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Un romanzo young adult con protagonista una avida scrittrice di fanfiction slash mi sono sentita in dovere di leggerlo. Ci ho messo tre anni e passa a decidermi e nel frattempo Fangirl di Rainbow Rowell è diventato quasi un titolo generazionale per quanti sono appena usciti da un’adolescenza il cui filo conduttore è stato l’incredibile fenomeno letterario e sociale di Harry Potter, il cui fandom ha avuto un impatto non secondario sulle vite e relazioni passate e presenti.
Con il suo mix di tematiche young adult, intreccio sentimentale e fandom, Fangirl si è assicurato una fanbase solidissima anche qui in Italia, generando persino uno spin-off dedicato alla fanfiction scritta dalla protagonista.
Cosa ne penso io, fangirl a mia volta e anagraficamente appartenente a quella generazione ma finita già da allora su lidi alternativi e ben più strani? In sintesi: bene, ma non benissimo.
Cath e Wren sono due gemelle che stanno per lasciare la casa del padre pubblicista e avventurarsi nella vita del college. Proprio all’indomani di questo passato scolastico che traghetta gli adolescenti americani nell’età adulta, la gemella più estroversa e socievole decide di rendersi indipendente dal rapporto quasi simbiotico che la lega alla sorella introversa e fanfictionara, cercandosi una compagna di stanza sconosciuta, un nuovo giro di amici e un optando per un deciso taglio di capelli che la distingua nettamente.
Se conoscete un po’ la filosofia di Tumblr, approdo sicuro per la generazione che il libro tenta di raccontare, avrete già intuito che Fangirl prende le parti e il punto di vista di Cath, la metà introversa e insicura della coppia, che si ritrova sola al college a cui non era nemmeno troppo sicura di voler andare, alla mercé di una compagna di stanza che apre la porta a calci e del suo ubiquo e socievolissimo fidanzato/amico, che progressivamente comincia a interessarsi della matricola silenziosa che passa le sue serate divisa tra i compiti del corso di scrittura creativa e la sua eterna, amatissima fanfiction: Carry On.

Cath è la fangirl e la protagonista di quello che è al contempo un coming of age classico, lo sbocciare di una storia d’amore davvero importante e il raggiungimento del punto di rottura da parte di una famiglia con tanti problemi e non detti. Il college come sempre è il motore di una rivoluzione che, costringendo la protagonista a cambiare la propria vita, genererà le situazioni via via più drammatiche che la costringeranno a pensare a che tipo di adulto vorrebbe diventare.
In questo senso il romanzo fuga da subito la preoccupazione che la presenza di fandom online e fanfiction sia un espediente superficiale, usato come paravento dall’autrice per condannarne la superficialità e costringere la protagonista ammetterne i limiti e ricusandolo (l’approccio vecchio bacucco che viene a dire ai Millenials come vivere, insomma). Anzi, è evidente come Rainbow Rowell la sua quota di fanfiction se le sia lette, spinta da curiosità e passione più che da fredda ricerca di materiale.

I’d rather pour myself into a world I love and understand than try to make something up out of nothing.

Un altro dei punti di forza di Fangirl è come rifugga due degli stereotipi più ricorrenti dei romanzi di formazione ambientati al college. Non siamo infatti in una di quelle università blasonate dove riesce a entrare 1% dei secchioni o di chi ha gli agganci giusti, bensì nel campus della University of Nebraska–Lincoln, lontana sia dagli Stati Uniti snob sia dagli stati interni che letterariamente vengono sfruttati solo per guardare il degrado umano negli occhi™. A popolarne dormitori e corridoi ci sono studenti tutto sommato normali, che frequentano facoltà differenti da matematica, economia e letteratura inglese, che lavorano da Starbucks e vanno alle feste, ma tutto sommato studiano anche per gli esami.
Questa sorta di “normalità” popola anche l’esperienza dei suoi studenti che vanno ai party e si ubriacano sì, ma senza che il racconto divenga ostaggio degli eccessi delle confraternite o al contrario dell’ossessione per la fama e il successo letterario/tecnologico o economico. Non stanno nascendo geni della letteratura e nessuno sta creando il nuovo Facebook, o almeno, non c’è nell’aria quell’odore persistente di straordinarietà e predestinazione. Il che per un romanzo che si classifica come young adult ma che non rifugge crisi tipiche da veri e propri adulti, non è un traguardo da dare per scontato.
Fangirl è invece chiaramente radicato nel suo genere non per la propria storia, bensì per quei risvolti della stessa che ritiene davvero importanti: la famiglia e i rapporti umani, sfidare i propri limiti e le proprie paure, accettare e rivalutare ciò che è diverso, creare una propria morale attraverso cui compiere le scelte, anche quelle più difficili.

