Tag

, , , , , , , , , , ,

Che effetto fa vedere un film passato a Cannes 70 un mese e mezzo fa in contemporanea mondiale dalla poltrona di casa, sullo schermo del PC o addirittura del cellulare, senza che sia nemmeno sbarcato al cinema? Okja ha suo modo ha fatto la storia, peccato che il contenuto di uno dei due film targati Netflix presentati in concorso non sia all’altezza del grande cambiamento epocale che rappresenta, tanto che a conti fatti la sua collocazione naturale – per parata di star e respiro cinematografico – sarebbe stata fuori concorso.
Il problema di Okja è che diventa molto più interessante nell’analizzarne corsi e ricorsi produttivi e il ruolo nella guerra già in corso tra studios e servizi streaming rispetto al film fatto e finito che è.

Dov’è finito Bong Joon-ho in Okja? Difficile a dirsi, ma difficile anche ritrovare uno dei registi sudcoreani più amati – l’unico che con Snowpiercer ha dimostrato di avere un discreto rapporto con il sistema produttivo occidentale – in un film che di cinematografico ha ben poco. L’aspetto particolarmente interessante di Okja è che dimostra come, per quanto ami presentarsi come una corazzata produttiva con a cuore il benessere del suo pubblico, Netflix è ancora ben lontana dal sviluppare la potenza di fuoco necessaria per tirare fuori un convincente kolossal per famiglie, o per farlo allo stesso livello di uno studios tradizionale.

Che poi, a ben vedere, Okja decide davvero cosa vuole essere? Nella prima parte sembra l’incrocio girato bene ma senza mai un guizzo personale di una favola ambientalista miyazakiana per il piccolo schermo e un racconto fanciullesco di libertà spilbergiano, poi a metà fa un frontale con un film sudcoreano caricaturale e tagliente e finalmente Bong Joon-ho batte un colpo. Suggerendo più che mostrando la violenza grafica che travolge i protagonisti, Okja mantiene il pubblico familiare ben saldo, ma accontenta anche i fan dello stile graffiante e senza sconti di Joon-ho. Di scene memorabili ce ne sono, però va a finire che manca un film vero e proprio a imprimersi nella mente dello spettatore.

Anche l’ironia è particolarmente acuta perché non si limita di certo ad essere la fiaba vegana di cui si favoleggia in queste ore: Okja se la prende sia con le corporazioni alimentari sia con i mezzucci prevaricatori dei terroristi ambientalisti che tentano di proteggere il super maiale protagonista. Quando però arriva il momento di tirare le somme, il film devia dalle conseguenze naturali delle sue premesse, finendo per non prendere davvero nessuna decisione e lasciare tutto in sospeso. tornando sui suoi passi.

Il vero limite di Okja è innanzitutto di essere sin troppo tradizionale e senza sorprese, una produzione canonica che non somiglia molto alla tipologia di pellicole roboantemente autoriali e ambiziose (nel bene e nel male) che si sfidano per la Palma. A ben vedere poi lo stesso tipo di messaggio lo trasmise molto meglio un film tutto sommato ben più brutto di questo e vi giuro che sono quasi in imbarazzo nel citare White God come esempio paradigmatico.

Se quel film falliva spettacolarmente con una serie di rilanci mal gestiti, è innegabile che avesse innanzitutto regalato la dignità da personaggio protagonista all’animale (un cane) attorno a cui ruotava la storia. Okja invece è e rimane un messaggio nelle spoglie coccolose di un maialone tenero. Oltre ai rapporti basici – viene torturato quindi sono triste per lui, si ricongiunge alla bambina quindi sono felice – sembra poco più della mascotte del suo stesso film.

Chi invece rischia di fare la fine di una marionetta sono le due star hollywoodiane interpellate e costrette a interpretare personaggi caricaturali e paradossali, tipici del cinema sudcoreano. Se ne escono senza troppi danno da questo fallimentare esperimento è solo perché Tilda Swinton e Jake Gyllenhaal sanno davvero il fatto loro.

Annunci