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Arrivo ben oltre il limite massimo, quindi è obbligatorio porsi una domanda preliminare: dopo essere entrata nei 10 autori più meritevoli del 2016 per il Corriere della Sera (e anche nella mia top ten) ed essere stata tra i protagonisti della blogosfera letteraria italiana, ho qualcosa di rilevante da aggiungere alla valanga di recensioni e riflessioni già pubblicate su La Vegetariana, vincitore dell’International Booker Prize 2016?
A trarmi d’impiccio ci ha pensato l’editoria inglese, che ha già pubblicato il volume che Adelphi ha promesso per il 2018 in italiano, Human Acts. Con a disposizione due romanzi dell’autrice e la partecipazione di un incontro in cui li presentava a Milano, è molto più semplice raccontarvi chi è questa donna minuta dalla voce appena udibile eppure diventata portabandiera e apripista della misconosciuta letteratura sudcoreana nel mondo.

Tutto è cominciato per caso, con una studentessa di nome Deborah Smith che, per mettere alla prova il suo coreano, comincia a leggere qualche romanzo in lingua originale. Alla fine s’imbatte nel libro sensazione del 2007, La Vegetariana. Lo legge e se ne innamora, per allenarsi lo traduce in inglese. Alla fine prova a proporlo a una casa editrice e quelli dicono di sì. Finirà per scambiare lunghe mail con Han Kang stessa, sistemare la traduzione e lanciare la scrittrice sudcoreana ad oggi più letta al mondo.

Penso che gli umani dovrebbero essere piante. Stregata da quest’affermazione di un intellettuale sudcoreano, la giovane poetessa scrive nel 1997 una storia breve che racconta di come una donna si trasformi in un albero. Un decennio più tardi diventa una libro diviso in tre parti e tre punti di vista che osservano sgomenti la discesa nel territorio della follia di Yeong-Hye, una donna e moglie appena dissonante dal conformismo sudcoreano, quasi normale, quasi invisibile. Una notte arriva un sogno spaventoso e con esso il proposito di non toccare mai più carne. Non è un pensiero etico o ambientalista, è il primo passo di un percorso radicale che la donna compie per svuotarsi della propria umanità e della violenza insita nella stessa, anche se significherà impazzire e morire.

La sua scelta radicale è resa ancor più enigmatica dal fatto che a narrarla sono tre congiunti e osservatori esterni, che non riescono proprio a spiegarsela. Il primo è il marito, un essere umano orrendo che reagisce con fastidio e violenza alla ribellione della donna rispetto ai comandamenti della società coreana. Il secondo è il cognato, affascinato dalla selvatichezza della donna come da un animale raro, pronto a sfruttarne la follia per esaudire le proprie perversioni. La terza è la sorella dall’altra parte dello spettro, dalla capacità sovraumana di incontrare sempre le aspettative su di lei. Se è vero che la prima parte colpisce come uno schiaffo e la seconda contiene delle immagini allegoriche di una bellezza carnale, la terza è quella che chiarisce il messaggio di Han Kang, che sospinge fino all’estremo la ribellione silente di Yeong-Hye ma anche la capacità della sorella di affrontare le aspettative la cui pressione ha spinto al congiunta fuori dai binari.

Se dovessi scegliere il mio preferito tra i due romanzi di Han Kang che ho letto, sceglierei di certo La Vegetariana. Non è detto che sia il migliore, ma riunisce in sé molte caratteristiche che amo della letteratura orientale, a cui è certamente più vicino e simile di quella occidentale. È lungo poco più di 200 pagine e ha uno stile rifinito come un racconto breve e una lingua essenziale, tagliente, che del suo minimalismo fa la sua eleganza. A piacermi è la componente allegorica e onirica (che farei leggere a Murakami, con quelle sue visioni fuffa senza capo né coda), a colpirmi più che la storia in sé sono i dettagli crudeli e violenti di una vita quotidiana data per scontata nella sua forma persino dall’autrice.

Human Acts però è forse l’approccio più diretto e potente che un lettore italiano può avere con i contenuti che stanno più a cuore all’autrice, perché una ricostruzione storica accurata dei terribili anni ’80 del Sud Corea non ha bisogno d’interpretazioni di sorta. Non vorrei proiettare la mia ignoranza personale sulla collettività occidentale, ma immagino che quando si parla di storia sudcoreana recente da noi, la mente voli agli anni ’50 e alla guerra delle due coree, anche solo per il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e per la rilevanza strategica che ebbe quel conflitto per la prima parte della Guerra Fredda.
Da discreta conoscitrice di cose giapponesi ho una certa familiarità anche con il periodo colonialista giapponese e con i macelli combinati dall’impero nipponico fino a quando due bombe atomiche cancellarono in Occidente il ruolo di aguzzino che il Sol Levante ebbe nel sud asiatico durante tutto il secondo conflitto mondiale.
Mi ha molto impressionato leggere di quella che di fatto è stata una dittatura consumatasi prima e dopo la sua instaurazione nel sangue in Sud Corea, che non ha mai avuto una cesura così netta con quel passato che è oggetto di un silenzio assordante ancor oggi, tanto che il romanzo di Han Kang pubblicato nel 2014 ha fatto scandalo innanzitutto perché ne parlava apertamente.


