sono una coppia in perenne litigio che anela al divorzio. Già impegnati in nuove relazioni, entrambi tendono ad abbandonare a sé stesso lo scomodo figlio della relazione ormai conclusa e sono molto refrattari al pensiero di doversi portar dietro questa scomoda zavorra dal primo matrimonio. Dopo un tremendo litigio, il bimbo scompare nel nulla; neppure di fronte a questa drammatica situazione i genitori riescono a mettere da parte i loro egoismi e a pensare al bambino. [TRAILER]
Primo film presentato in competizione, prima pellicola PESO (in una tornata più accessibile e commerciale del solito) in gara: Loveless è la pellicola che è uscita meglio dal giro di recensioni della critica, che per altri concorrenti si è rivelato un vero bagno di sangue. La critica internazionale e quella più snob sperava addirittura in una Palma.
Andrey Zvyagintsev è un regista e attore russo noto soprattutto per il Leone d’Oro Il Ritorno (2003) e Leviathan (2014), con cui proprio a Cannes vinse il Gran Prix e poi il Golden Globe, venendo nominato agli Oscar.

Good Time di Benny Safdie e Josh Safdie
Constantine Nikas (Robert Pattinson) è un rapinatore di banche che nel corso di una notte concitata tenta di far uscire di prigione il fratello, dopo che questi viene catturato dalle forze dell’ordine a seguito di un colpo finito male. Constantine si dovrà scontrare con i bassifondi cittadini in una vera e propria discesa agli inferi, in un mondo di crescente violenza e pericolo. Nel cast c’è anche Jennifer Jason Leigh. [TRAILER]
Quando i Dardenne e i Coen sono impegnati, Cannes si rivolge alla nuova e alternativa coppia di fratelli cinematografici, i Safdie. Per i veri croisette-holic sono già vecchie conoscenze di Cannes, anche se fino ad oggi hanno sempre lavorato su microbudget e con attori sconosciuti (Heaven Knows What e Daddy Longlegs). Pur raccogliendo critiche positive, Good Time non si è rivelato il film della svolta per loro ma poco male, dato che il prossimo loro lavoro verrà prodotto da un certo Martin Scorsese. Robert Pattinson è stato chiaramente la star della presentazione, ma si è parlato moltissimo della sua impressionante interpretazione, a detta di tutti la migliore della sua carriera. E se tre indizi fanno una certezza, a produrre il film c’è la A24 di Moonlight.

You Were Never Really Here di Lynne Ramsay
[Miglior sceneggiatura] [Miglior attore]
Joaquin Phoenix interpreta un veterano di guerra che tenta di salvare una giovanissima ragazza da un traffico di prostituzione in cui rischia la vita. Pur aggirandosi armato di martello in un paio di scene cult, la situazione gli sfugge presto di mano e si fa pericolosissima per entrambi. [TRAILER]
Prodotto da una Amazon Studios che si dimostra ancora una volta attenta alla nicchia e particolarmente raffinata, scritto e diretto da una delle poche registe presenti a Cannes. Nota per We Need to Talk about Kevin, la Ramsay non è di certo prolifica, ma ha una sensibilità per i personaggi e le immagini non comune. Questo thriller duro, tratto da un racconto lungo di Jonathan Ames, non ha comunque convinto la critica, con la grossa eccezione di Joaquin Phoenix, che però è un fuoriclasse che non ha mai sbagliato nulla. Ai musicabili e hipster segnaliamo la colonna sonora di Jonny Greenwood dei Radiohead.

L’amant double di François Ozon
Chloé è una giovane e fragile donna che finisce per innamorarsi del suo affabile psicoanalista Paul. Dopo esserci andata a vivere insieme, la donna scopre una parte segreta e pericolosa dell’identità del suo nuovo compagno. Segue thrillerone a sfondo pesantemente sessuale come da gloriosa tradizione del cinema trasgressivo anni ’90. [TRAILER]
Scena più chiacchierata dell’intero concorso: l’apertura del film, girata a mo’ di soggettiva della vagina della protagonista. Scritto e diretto da Ozon, L’Amant Double era uno dei film che attendevo di più, per cui quando ho visto piovere stroncature mi sono sentita come se tutto fosse perduto. Ho quindi velocemente deciso che la colpa era della protagonista di Giovane e Bella Marine Vacth (il film che meno amo del regista)ogni volta che si avvicina ad Ozon lui si dedica al lato etero della faccenda sessuale e son sempre dolori. Anche se tutti hanno urlato al camp, al trash, al morbosetto démodé e al ridicolo, io non sono pronta a perdermi d’animo, dato che tutte queste componenti sotto sotto mi piacciono parecchio. E poi non esiste che io lasci perdere un film in cui Jérémie Renier sembra così fascinoso e sadico.

