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Se ne stava lì indisturbato sulla mia mensola dal tardo 2014: questo è lo sconcertante potere di una copertina che sembra una brutta fan art di 12 Anni Schiavo. Avevo giurato e spergiurato che, solo come atto di principio, avrei affrontato A Stranger in Olondria nel 2017, ma dentro di me temevo che fosse uno di quei tomi rilevanti nella sua finestra temporale di dibattito che, scaduto il tempo massimo, perdono quasi la loro valenza.
Mi sbagliavo. Del tutto. Il vincitore del World Fantasy Award 2014 è un romanzo notevole e un esordio davvero straordinario, che gode di una fama piuttosto contenuta nella quantità (non nella qualità) solo per via della casa editrice microscopica che lo sostiene e pubblica, la Small Press Beer. Lo stile è diverso, ma la sensazione di lettura è simile a quella data da Jonathan Strange e Mr Norrell: più giri le pagine e più sai di star leggendo una gemma che racchiude anni e anni di lavoro.

Ci avevo visto giusto a riguardo. Come spiega l’autrice Sofia Samatar – statunitense di cittadinanza ma somala d’origine e con profondi legami con l’Africa – la stesura di questo intenso coming of age è durata appena un anno, ma il libro non ha visto le stampe prima del decennio successivo. Scritto originariamente in lingua Yambio e tradotto e rifinito nei 10 anni trascorsi in Sud Sudan, A Stranger in Olondria è un caleidoscopio di influenze, alcune vicine, altre sconosciute ed esotiche.

Il fluire delle frasi e la loro composizione sono semplicemente eccelsi: Sofia Samatar ha un stile ricchissimo e sempre a contatto con i 5 sensi (soprattutto l’olfatto), forse troppo sofisticato per piacere a tutti, ma indubbiamente maturo e ricercatissimo. Un po’ come una pietanza speziata, se trova l’assaggiatore che non ha difficoltà ad adattarsi al sapore, rivela un insperato e delicato equilibrio di componenti. Il sapore immediatamente riconoscibile per il lettore occidentale è quello dei classici letterari europei di stampo fantastico, quelle produzioni a cavallo tra ‘500 e ‘700, oltre a evidente amore per il grande romanzo classico del Vecchio Continente. Non posso dirmi esperta di quelle latitudini letterarie, però mi sono risultate molto africane (alla Stannis) sia le favole e leggende fantastiche che spesso i protagonisti offrono agli interlocutori al posto di risposte ai loro quesiti sia l’accento posto sulla tradizione del racconto orale, la magia delle storie tramandante per secoli e che prendono vita davanti a un focolare.

Per quanto riguarda la trama invece è una di quelle che mi piange davvero il cuore nell’anticiparvi, perché nelle sue 380 pagine scarse il protagonista Jevick matura in maniera così radicale e dolorosa che ti sembra di seguirlo da una vita e non da un romanzo. Lo straniero a Olondria è lui, anche se ci arriva avendoci già trascorso intere giornate, grazie ai libri dello schivo e silenzioso maestro Lunre, che gliene ha insegnato la lingua. Jevick approda al porto della capitale Bain per vendere il pepe prodotto nella sua isola tropicale e rincasare dopo mesi via mare, ricoperto di ricchezze e colmo di esperienze, come faceva suo padre prima di lui.

Once you have built something – something that takes all your passion and will – it becomes more precious to you than your own happiness. You don’t realise that, while you are building it. That you are creating a martyrdom – something which, later, will make you suffer.

Dopo aver partecipato a un rito pagano e esoterico simile a un baccanale, avviene la più grande delle sventure e delle occasioni: lo spirito o il fantasma di una giovane ammalata incontrata sulla nave verso Bain, Jissavet, comincia ad apparirgli. Nella tradizione olondriana queste visioni sono al centro di un culto orale e pagano reso illegale dall’attuale governo, basato su leggi e cultura scritta. Mentre Jevick fa i conti con queste apparizioni che lo segneranno per sempre e mentre il fantasma lo perseguiva facendogli una richiesta che lui non vuole ottemperare, un gioco di potere si scatena attorno a lui, imprigionato dalle autorità che lo considerano un pericoloso santone fuorilegge, liberato e sfruttato dai capi del culto ribelle, che lo considerano un santo.
Jevick avrà così quel viaggio per le terre di Olondria che ha sempre sognato, segnato però dalla sua drammatica situazione personale, dalla conoscenza di territori e regioni radicalmente diversi tra di loro, dal racconto dell’incredibile e drammatica breve vita di Jissavet, proveniente dall’isola dove è nata la madre di Jevick.

But preserve your mistrust of the page, for a book is a fortress, a place of weeping, the key to a desert, a river that has no bridge, a garden of spears.

A Strange in Olondria è così ricco di temi che potrei andare avanti a scriverci un ciclo di post: è una storia d’amore struggente, un coming of age di rara intensità, un romanzo fantastico di alta letterarietà, un crogiuolo di storie e leggende africane, una filosofica riflessione sull‘inconciliabilità della tradizione orale e scritta, una cronaca di viaggio eccezionale che, nel narrare la fascinazione per una terra lontana, finisce per ritrarne fedelmente tre: Olondria, l’isola di Jissavet e quella dove seguiamo Jevick da fanciullo. Certo, la sua ricchezza descrittiva ed espositiva è tale che talvolta ci si sente sopraffatti, ma è un meritatissimo vincitore del premio più importante a livello internazionale nel settore fantastico, che con il sostegno di una casa editrice più influente avrebbe fatto ancora di più la differenza.

Per me è stata una lettura incredibile e memorabile, di quelle che cambiano il protagonista e il lettore. A chi non ha problemi in lingua inglese e pensa possa essere nelle proprie corde, lo consiglio vivamente. Sulle speranza di vederlo tradotto in italiano dovrei spendere la prima nota autenticamente negativa del post.

[credit illustrazione]

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