Dove a mio modo di vedere proprio pecca è nel ritrarre il fandom, passaggio che non ho trovato intrinsecamente negativo, ma poco soddisfacente e tutto sommato lontano dalla mia esperienza di adolescente che fruisce fanfiction. Cath in Fangirl occupa una posizione molto neutra e distaccata nel fandom, quasi artificiale. Ha questo bisogno quasi compulsivo di scrivere la sua monumentale fanfiction che ha decine di migliaia di lettrici e persino una linea di magliette dedicata, eppure in 500 e passa pagine non cita mai un utente, non dialoga mai con le sue ammiratrici se non nella posizione di consapevole superiorità di chi fornisce e non fruisce.
L’unica persona con cui ha un vero e proprio rapporto è la sorella Wren. L’ho trovato un ritratto poco rappresentativo di una generazione che sì legge e scrive fanfiction online, ma dalle stesse ricava proprio una rete di amicizia e interscambio personale che è la ricchezza del fandom stesso, quello che ti porta ogni giorno a collegarti e aggiornarti sulle novità. La generazione del fandom di Harry Potter non stava con la compagnia del muretto non perché preferisse il computer alle relazioni umani, ma perché attraverso gli strumenti di internet ha avuto per prima la possibilità di relazionarsi con persone affini per pensiero e animo, anche se geograficamente lontane. Tutto questo in Fangirl non esiste, tanto che trasformando la fanfiction Carry On che lei scrive online in una forma creativa disconnessa dalla Rete, il risultato non cambia.

There are other people on the Internet. It’s awesome. You get all the benefits of ‘other people’ without the body odor and the eye contact.

A legare Fangirl alla generazione Harry Potter non è il costrutto fandomico – in realtà piuttosto datato, ad eccezione di alcuni particolari citati a mo’ di abbellimento- quanto piuttosto l’oggetto d’ossessione. Simon Snow è una saga fantasy letta in tutto il mondo che vede come protagonista un giovane mago imbranato e il suo aitante amico/nemico vampiro, in un costrutto che per tempi e per modi non può non far pensare a Harry Potter, anche a chi proprio non non abbia presente cosa sia Tumblr. Harry Potter nel mondo di Cath esiste e viene citato brevemente per questioni di copyright*, ma il romanzo racconta un fenomeno comune ai fandom: la grande produzione di materiale alternativo al canone quando questi s’interrompa per lungo tempo. Vedi per esempio le migliaia di fanfiction che immaginarono il dopo The Reichenbach Fall in attesa della terza stagione di Sherlock BBC o i tanti finali alternativi a Harry Potter e i Doni della Morte. Fangirl è ambientato proprio nei mesi finali di attesa per il volume conclusivo di Simon Snow, mesi in cui Cath tenta di affrontare l’allontanamento della sorella e la vita piena di relazioni sociali del college portando avanti la sua fanfiction.

Cosa pensi davvero di questa forma di scrittura creativa l’autrice viene fuori non a caso quando Cath si scontra con l’adulto della situazione, una docente di scrittura creativa tra gli insegnanti più idioti e involontariamente malefici mai scritti in un romanzo. La stessa che la rimprovera aspramente per aver usato due personaggi fittizi per scrivere un inedito, perché non è stata originale. La stessa che la blandisce con maternalismo spiegandole che le fanfiction sono un mezzo e non un fine, che sono appropriazioni indebite dell’opera altrui, che nella letteratura ciò che conta è il reale e personale, non invenzioni fantastiche da romanzo fantasy. Insomma, fangirl va bene, ma solo fino a quando decidi di fare sul serio e scrivere Vera Letteratura. Povero Ariosto, povero Dante, poveri tutti quelli che guidati dall’ammirazione verso le storie e i personaggi che amavano, hanno scritto le ficcy più amate della storia della letteratura.