Prima di parlare del romanzo in sé quindi forse è meglio chiarire bene cosa successe e soprattutto quanto la Corea del Sud di oggi sia intimamente legata a quella del 1979, quando l’allora presidente Park Chung-hee– classico dittatore di stampo militare come ne hanno conosciuti anche la Spagna e la Grecia nel ‘900 – venne assassinato 18 anni dopo aver preso il potere con un colpo di stato. Particolare non da poco: la ex premier sudcoreana Park Geun-hye, appena travolta da impeachment, è la figlia di Park.
La popolazione, le frange dei comitati studenteschi e gli attivisti politici pensarono che fosse arrivato il cambiamento e cominciarono le proteste di sindacati e studenti all’indomani della morte di Park.
Il governo ancora in corso di riorganizzazione risposte rafforzando lo stato di legge marziale. Il 18 maggio 1980 gli studenti dell’università Jeonnam, nella cittadina di Gwangju, scendono in piazza: la polizia ha l’ordine di aprire il fuoco e dare il via alle violenze, che porta ad un numero imprecisato di arresti e morti. Nei mesi successivi molti dei tanti desaparecidos finiranno in strutture segrete, torturati in maniere indicibili e solo in seguito liberati. Sulle fosse comuni in cui vennero nascosti i corpi, si cerca e si studia ancora.

Han Kang ai tempi è una bambina e sente gli adulti parlare sottovoce, preoccupati. Qualche tempo dopo scopre per caso un libro ben nascosto nella biblioteca di casa, un libro proibito: una raccolta fotografica di scatti terribili, che qualche reporter straniero realizzò nei giorni della rivolta e riuscì a far pubblicare all’estero. Han Kang adulta pone se stessa in coda alla galleria di ritratti con cui Atti Umani racconta l’influenza indelebile e spesso taciuta che quel maggio di sangue ebbe sulla vita della nazione.
Il romanzo è puntualmente storico ma si sente anche la mano di una scrittrice che, come tanti compatrioti, ha mosso i primi passi nel mondo della poesia (genere amatissimo e molto popolare in Sud Corea). Ogni capitolo è narrato da una voce differente e talvolta inaspettata: il secondo ad esempio vede per protagonista uno spirito ancora legato al suo cadavere, imprigionato sotto una pigna impressionante di corpi accatastati, che i soldati si preparano a seppellire di nascosto in una fossa comune. Non è un libro denuncia alla Lo Stupro di Nanchino, non punta sulla violenza di quanto successo per imprimersi violentemente nel cervello del lettore. È duro, durissimo, ma è anche riflessivo e in qualche modo universale per come racconta la fragilità dell’essere umano, di quei giovani che con le loro storie passate e presenti testimoniano la ferita indelebile, il prima e il dopo quella violenza irresistibile e impossibile da superare.

Tra i capitoli che mi hanno colpito di più c’è per esempio quello di una sopravvissuta che vive come una violenza la richiesta cortese ma insistente di un ricercatore di raccontargli quanto successo. Han Kang rende chiarissimo quel sottofondo di meschinità inconscia nelle parole di lui e lampante quanto il silenzio in cui si è trincerata lei (simile a quello dei sopravvissuti all’Olocausto che rimasero in silenzio per decenni) non è dettato dalla paura, ma è un vero e proprio meccanismo di difesa, specialmente verso gli estranei.
Nel dopo Gwangju raccontato dai personaggi che vivono il presente c’è soprattutto l’impossibilità di entrare davvero in contatto con quanti non hanno vissuto quell’esperienza. Stare insieme è una tortura, perché significa rivivere quanto sopportato assieme, eppure è anche l’unico modo per sentirsi compresi.

In attesa di leggere i suoi prossimi lavori in corso di traduzione in inglese, non posso che consigliarvi i suoi due romanzi già tradotti in Italiano, per far un po’ di luce sulla parte invisibile e controversa del Sud Corea, quella che nei prodotti pop che lo hanno reso celebre a livello internazionale (kpop, kdrama e lungometraggi) raramente sale a galla.

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