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La rubrica aperiodica e ritardataria nell’anima in cui vi racconto brevemente i film che ho visto prima dell’uscita nelle sale italiane ma che non sono riuscita a recensire prima del loro approdo nelle stesse.
Hashtag suggerita #megliotardichemai.

In questa puntata parleremo di thriller thrilleroni thrilleracci, alcuni ancora in sala, di molti solo per il gusto del LOL epico che procurano:

Black Butterfly
2:22
Una Doppia Verità
Codice criminale
The Neon Demon 
La cura del benessere
La vendetta di un uomo tranquillo 
John Wick 2
Allied

Questo in realtà fa parte delle uscite della settimana ma è terribile, quindi non vale decisamente un post tutto per sé, ma se la prendiamo dalla parte del LOL che fa una corsa ad ostacoli saltando gli squali, allora è probabilmente il film thriller dell’anno.
Tutta questa magnifica e terrificante incongruenza la tira fuori nei 20 minuti finali più macccccosaaaa!?!? di molti anni a questa parte, mentre per i tre quarti precedenti si limitava ad essere un basilarissimo thriller intorno alla media TV con Antonio Banderas che fa lo scrittore fallito, mollato dall’ex e alcolizzato che si tira in casa un ragazzaccio poco raccomandabile (perché ha i tatuaggi, non perché lo interpreta Jonathan Rhys Meyers). Per un momento mentre lui gli fa da mangiare, gli sistema gli infissi e lava i piatti, uno sente un potente fremito fangirlistico (ci sono quei 5 minuti in cui speri realmente che si zompino addosso, sì), ma poi il giovinastro comincia a farsi ossessivo, insistente e anche violento, tanto da non voler far uscire Banderas di casa, osservandolo dormire. Sì, ok, lo sto facendo apposta a farlo sembrare losco, ma pressapoco la storia è quella eh.
Ship Sheep
A un certo punto però il film non può più rilanciare o cincischiare e deve risolvere i misteri: perché Meyers si è istallato a casa di Banderas, se non vuole farselo? Ecco, la risposta porta ai suddetti 20 minuti finali, dopo cui vi sarà impossibile riguardare il resto con gli stessi occhi, perché sono il non plus ultra del ma veramente?!?. Già il primo colpo di scena è fuori da ogni grazia umana e divina (e se indossi gli occhiali, diventi automaticamente un tipo raccomandabile, anche se sei Jonathan Rhys Meyers), tanto da farti rimpiangere che il film non sia finito subito prima (e sarebbe stata la soluzione di gran lunga migliore, rimanendo una pellicola dimenticabile). Invece mai, ma veramente mai potrete scordarvi il secondo e il terzo colpo di scena, roboantissimi ma davvero nulla rispetto alla chiusa vera e propria del film, un risvolto narrativo che pensavo fosse diventato illegale già da anni e che…no, voi non potete capire. Lo dovete vedere. Se ne avete il coraggio, beninteso. [RECE]



In questo campionato tra pesi massimi del LOL involontario non saprei davvero dire quale sia il peggiore tra quello e questo, anche se sono pessimi in dei modi tutti loro, ammettiamolo. 2:22 è la prova provata che non è che se sei un modello fustacchione, allora puoi fare automaticamente l’attore. Prova in triplice copia, perché i tre protagonisti fanno a gara a chi è più incapace di mollar lì una battuta che sia una senza sembrare lo uno spot di un profumo, effetto rimarcato dalla regia supervideoclippara.
Con quanta palpitante tensione si guarda il trio di protagonisti lottare furiosamente per mettere in chiaro chi sia il più inabile a recitare: sarà il protagonista Michiel Huisman controllore del volo aereo perseguitato da sogni molto realistici ambientati alle 2:22 in Ground Central Station di New York, sarà l’inabilissimo suo nuovo amore Teresa Palmer che io pensavo fosse annoiata e poi scopro che sta tentando di farmi capire che è una ballerina che non potrà mai più danzare o il povero Sam Reid, che siccome ha il capello un filo più unto e arrogante, allora sarà sicuramente il cattivo spoilerandoci quel poco di non banale che questo ennesimo time loop ha da offrirci? Ma se c’hai una produzione a metà australiana, perché non pescare da quel bacino di attori manzi e bravissimi che popolano il sempre trascurato cinema australiano? [RECE]

