Tag

, , , , , , , ,

Dunkirk è la gioia di ogni recensore, indipendente da quanto e se gli sia piaciuto il primo approccio di Christopher Nolan all’epica drammatica militare. È un film descrivibile da così tanti punti di vista che se ne potrebbe scrivere per settimane, senza mai ripetersi. A livello tecnico è un tripudio di scelte coraggiose (girare in IMAX e su pellicola 70mm, per la gioia del bilancio annuale di Warner Bros) che molto più che in passato rivelano di avere un ottimo motivo d’essere, molto più di altri capricci nolaniani. Stavolta è una vera fortuna che Nolan sappia di essere un regista a cui il suo studios non gli dirà mai di no. A livello d’incassi e di Oscar, Dunkirk è già un case studies per questo 2017 tutt’altro che trascurabile a livello estivo, che vede uno dei film più “seri” di Nolan approdare al cinema lontano dalla stagione del premi, ma con delle recensioni che lo candidano già come uno dei titoli di testa della corsa alla stagione dei premi. Di materiale per saggi e video essay insomma ce né in abbondanza.

Dato che poi le recensioni non mancano, stavolta voglio parlarvi del film da una prospettiva molto personale. Prima però fughiamo ogni dubbio: da estimatrice piuttosto tiepida di Nolan e da critica dei suoi ultimi lavori, posso dire con sincerità e tranquillità di aver visto un grande film e non solo per scala produttiva. Idee, script, mezzi e messaggi non mancano e, dato il coraggio produttivo dietro questa operazione e l’episodio non così noto che racconta, credo valga davvero la pena per tutti, cinefili e non, di andare al cinema e vedere un film a suo modo davvero memorabile*.
Devo dire che tra gli aspetti che mi hanno colpito di più della visione del nuovo film di Nolan uno è legato a un processo storico e culturale, ovvero: mi ha fatto una certa impressione vedere un film sulla Seconda guerra mondiale in cui gli Stati Uniti solo del tutto assenti e con loro tutta l’impostazione narrativa che questo genere di film solitamente presuppone. Il che rende molto tangibile un fatto conclamato ma spesso così interiorizzato che non lo percepiamo realmente: quanto l’imperialismo culturale e cinematografico statunitense ci abbia abituato ad associare a una certa storia una certa cornice narrativa e un certo tono.

Stiamo parlando di Seconda guerra mondiale, un grande salvataggio e di un’operazione mastodontica che si svolge su una spiaggia, minacciata dall’incombente arrivo dei Tedeschi: molti grandi cineasti del cinema statunitense contemporaneo hanno girato il loro “film di guerra” a partire dagli stessi elementi negli scorsi decenni, eppure Dunkirk segna innanzitutto uno stacco da quel tipo di narrazione e evidenzia impietosamente come topoi ormai interiorizzati dal genere siano in realtà scelte politamente e cinematograficamente consapevoli.
Laddove il cinema americano non può prescindere dalla retorica per sottolineare la dimensione gargantuesca degli eventi, Dunkirk mantiene un distacco quasi documentaristico. L’episodio storico narrato dagli statunitensi deve venire necessariamente filtrato attraverso il punto di vista dei singoli e l’esaltazione di un personaggio unico e speciale (spesso un eroe), mentre Dunkirk è un film collettivo e il più impersonale possibile, che mantiene tutti i personaggi sullo stesso livello di comprimari: l’azione simultanea sui tre campi visivi e narrativi (spiaggia, acqua e cielo) è la vera protagonista, i singoli soldati sono i frammenti che servono per comporla.