Jupiter’s Moon di Kornél Mundruczó
Aryan è un migrante a cui hanno sparato mentre tentava di passare illegalmente il confine ungherese. Si ritrova ferito e prigioniero in un campo di detenzione, dove scoprirà di aver acquisito dei poteri soprannaturali come la levitazione. Mentre esplorerà le sue nuove capacità, attirerà l’interesse del dottor Stern, che lo aiuterà a scappare, prospettando di sfruttarne i poteri. Il direttore del centro detentivo continuerà a dare ai due fuggitivi la caccia, mentre le posizioni di forza cominceranno cambiare. [TRAILER]
Kornél Mundruczó per me rimarrà sempre il genio che tirò fuori un film oltre come White God (Un Certain Regard 2014). Dato il tema e la sinossi, immagino ci saranno delle “delicatissime” allegorie tagliate con l’accetta, timore poi confermato dalle recensioni arrivate dalla Croisette, che spaziavano dal WTF al questo tizio è nel pieno del proprio delirio. Come al solito però il virtuosismo tecnico di uno che ha girato un intero film con una muta di cani lanciandoli alla conquista dell’Ungheria non è passato inosservato. I più onesti hanno ammesso che beh, forse era meglio se in Un Certain Regard ci fosse restato. Sarà sicuramente un’esperienza incredibile, anche se in senso negativo.

A Gentle Creature di Sergei Loznitsa
Film ucraino PESO che si dichiara ispirato alla lontana da un racconto omonimo di Dostoevskij: una donna si ritrova a dover sostenere un lunghissimo e difficoltoso viaggio in regioni remote per tentare di incontrare di nuovo suo marito, finito in una prigione. [TRAILER]
Il regista ucraino Sergey Loznitsa è noto per il PESO delle sue pellicole e già la lunghezza di oltre due ore e mezza sembra confermare questo timore; c’è da dire che nella selezione deludente di quest’anno a Cannes (almeno a quanto dice la critica) almeno ci hanno fatto il favorone di registrare il minimo storico di titoli mattoni come questo.
Chi l’ha visto in Croisette ha parlato di una versione peggiorativa del cinema autoriale e peso alla russa, vedi Loveless. Il film è quindi potente nel ritrarre gli ultimi e l’umanità perduta con cui viaggia la protagonista, sì, a quando diventa due ore e passa di contemplazione senza fine e senza fini della stessa, anche un po’ meno, grazie.

The Killing of a Sacred Deer (Yorgos Lanthimos)
[Miglior sceneggiatura]
In questo thriller psicologico  dai risvolti horror un ragazzo adolescente parecchio inquietante crea un legame quasi ossessivo con un brillante chirurgo (Colin Farrell, ormai musa di Lanthimos). Ottenuta la sua fiducia, si rivelerà essere il figlio di un paziente ucciso del errore dal medico durante un’operazione, in cerca di vendetta attraverso un sadico giochino alla Haneke: il medico dovrà decidere chi uccidere tra moglie (Nicole Kidman), figlio e figlia, oppure periranno tutti. I tre membri della famiglia cominciano una spietata guerra di posizione per convincerlo a sacrificare qualcun’altro. [TRAILER]
Sono due i film con l’accoppiata Colin+Nicole in concorso e, beh, sono entrambi due film in cui riporre tutte le nostre speranze di uscirne vivi e contenti. L’obiezione principale mossa a quest’ultima prova di Yorgos Lanthimos è che sia più commerciale e accessibile rispetto al passato. Ora, anche io amo la fuffa poetica e incomprensibile di Lanthimos, ma sulla carta per me il fatto che si segua più facilmente il delirio esistenziale di Yorgos è solo un pregio. Spiace un po’ che tutti siano sempre pronti a tributargli una menzione, scegliendo sempre il premio alla sceneggiatura, ma nessuno abbia mai le palle di consacrarlo definitivamente. Da noi ovviamente verrà distribuito da Lucky Red, campione italico di questo tipo di registi e film.