Ragazzo sotto processo per l’omicidio del padre violento con la madre sembra colpevole al 100%, fino a quando il suo legale comincia a far scricchiolare il caso. Rispetto ai due titoli precedenti è molto meglio, ma non è che questo legal drama con Keanu Reeves (che ritroveremo più avanti, sperando non sia troppo sad Keanu per questo mio continuo trascurarlo) sia una gran perla eh. Anzi, il vero interrogativo è come questo copione sia sfuggito al suo naturale punto d’approdo, la TV, per riuscire a intrufolarsi in qualche sala cinematografica.
Aiutata dal fatto che avevo proprio *voglia* di un legal drama in cui tutti parlano in legalese me lo sono goduta il giusto, anche se è di quei film un pelo disonesti che ti fanno credere di avere tutti gli elementi a disposizione per indovinare il finale mentre il pezzo fondamentale te lo danno a un minuto preciso dallo spiegone finale. Fa anche un tentativo di sorprenderti ponendo l’attenzione sui tempi morti del tribunale, quelli solitamente non contemplati dal serrato montaggio dei legal drama televisivi, ma è davvero poca cosa.
Un filo imbarazzante poi constatare come un’irriconoscibile Renée Zellweger e Keanu Reeves vengano surclassati dal ragazzetto con cui recitano, senza che questi debba far niente di più che impegnarsi a recitare la sua parte. [RECE]

Capisco che ormai per promuovere un film basta mettere un Fassbender a petto nudo sulla locandina – piace a lei, piace a lui, tutti felici – però un titolo meno random per un film d’esordio a cui vale la pena di dare un’occhiata, no? No, meglio confondere questo generico Codice Criminale tra la fuffa improponibile che esce d’estate, non vorremo spaventare il pubblico facendogli capire anzitempo che sta per vedere un film di qualità?
Trenspass Against Us è quell’esordio di tutto rispetto che ha l’incredibile fortuna di aver tra le mani non uno, bensì due attori che possono tranquillamente salvare da soli un film improponibile. Ovvio che un bel script ambientato nelle comunità gitani e criminali dedite a rapine e folli corse d’auto illegali che ci ficca dentro in maniera molto tradizionale ma molto riuscita un dramma familiare, un impossibile tentativo di redenzione, una prova d’enorme amore paterno e un father issue grosso così, il doppio esordio regia/sceneggiatura lo porti pure a Toronto e con un certo successo. Se già state crucciandovi all’idea di cosa vi siete persi, pensate che non ho nemmeno ancora buttato giù il carico da novanta: Brendan Gleeson padre padrone e Rory Kinnear malvagio poliziotto. Discreto BOOM.

E qui schiumo di rabbia di fronte all’arroganza senza fine di Nicolas Winding Refn. Non è brutto in maniera devastante come Only Gods Forgives (ci mancherebbe pure), però per certi versi è ben peggiore. A livello visivo è lo stato dell’arte della tecnica cinematografica e della fighetteria autoriale hipster disponibile, ok, ma cosa c’è sotto? Il tentativo nemmeno nascosto di porsi come quello che può fare Suspiria ma meglio, quello che magari avrebbe pure un paio di correzioni a suggerire ad Argento.
Quello che dentro il suo delirio d’onnipotenza a tubi fosforescenti non ha capito che il Dario di quei tempi – pur senza tutti i suoi soldi e la sua boria – lo ha girato così perché voleva e pensava fosse la cosa migliore (e infatti).
Nemmeno l’aura di straordinaria gioventù e impalpabilità di Elle Fanning può coprire la pochezza narrativa di un film che alla fine cosa riesce a dire: la bellezza esteriore può trasformare in un mostro chi ce l’ha e chi non ce l’ha? Wow, sono colpita! C’era anche bisogno di tirare secchiate di sangue e glitter dorati addosso a Elle Fanning in scene che rasentano la masturbazione ossessiva del male gaze per esprimerlo, pensa te. Un film in cui il genere maschile è praticamente inesistente ed è di un maschilismo aberrante, usando le povere interpreti (brave o pietose che siano) come autentici manichini. No guardate, NO.