In tutto questo il film per toni e modi mi ha molto ricordato la produzione letteraria inglese del dopoguerra. Non conta tanto l’autore o il genere, ma proprio quel periodo specifico in cui il concetto di “l’inglesità” di un tempo vacilla e per riflesso nelle voci narrative si fa molto più forte la sua eco (io amo molto in questo senso il primissimo John Le Carré ma di esempi ce ne sono a decine). Dunkirk si concede sul finale qualche minuto vagamente celebrativo e un messaggio forte diretto alla propria patria. Il soggetto di tanta ammirazione per cui Nolan si sbilancia in un giudizio dopo un film così equolibrato ed equidistante è proprio la compostezza e l’umiltà con cui l’Inghilterra affronta una disfatta rischiarata dall’aver evitato per un soffio un’ecatombe.

Non è che tutti i rappresentati inglesi nel film siano sempre dignitosi e moralmente retti, ma un dignità collettiva di fondo esiste. Dunkirk è estremamente efficace nell’instillare quel sottile senso di precarietà imprevedibile del campo di battaglia, dove sei costantemente sull’orlo del baratro. Eppure tu spettatore e lui soldato non riuscite a rimanere perennemente focalizzati sul pericolo di morte imminente, che invece è sempre alle spalle e lo dimostra con crudele tempismo, tanto che pur sapendo già che il lieto fine c’è, in più passaggi si fatica a credere che possa arrivare.

Per questo motivo la tensione sottile del film corrode anche lo spettatore, lo tienecostantemente sul chi vive, rendendo in maniera vividissima la disperazione di questi soldati e dei loro comandati, acuita dal fatto che la salvezza è persino geograficamente a portata di sguardo, eppure inafferrabile. Un momento prima sei tra i pochi fortunati che sembrano essersi messi in salvo, in quello dopo la posizione sicura guadagnata con tanta fatica diventa una trappola mortale.
In questo senso Dunkirk è un film universale, che contiene ogni tipo umano (spesso in un solo personaggio): il codardo, l’approfittatore, il bugiardo, il buono, il generoso, il coraggioso e via dicendo. Non vorrei sbagliarmi ma è emblematico il fatto che i tedeschi non vengano mai nominati in quanto tali, quanto piuttosto appellati come un generico nemico. Nemico che mai si vede davvero eppure è presente, minaccioso e mortale, ma non viene mai ritratto come il cattivo della situazione, quanto piuttosto la parte opposta e avversaria.

Se tutto ciò è possibile è soprattutto merito dello sceneggiatore e regista Christopher Nolan e soprattutto di quello di cui ha deciso di fare a meno. Procedendo per sottrazione, Nolan ha reso più efficace Dunkirk non aggravandolo del peso della sua personalità scomoda e ingombrante, rendendo leggerissimo il suo tocco e quasi nullo il suo intervento. È un Nolan più british del passato, meno autoriferito e meno compiaciuto, sinceramente interessato alla storia che racconta e capace del distacco necessario per lasciarla da sola sulla scena.
Non guasta poi il fatto che il budget richiesto per girare questo mastodontico film in IMAX e 70 mm abbia imposto dei limiti temporali precisi, impedendogli di concedersi scene assolutamente non essenziali solo per il gusto di.

*Io di mio ho avuto la fortuna di vederlo nella sala Energia dell’Arcadia di Melzo, recentemente premiata come miglior sala cinematografica d’Europa. A parte l’impianto audio/video semplicemente mostruoso, l’aspetto davvero pregevole è stato quello di vedere effettivamente il film proiettato dalla pellicola. Il mio consiglio se vivete nei paraggi è di andare senza ombra di dubbio lì (e contate che io non vivo *esattamente* nei paraggi, anzi, è un bel viaggetto!): è stato assicurato che ci saranno giornalmente anche proiezioni in lingua originale, anche se in questo caso non è così essenziale perché non è che si parli un granché in effetti.
Anche per l’IMAX, è un film per cui vale davvero la pena di spendere qualcosa in più, se siete tra i pochi fortunati a vivere vicino a una sala che supporta questa tecnologia in Italia. Soprattutto perché troppo spesso i film girati con questa tecnica sono popcorn movie impressionanti dal punto di vista tecnico ma aridissimi sotto l’aspetto contenutistico, mentre qui non è proprio il caso.


Annunci