Radiance di Naomi Kawase
Hikari racconta la delicatissima storia d’amore che sboccia tra un cameraman con un occhio pigro (praticamente quasi cieco) e una donna che vive completamente sconnessa dalla società. [TRAILER]
Naomi Kawase è una favorita di Cannes (Still The Water) chiamata probabilmente per alzare la quota rosa e salvare la faccia coi giapponesi, come noi quest’anno poco rappresentati in Croisette. Dramma romantico che potrebbe essere meraviglioso piangerone a palate o Harmony melenso sotto mentite spoglie. La critica è stata talvolta brutale nei confronti del film e la mia impressione è stata fin da subito negativa sulla base di un tot di irrazionali sensazione, ma c’è da dire che buona parte degli inviati a Cannes certe delicatezze riesce ad accettarle solo se offerte da mano maschile. Quando verrà il momento di vederlo, lo farò con una bella dose di timore, questo sì.

The Day After di Hong Sang-soo
Un drammatico triangolo amoroso sconvolge la vita di tre persone. Una moglie scopre una lettera d’amore di un collega del marito e si precipita sul suo luogo di lavoro per affrontare l’amante di lui. Scambia però una neoassunta per la rivale, dando il via a una spirale di conseguenze drammatiche. [TRAILER]
Il primo dei due film presentati a Cannes 70 dal regista sud coreano, quindi avrebbe dovuto essere un’annata pazzesca per Hong Sang-soo, invece è passato così inosservato da non meritarsi manco una stroncatura. Era partito benissimo presentando in Berlinale con notevole successo On the Beach at Night Alone, ma qui qualcosa si è inceppato e il film, pur gradito da alcuni, semplicemente non ha lasciato il segno.

Le Redoutable di Michel Hazanavicius
Jean-Luc Godard s’innamora della 17enne attrice Anne Wiazemsky durante le riprese di un suo film, nel tormentatissimo e infuocato 1968 francese. La relazione è narrata dal punto di vista di lei e racconta del momento in cui il grande regista che ha cambiato il cinema francese cambiò prospettiva e smise tragicamente di cambiare il mondo. [TRAILER]
Louis Garrel fa Godard in biopic di gusto contemporaneo che copre un anno di vita del regista nella Parigi delle barricate del 1968: se non è coraggioso presentare un film così nella fossa dei leoni dei critici francesi, non saprei cos’altro. Specie considerando che il film è irriverente nei confronti del suo protagonista. Basato su uno dei due romanzi scritti poi da Wiazemsky sul matrimonio lampo col regista, Le Redoutable vuole demolire l’icona del regista e far emergere tutti i limiti dell’uomo. Per molti è un film che sbaglia qualcosa, ma lo fa con quella dose di coraggio e ardore per cui in tanti non l’hanno davvero bocciato. Potrebbe rivelarsi molto interessante, anche se non sempre consistente.

Wonderstruck di Todd Haynes
Ambientato nel 1927 e nel 1977, il nuovo film di Haynes racconta la fuga di giovanissimi alla volta di un museo. Una giovane ragazzina sordomuta scappa di casa per incontrare il suo idolo, un’attrice del cinema muto, nell’anno in cui il suono sbarco a Hollywood. Un ragazzo che di recente ha perso la madre, fugge a New York alla ricerca del padre. Le due storie raccontate simultaneamente hanno un misterioso legame che riguarda la costruzione di un museo. [TRAILER]
Basato sull’omonimo romanzo del 2011 di Brian Selznick (quello di Hugo Cabret) e con protagoniste Julianne Moore e Michelle Williams, nonostante la ricezione non stellare a Cannes ha già una release ufficiale in zona premi, in autunno. Moore torna a lavorare con Todd Haynes dopo Lontano dal Paradiso in un film esteticamente eccelso ma che a tanti è sembrato come contenuto e genere dopo adatto alle corde di Haynes. Ciò non toglie che non si veda l’ora di vederlo, mica che poi va a finire come il “deludente” Carol.