Qualcuno ha detto sovraccarico estetico? Continuiamo su questa scia di immagini patinatissime sotto cui si nasconde l’orrore con La Cura del Benessere. In sacrificio per te, Dane DeHaan. Anche questo è un mezzo macello, ma non provo ira verso Gore Verbinski, uno che si è raccolto i suoi bravi 40 milioni di euro per tirar fuori un thriller di produzione tedesca che definire leccatissimo non dà nemmeno vagamente un’idea dell’attenzione riposta nella forma e nell’estetica.
Quando poi si scarta la confezione però viene da mettersi le mani nei capelli, perché due ore e mezza di attenta costruzione del mistero e della tensione meritavano ben altra storia. E dire che con un Dane DeHaan sprezzante pronto a diventare il solito perfetto San Sebastiano di ogni sadismo registico di sorta e un Lucius Malfoy lì a portata dell’ennesima shipping disturbante della sua carriera serviva davvero un’idea da niente per portare a casa il film in maniera meno imbarazzante e involontariamente LOL, con la Svizzera delle cure termali che pare la Ex Jugoslavia in cui giovani punk loschi si aggirano per paeselli poco raccomandabili in cui nessuno parla inglese (eh?!). Invece no, due ore di tensione che si risolvono in una bolla di sapone e in un’irrimediabile eterosessualità suggellata da una scena di stupro così gratuita da squalificare quel poco di buono che era rimasto: sublimi fottuti cervi metaforici e mattonelle bianche in HD.

Forse il film più bello della selezione, a riprova che il cinema europeo non bisogna mai perderlo di vista, che ci mette un attimo a sfornare un attore che esordisce da regista e vince una strage di Goya con un film bello e criminale, duro e tagliente, che parla d’amore e redenzione e ineluttabilità del destino. Pare si esordisca così. Lo chiamiamo col suo titolo spagnolo, Tarde Para La Ira, perché ne abbiamo piene le scatole dei titoli mezzi allusivi e mezzi spoiler, che banalizzano film che, sin dalle loro incredibili scene d’apertura, banali proprio non sono.
Pensate un po’, è Raúl Arévalo, uno degli attori protagonisti del bellissimo La Isla Minima, ad aver girato (e recitato in) questo incrocio tra Il Segreto dei suoi occhi e The Marshland stesso. Girato a spalla, sgranato, duro e ben recitato: una gran bella storia criminale. Una di quelle che puntualmente vediamo nel cinema italiano migliore [RECE]

Da morigerata amante del genere, di John Wick 2 ho apprezzato moltissimo due scelte. La prima è di prestare la massima attenzione al proprio pubblico, evitando quelle svolte piacione che vogliono essere trasversali ma che finiscono per scontentare tutti. John Wick 2 è un film dedicato a quanti amano pellicole come John Wick, punto. La seconda è ancor più lusinghiera e rara, data la continua lagnanza presente a riguardo in questo stesso post: azzecca entrambi i personaggi femminili del sequel. Da 45enne Claudia Gerini asfalta la 50enne Monica Bellucci in qualità di femme fatale nel blockbusterone statunitense: appare 5 minuti scarsi ed è una delle poche a tener testa all’Uomo Nero, a prendere le proprie decisioni; altro che vedovona di Skyfall. La sicaria che eleva la sua disabilità a coolness dimostra che chi si sa guardare in giro ha imparato la lezione di Kingsman. Così si fa la social justice. [RECE]

Qui facciamo partire il consulto su un caso cinematografico inspiegabile: ma come ha fatto Robert Zemeckis ha tirar fuori un thriller di spie della Seconda guerra mondiale così noioso, piatto, prevedibile e moscio con tutto ‘sto popò di materiale di partenza? Marion Cotillard e Brad Pitt avrebbero dovuto essere così hot insieme da rivelarsi la causa  della fine del Brangelina, invece dopo aver visto il film in cui hanno la chimica che intercorre tra un comodino e una capra direi che lo scartiamo a priori, come gossip. Lui non è che sia poi mai stato questo portento della recitazione, ma qui sono arrivata persino a dubitare di lei.
Zemeckis stesso, un tempo pioniere delle tecnologie, qui è irriconoscibile: la torrida scena d’amore nella tempesta di sabbia sarebbe stata un brutto esempio di CGI un decennio fa. Nel 2017 è un abominio assolutamente inaccettabile.
A salvarsi sono solo i costumi, leccatissimi quanto vuoi ma stupendi, che hanno due indossatori frigidi d’eccezione. [RECE]

Ai soliti eroi che sono arrivati a leggere sin qui rivolgo un sentito grazie per il feedback sull’episodio 2. Merito e colpa vostra se oggi insomma siamo qui a parlare di queste finissime pellicole. A presto! 

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