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Secondo anno da accreditata al Festival di Locarno: dopo le interviste prestigiose che vi ho postato nei giorni scorsi e il delirio fotografico dei famosi sul red carpet che ha monopolizzato Instagram, è arrivato il momento del Listone recensioni.
A livello personale e professionale, sono molto contenta del bilancio finale di questa edizione: un po’ perché sapevo a cosa andavo incontro, un po’ perché mi sono organizzata meglio, stavolta sono riuscita a vedere più film ma soprattutto seguire molti più eventi rilevanti (dai red carpet alle conferenze stampa). Quando cresci a pane e Windows Media Players la voglia di editare non ti passa mai, per cui vi segnalo questi quattro minuti di video racconto della mia Locarno 70:

Anche la produzione di pezzi è stata più ingente e meglio calibrata sul pubblico delle testate per cui ero accreditata: vi consiglio di dare un’occhiata sia su MondoFOX sia su FOXLife, dove sono usciti un paio di pezzi niente male.

Ovviamente la parte del leone (anzi: del Pardo!) a livello personale l’ha fatta l’intervista a Olivier Assayas e ancora mi brillano gli occhi al solo pensiero, però è giunto il momento di parlare della scorpacciata di film autoriali, strani e sorprendenti che ho intercettato quest’anno. Rimane il cruccio di non poter seguire in maniera più organica la manifestazione, un po’ per questioni logistiche ed economiche, un po’ perché i film, oltre che a vederli, bisogna anche recensirli e per farlo bene ci vuole tempo. Il momento è quindi arrivato: che inizi il Listone di Locarno 70!

DEMAIN ET TOUS LES AUTRES JOURS di Noémie Lvovsky (Piazza Grande)
Noémie Lvovsky è un’attrice e una regista francese con parecchia esperienza in entrambi gli ambiti. Qui interpreta la madre mentalmente disturbata della ragazzina protagonista, costretta a colmare con la propria fantasia il vuoto affettivo che la genitrice fragile e distante le procura.
Funziona solo a tratti e pur superando di poco i 90 minuti talvolta sembra infinito, però tutto sommato è un film perfetto per la Piazza Grande: sentito, emozionale, semplice da seguire e amare.
Peccato che butti via un finale finalmente potente con 5 minuti totalmente accessori e che lo spettatore poteva desumere da sé, ma almeno ho potuto rivedere la sempre meravigliosa Anaïs Demoustier (e anche il povero martire delle aspirazioni registiche altrui Mathieu Almaric). Anche il piccolo animale da compagnia della bambina gufo/civetta/barbagianni scampato alla morte per impacchettamento è super adorabile: per una mezz’ora ho dovuto sopprimere la necessità di informarmi su quanto sia complicato tenerne uno in casa.

VINTERBRØDE, di Hlynur Pálmason (Concorso Internazionale)
Ohhh, e ti pareva che non cominciassimo con la versione cinematografica di due ore in ginocchio sui ceci, ricordati che devi morire e tra mille sofferenze. Sorprende per uno sfoggio non banale (siamo pur sempre a Locarno) di attori eccellenti, tra cui Lars – il fratello maggiore di Mads – Mikkelsen e Anders Hove (col figlio che fa il protagonista!), che io ricordo come il vecchio asessuato a cui Charlotte Gainsbourg racconta le sue storiacce sessuali in Nynphomaniac. Quindi forse è davvero come penso io e in Danimarca in tutto ci sono una ventina di attori (bravissimi) e se giri un film ti tocca scegliere tra quelli.
Anche la regia di Hyunur Palmason è notevole, tanto che spesso sembra quasi uno spreco per una storia che fatica a ingranare e quando becca il ritmo e la tensione giusti, poco dopo torna a perdersi.
Metteteci dentro tutto il pacchetto del cinema nordeuropeo: distese innevate e desaturate di colori e speranza, qui abbinate da interni da industria pesante, uomini che girano nudi integrali senza pudore né malizia, discese negli istinti primordiali e fraterni. Nella fattispecie seguiamo l’inasprirsi del rapporto di due fratelli che lavorano in una grande fabbrica siderurgica (o qualcosa del genere: un po’ pare una miniera, un po’ una fonderia, un po’ proclamo la mia totale ignoranza a riguardo). Il più giovane è aggressivo, tagliente e allergico alle regole, dedito allo smercio tra i colleghi di fabbrica di un torcibudella prodotto in casa. Quando però la sua attività parecchio spregiudicata per ingredienti e atti criminali vari porta uno dei colleghi in ospedale, il malcelato rancore degli altri lavoratori nei confronti di una persona tanto difficile viene fuori e mette ancor più sotto pressione il rapporto con il fratello maggiore e “normale”. Anche questo abbastanza infinito e con un finale un po’ “ma cosa avrà voluto dire?”