Happy End di Michael Haneke
Un dramma dell’alta borghesia francese ambientato a Calais durante la crisi dei migranti con protagonisti Jean-Louis Trintignant, Toby Jones e Isabelle Huppert. I membri di una famiglia borghese continuano a vivere la loro ricchissima e anaffettiva vita, incuranti di quanto succede nelle loro vicinanze. [TRAILER]
Con questo cast però era davvero lecito aspettarsi davvero di tuttodato che stiamo pur sempre parlando di Michael Amour Haneke, che in passato ha vinto sia l’Oscar sia la Palma. Invece una delle sorprese davvero più inaspettate di Cannes 70 è che anche lui può sbagliare un film. Happy End è un pastrocchio (è pur sempre Haneke) ma è meno incisivo, cattivo e memorabile del solito, a quanto si dice in giro.

Rodin di Jacques Doillon
L’attore Vincent Lindon interpreta vita, amori e opere del grande scultore francese Rodin. [TRAILER]
Se percepite una certa qual sbrigatività in questo mio sunto stringato sul biopic in questione, credetemi, non è (solo) perché comincia a farsi una certa.
Jacques Doillon è uno dei grandi sopravvissuti del cinema francese della scorsa generazione, ma su questo biopic d’artista, che poteva tranquillamente essere una gradazione qualsiasi tra pellicola assolutamente dimenticabile e Turner di Mike Leigh, dalla critica che lo ha visto ho percepito solo un unanime, schiacciante parere: una noia mortale. Lindon come sempre però sa il fatto suo.

The Beguiled di Sofia Coppola
[Miglior regia]
Virginia, 1864. Un soldato ferito dell’Unione trova riparo in un istituto femminile le cui studentesse vivono una vita completamente separata dalle guerra civile in corso. Qui tenterà di sedurre tre donne e di metterle l’una contro l’altra, in un crescendo di tensione e sensualità. [TRAILER]
Dopo un periodo molto lungo trascorso lontano dalle scene e dai Festival, Sofia Coppola per il suo ritorno ha deciso di andare sul sicuro e puntare sul remake i chiave femminile e femminista del cult del 1971 La Notte Brava del Soldato Jonathan, a sua volta basato su A Painted Devil di Thomas P. Cullinan. Spero per loro che Colin Farrell e Nicole Kidman si stiano vicendevolmente simpatici perché è il secondo film in concorso che li vede protagonisti. Sofia non ha sbagliato, mettendoci del suo senza limitarsi ad appiattirsi sull’originale e portando un po’ di quel glamourama che tanto mancava a questa edizione. Facilmente sarà il film più visto dal pubblico generalista di quest’edizione. I numeri però rimangono impietosi: Sofia è la seconda donna ad aver vinto miglior regia qui in Croisette e Jane Champion rimane l’unica (l’unica!) ad aver mai portato a casa una Palma.

 

120 Battements Par Minute di Robin Campillo
[Gran Premio della Giuria]
Act Up Paris era un’associazione che negli anni ’90 si batteva per diffondere la consapevolezza del dilagare dell’AIDS in Francia. Il film segue le storie di un gruppo di attivisti, alcuni radicalizzati, che tenta disperatamente di far circolare notizie sul morbo che sta falciando numerose vite umane [TRAILER]
Robin Campillo era il grande favorito per la Palma, soprattutto dalla critica di casa e invece si dovuto accontentare (si fa per dire) del Gran Premio della Giuria, il secondo posto. A inizio competizione pensavo che questa versione politica e francese di The Normal Heart fosse un contendente di seconda fascia, ma ero già interessata perché adoro Adèle Haenel (ve la ricordate un anno fa in La Fille Inconnue dei Dardenne?). Complice un anno abbastanza disastroso, si è rivelato il film più amato insieme a Loveless. Secondo me è un po’ vittima della giuria capitanata da Pedro Almodovar che non voleva fare la giuria capitanata da Almodovar che premia un film su questioni LGBT.

Okja di Bong Joon-ho
Una giovane ragazza di nome Mija lotta contro una multinazionale per evitare che Okja, un enorme sorta di maiale affidato alla sua famiglia perché lo crescesse in attesa della macellazione, finisca nelle mani della corporazione malvagissima di turno. [TRAILER]
Jake Gyllenhaal, Tilda Swinton, Paul Dano, Lily Collins nel cast, Brad Pitt come produttore e Bong Joon-ho, il più hollywoodiano dei registi coreani: è un’armata quella messa su da Netflix per vincere le resistenze di studios e Croisette. Le polemiche e gli intoppi in proiezione non sono mancati, ma da quel che si è capito, il vero ostacolo a questo film è che è una sorta di fiaba miyazakiana che per tono, glamour ed esiti era molto più che appropriato come pellicola fuori concorso. Con Cannes insomma ci azzecca poco e non perché non è passato al cinema.