Rainbow Rowell

L’altro enorme difetto di Fangirl è invece figlio proprio del fandom stesso e della sua filosofia ed è il culto dell’introversione. Sia chiaro: è meritevole come tra le giovani generazioni si siano sdoganati tanti luoghi comuni che ingabbiano le persone, tra cui c’è sicuramente la visione della timidezza come intrinsecamente debole e negativa. Da qui a dividere tutti i protagonisti del romanzo tra introversi al limite del patologico (Cath e il padre con problemi mentali) e estroversi assoluti come Wren, Reagan e Levi, c’è di mezzo una scala di grigi infinita che sembra non esistere. Il punto è che una persona può essere estroversa e non amare le feste e le sbronze, avere facilità di rapporti con gli altri ma comunque provare imbarazzo e timidezza in alcune circostanze specifiche e questo spesso Tumblr e Rainbow Rowell sembrano ignorarlo.

In questo senso il personaggio di Wren è superficiale e offensivo: la sua ricerca d’indipendenza – che sarebbe tutto sommato sacrosanta – diventa ben presto una parabola autodistruttiva etichettata dalla stessa autrice come una sorta di introversione al contrario. Wren quindi si ubriaca e fa la facile perché come Cath è traumatizzata dal divorzio brutale dei genitori. Questa spiegazione non solo rende il personaggio di Wren debole e superficiale, ma lo ammanta di un egoismo e di una crudeltà esclusive, finendo per rendere Cath la parte “giusta” della coppia, quando invece sembrano entrambe equidistanti dall’equilibrio che disperatamente cercano. Cath insomma è l’ennesimo personaggio introverso nel senso di sensibile e moralmente retto, anzi peggio: è l’ennesimo personaggio Gesù Cristo che riesce ad avere un coming of age spingendosi vicinissimo a fare qualche errore, ma senza mai esserne responsabile. Ma di questo riparleremo nella recensione di Baby Driver di Edgar Wright.

Ci shippo qualcuno? Tutti i capitoli di Fangirl sono introdotti da un estratto dalla saga fittizia di Simon Snow o da passaggi delle fanfiction scritte dalla protagonista. Ho trovato esaltante, divertente e perfetto il passaggio in cui Cath tenta di spiegare al “non iniziato” Levi le logiche contorte ma a loro modo coerenti del vedere il presunto sottotesto omoerotico, fino a quando pure lui apre gli occhi e comincia a shippare Simon e Baz. Questo perché probabilmente la stessa Rainbow Rowell ha vissuto a sua volta questa evangelizzazione e riesce a rappresentarla molto bene (ahhh, quel magico momento in cui passi dall’ascoltare quelle pazze che vedono sottotesti omo a vederli pure tu!). Da qui a scrivere cose che generino i suddetti sottotesti ce ne passa, tanto che se dovessi giudicare la saga di Simon Snow dai passaggi letti mi sembrerebbe una delle più babbe mai scritte: molto meglio le fic di Cath! Insomma, più che soddisfare le fangirl vere e proprie (lì citofonerei Comunque Vada non Importa, o altri titoli di cui parleremo a breve) secondo me può fungere da buona immedesimazione per lettori (di fanfic) occasionali e generazioni precedenti che tentino di raccapezzarci.

*Semplificando molto, nel mondo anglosassone la legge sul diritto d’autore è molto più stringente. Anche ispirandosi liberalmente a qualcosa, se viene citato chiaramente il lavoro altrui – anche solo come fonte d’ispirazione – bisogna pagare i diritti d’autore. Quindi citare apertamente l’esistenza di Harry Potter è un ottimo modo per pararsi le chiappe legalmente. 

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