FREHEIT di Jan Speckenbach (Concorso Internazionale)
C’è qualcosa di liberatorio ed eversivo ad essere italiani e vedere un film che senza pregiudizi né giudizi di merito segue la fuga precipitosa di una donna, moglie e madre (in quest’ordine e non viceversa) che si sente imprigionata nella sua stessa vita.
Il film è un tentativo riuscito a metà, un po’ come quello della protagonista di ricrearsi un’identità nuova e forte lontano dalla famiglia, dal marito e dal mondo borghese e tedesco dove abitava. Quando le loro forze vengono testate all’improvviso, la protagonista cede, il film invece infila uno spezzone finale che decolla e diventa davvero potente. Come da titolo, Freiheit gira tutto attorno al concetto di libertà, non fermandosi alle aspirazioni esistenziali frustrate della ricca borghese protagonista, ma riflettendo anche su come la sua uscita dalla gabbia chiuda dentro a doppia mandata il coniuge (sospettato tra l’altro di averla fatta sparire), che a sua volta pare riuscire a relazionarsi davvero con un migrante in cerca della libertà più basilare, la sicurezza personale, e finito in coma perché non è riuscito a trovarla nemmeno in Germania. Jan Speckenbach (che trova anche il tempo di ironizzare sul suo film precedente) sembra in qualche modo affascinato da scomparse e mancanze e dimostra al secondo film di saperle ritrarre in una luce molto diversa da quella che i tre quarti dei registi avrebbero scelto per una storia del genere.
Un Toni Erdmann nelle intenzioni sempre, nel risultato non così spesso. Certo non è nemmeno semplice portare a casa un film girato in oltre tre anni, un pezzo alla volta, andando avanti ad ogni nuovo gruzzolo di budget reperito chissà dove.

TA PEAU SI LISSE di Denis Côté (Concorso Internazionale)
Per essere un film che ho visto quasi per sbaglio infilandomi in una proiezione di schianto senza saperne nulla, ne sono uscita piuttosto soddisfatta: delle virtù del genere documentaristico, che appena trova una storia interessante da raccontare il 75% del lavoro l’ha già portato a casa.
L’idea qui è quella di seguire un gruppo di bodybuilder e un wrestler raccontandone il culto assoluto del corpo che li accomuna a ginnasti e ballerine, ma facendolo in una dimensione assolutamente quotidiana e priva di retorica che esalti o derida il loro sacrificio. Il regista canadese impacchetta il tutto con notevole raffinatezza nel catturare il quotidiano dei suoi protagonisti, senza diventare lezioso o meno documentaristico (sto guardando te, Wang Bing). Insomma body builder lo sei sempre, anche mentre porti a spasso il cane, fai il bravo padre o cazzeggi in campagna degli amici, senza che questo faccia di te per forza un minorato mentale, scandendo però in maniera precisa e impattante la tua giornata. Pare che poi all’indomani della presentazione abbia trovato già parecchi compratori.
Nota: il “piccolo” body builder di origine asiatica l’ho poi visto in giro per Locarno ed era *enorme*, per cui non oso immaginare gli altri.

BEACH RATS di Eliza Hittman (Cineasti del presente)
Il primo filmone visto qui a Locarno è, guarda caso, quello che avevo già adocchiato da una lista di ricchionate da tenere d’occhio in uscita quest’anno. Se l’annata LGBT 2017 al cinema comincia con Atomica Bionda, continua con questo e finisce con il film di Guadagnino che tutti dicono essere spettacolare, beh, direi che è davvero il caso di convertirsi all’omosessualismo come strepita qualcuno.
C’è poco da dire: è un coming of age di struttura classica ma di grande contemporaneità, scritto e girato meravigliosamente, con un inquieto Harris Dickinson i cui occhi azzurri inquieti bucano lo schermo e l’anima, con tanto di respiro newyorkese nel midollo con contorno di quartieri senza soldi e senza aspirazioni, ma con tanta droga. Beach Rats batte tanto il territorio LGBT quanto il sentimento adolescenziale e il fatto che ti venga voglia di paragonarlo a film come Weekend e Moonlight gli fa solo merito. La sceneggiatura solidissima sostiene tutta la malinconia e l’emozione che la scenografia naturale di Brooklyn e Coney Island inseriscono in una dimensione quasi favolistica, mentre di fatto è uno dei tentativi recenti più riusciti di catturare cosa significhi cercare la propria identità nel nuovo millennio. Contando che è pure un mezzo esordio c’è veramente solo da applaudire ammirati.