In the Fade di Fatih Akin
[Miglior attrice]
Diane Kruger per la prima volta recita nella sua lingua e cerca vendetta nel quartiere turco di Amburgo, dopo che l’esplosione di una bomba piazzata da un estremista ha falciato le vite di due membri della sua famiglia [TRAILER]
Diretto da un regista tedesco di origini curde che ha frequentato senza grandi exploit sia Venezia sia Cannes, ha ovviamente come punto di forze la presenza da assoluta protagonista di Diane Kruger: sin dalla primissima proiezione lei è stata salutata come vincitrice, augurio poi tramutatosi in realtà (e attenzione per i mesi a venire). Sul film però ci sono molte più perplessità, tra chi ha detto sì, chi nì e chi lo ha bollato come il film TV sotto mentite spoglie che è toccato quest’anno al concorso.

The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach
Una famiglia ormai disgregatasi e allontanatasi si riunisce a New York per celebrare il lavoro artistico del padre. Le giovani generazioni si contendono le sue attenzioni e gli fanno da genitori, sperando di essere scelti come eredi spirituali e materiali, mentre i figli dei film sono costretti a ricoprire il ruolo genitoriale e saggio in una famiglia in cui tutti sono pronti solo a farsi prendere cura dagli altri.
Seconda pellicola di Netflix in concorso ma, giudicando dalla locandina striminzita che hanno cacciato lì e dal trailer che non si sono scomodati a montare, decisamente non quella su cui puntavano. Il cast comunque c’è  con Adam Sandler, Ben Stiller, Emma Thompson e Dustin Hoffman nel ruolo del patriarca capriccioso. A occhio puro Baumbach, confermando l’impressione che Netflix più che film fortissimi porti il coefficiente glamour aggiuntivo per colmare la mancanza dei grandi studios. Il problema è che a me in genere piace Noah Baumbach che gira con la Gerwig, non quello che gira con Sandler e Stiller, ma si vedrà.

The Square di Ruben Östlund
[Palma d’Oro]
Il direttore di un museo assume una PR spregiudicata per pubblicizzare il nuovo spazio dedicato a un’opera, la piazza, che permette a chi vi entra di avere uno spazio simbolico per sé: in pratica fare quello che gli pare. [TRAILER]
La vera sorpresa di serata che ha dato il via a uno stracciamento di vesti durato circa un quarto d’ora, poi la critica si è fatta compassatissima e ha detto “beh, non il migliore ma ci può stare”. Non male per il film che non era manco stato annunciato alla presentazione ufficiale ma poco prima dell’inizio della competizione, quasi in sordina. Conferma anche l’anno straordinario di Elisabeth Moss, che non sarà Nicole Kidman a livello di glamour, ma è nel film che ha vinto la Palma e nel titolo che ha ensusiasmato di più la critica (Top the Lake China Girl, e pazienza se è una serie TV). Per quanto riguarda Ruben Östlund, il suo precedente Force Majeure (Un Certain Regard) era tanto bello quanto leccato, a me però piacque molto. Per questo film credo varrà più o meno lo stesso discorso, anche se la durata spaventosa della pellicola di certo non aiuta ad alleggerirne la pomposità.

FUORI CONCORSO

Les Fantômes d’Ismaël di Arnaud Desplechin
[Film di Apertura]
Un regista impegnato nella realizzazione di un film ispirato dalla vita del fratello diplomatico coltiva un nuovo amore, pur pensando spesso alla prima moglie morta tempo prima e che lui non ha mai smesso di amare. Quando questa tornerà, provocherà la fuga della nuova arrivata. [TRAILER]
Data la maretta tra Studios e Croisette, anche quest’anno niente super apertura hollywoodiana piena di star. Cannes 70 si è aperto con un grande vecchio del cinema francese e due attrici in grado di portare il giusto glamour in apertura, le eterne Marion Cotillard e Charlotte Gainsbourg. Il suo ultimo film da me visto, My Golden Days, non era per nulla male, ma qui pare che sia proprio il trionfo del se capisce e non se capisce, tra flashback, sogni, viaggi mentali e un complesso intrigo da film di spionaggio (?). Alba Rorwacher zitta zitta è pure qui e non salta uno dei tre maggiori festival europei non so da quanti anni.

Based on a True Story di Roman Polanski
[Film di Chiusura]
Una scrittrice che sta passando un periodo tormentato dopo la pubblicazione del suo ultimo romanzo rimane invischiata in uno strano rapporto con una sua ammiratrice ostinata.
Il Roman Polanski annunciato a sorpresa porta quel quid di lesbochic che in Croisette non manca mai e a me sinceramente non me ne frega proprio niente se a qualcuno non è piaciuto, chiaro? Se già Roman Polanski in collaborazione con Olivier Assayas non facesse partire l’hype, l’ammiratrice stalker la fa Eva Green. Boom. Tutti a casa.

UN CERTAIN REGARD

Barbara di Mathieu Amalric
Il biopic dell’omonima cantante francese che ha aperto Un Certain Regard.
I beneinformati sostengono che sia stato scartato all’ultimo dal concorso, divenendo uno dei più atteso della sua sezione. Il regista l’avrete probabilmente visto come cattivo in Grand Budapest Hotel, fa l’attore e gira cose riguardanti quasi solamente l’arte e la musica. Il responso della critica però non è stato altrettanto benevolo, nonostante poi il suo bravo premio di contorno se lo sia portato a casa: troppo dispersivo e parecchio intento a girare a vuoto, pare.

April’s Daughter di Michel Franco
Altro premiato di sezione, ne ho sentito parlare bene ma quando avevo raggiunto il punto massimo di saturazione. Ne riparleremo se e quando uscirà.

Jeune Femme di Léonor Ferraille
Tornata a Parigi sola e senza un soldo, con solo un gatto e il proprio nome, Paula è determinata a dare un nuovo inizio alla sua vita e far girare le cose per il verso giusto.
Vincitore del premio Caméra d’Or come miglior opera prima dell’intera manifestazione. Parecchi si sono rivelati contenti della scelta e beh, sono curiosa.

Fortunata di Sergio Castellitto
Come da pronostico Uma Thurman ha premiato l’unica vera perla di un film a cui manca tantissimo l’originalità, nonostante abbia un forma decisamente più curata del solito (e complimenti per aver messo lì tra i migliori materiali promozionali dell’intera competizione). Ve ne ho già parlato nella recensione dedicata.

A Man Of Integrity di Mohammad Rasoulof
Un uomo vive con la sua famiglia in una regione remota del nord dell’Iran, lavorando in un allevamento di pesci rossi. Le cose cambiano quando un’organizzazione strettamente legata al governo comincia a controllare ogni aspetto della vita nella zona.
E ti pareva se la lobby iraniana non andava a vincere Un Certain Regard l’anno in cui non poteva aspirare alla Palma per mancanza di pellicole in concorso.

Wind River di Taylor Sheridan
Un agente del FBI fa squadra con un cacciatore espertissimo per far luce su un misterioso omicidio avvenuto in una riserva indiana.
Sentivate la mancanza di un bel thrillerone investigativo? Quello con Jeremy Renner e Elizabeth Olsen nel cast, quindi abbiamo buone probabilità di vederlo in tempi umani al cinema.

The Florida Project di Sean Baker
Dal regista di Tangerine arriva uno dei film presentati in Quinzaine des Réalisateurs  che ha fatto parlare in assoluto di più la critica, una delle poche isole felici in un festival davvero privo di film inattaccabile. A parte qualche eccezione, tipo questa.

…e con questo direi che abbiamo davvero concluso. Prima dei saluti e dei baci, un paio di link utili:

  • Sulla mia pagina di MondoFOX QUI trovate tutti gli speciali e i resoconti giornalieri dalla Croisette, come promesso. È stata una faticata ma sono molto orgogliosa di aver commentato *tutto il Festival* *tutti i giorni*, dall’apertura alla premiazione. QUI
  • Se avete un account Letterboxd, QUI trovate una lista con tutti, tutti, tutti i film passati a Cannes, così potrete vedere a distanza di tempo quale percentuale di visione raggiungerete (per esempio io al momento sono al 30% del 2016).

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