MADAME HYDE di Serge Bozon (Concorso Internazionale – Pardo Miglior Attrice)
Non è uno di quei film che ti fa innamorare immediatamente perché ha uno stile tutto suo ed è anche parecchio bizzarro, però ogni volta che ci ripenso mi pare un poco migliore. Più che un adattamento libero di Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è un film che ne prende in prestito il mitologico presupposto per mescolare una satira domestica feroce con un genere carissimo al cinema francese, quello che indaga sulla realtà scolastica e il disagio giovanile. I francesi lo fanno spesso fuor di retorica e con tanto sentimento, ma Bozon si spinge fino a mettere al centro un bullo storpio che perseguita la sua insegnante debole e incapace di esprimersi, una portentosa Isabelle Huppert. Se la sua filmografia è composta da una lunga serie di Madame Hyde, qui prova che in una realtà alternativa avrebbe potuto incarnare solo poveri e deboli Mrs. Géquil in maniera altrettanto efficace.
Quando scrivi un ruolo per la Huppert e lei accetta, il film l’hai già praticamente portato a casa e puoi permetterti di metterci quel che ti interessa di più, in questo caso un’autentica fascinazione per la scienza e l’approccio matematico, che non impedisce a chi lo insegna e lo apprenda di essere continuamente sopraffatti da chi è scientificamente analfabeta. Qui bisogna citare per forza anche uno strepitoso Romain Duris nei panni di un vanesio e superficiale preside scolastico che ha già il sigillo di qualità di François Ozon (uno che per gli attori di talento ha un occhio lunghissimo). Il tutto però è narrato con un ritmo e un approccio che pare il risultato di un teorema matematico di cui non è semplicissimo capire la dimostrazione. Poco importa, per chi rimane fino alla fine c’è una chiusa memorabile.

WONDERSTRUCK di Todd Haynes (Fuori Concorso)
Presentato in concorso a Cannes 70, Wonderstruck sorprende soprattutto per come ceda quasi completamente nella parte centrale per poi infilare 20 minuti finali all’altezza della fama di Todd Haynes.
La storia intricata, complessa e delicata del romanzo di Brian Selznick (l’autore di Hugo Cabret) sulla carta è pane per denti di uno dei più grandi artefici del melodramma contemporaneo: seguiamo due giovanissimi nella loro fuga verso New York, mentre le loro storie si sovrappongono nei medesimi luoghi, ma in epoche diverse. Una giovane ragazzina sordomuta sfugge a una famiglia oppressiva per incontrare la stella del cinema muto che adora, un ragazzino che ha perso di recente la madre e l’udito scappa a New York per ritrovare il padre mai conosciuto. Accomunate da ricorsi tematici (la sordità, la mancanza di un adulto di riferimento, la sordità del mondo degli adulti ai loro bisogni), le due storie si intrecciano con quella bellissima di alcuni poli museali di New York. Sorprendentemente però Haynes sembra meno a suo agio di Scorsese nel diorama di Selznick e si muove con più fatica del solito tra miniature e sculture di carta. Quando c’è da tornare nel territorio del melodramma però dimostra di aver pochi rivali, sfruttando appieno gli incastri emotivi e affettivi della storia.
Ora però vorrei lanciare un drammatico e accorato appello in vece di Michelle Williams: basta farle fare la Madonna dolente e madre piangente. Vi prego.

POISON di Todd Haynes (Fuori Concorso)
Girato con mezzi di fortuna e quasi amatoriali, Poison mescola apparentemente senza scopo né continuità tre narrazioni: un film horror in bianco e nero vecchia Hollywood, un reportage giornalistico anni ’50 in cui i testimoni raccontano un crimine efferato compiuto da un adolescente e una storia di odio e amore in un carcere maschile. A ricorrere è l’ossessione per la corruzione del corpo da parte di agenti velenosi e mortali e la pressione soffocante di una società che giudica e condanna il mostro. In parole povere: l’AIDS negli anni ’90.
È quasi inconcepibile che il raffinato e pacato Todd Haynes di Carol e Wonderstruck sia lo stesso regista che girò uno dei film angolari dell’ondata di queer cinema figlia degli anni drammatici dell’epidemia di AIDS. Poison è, per ammissione stessa di Haynes, un film unico, un esperimento, quasi un fossile di un’epoca antica. È irripetibile anche in quanto esordio di quelli in cui la frenesia di dire qualcosa è tale che si finisce per mettere a nudo se stessi con una sincerità tale da far male a chi guarda. Quel “Fellini della Fellatio” che scandalizzò l’America Haynes l’ha seppellito accuratamente dentro se stesso, film dopo film, raggiungendo talvolta le stesse vette emozionali e narrative con la forza dell’esperienza e della tecnica. Il prezzo da pagare è però l’impossibilità di replicare scene pazzesche come lo sposalizio adolescenziale o uno dei bukkake di sputi allegor…non so nemmeno io come definirlo, ma che fortuna aver potuto rivedere questo film su grande schermo.

GEMINI di Aaron Katz (Concorso Internazionale)
Ci sono entrata per Zoë Kravitz, sono uscita di nuovo innamorata della reginetta delle piccole produzioni hipster Lola Kirke (di nuovo). Da Locarno in effetti se ne è parlato pochissimo ed è stato presentato quasi in sordina, forse perché nel circuito festivaliero si è già visto parecchio in giro (91% su Rotten Tomatoes 85 al metascore). A me è piaciuto immensamente e non solo perché va a rimestare in mezzo a elementi e generi che adoro.
Certo che Los Angeles deve essere una città con un’atmosfera tutta particolare se ogni decennio e passa qualcuno tira fuori un thriller/noir alla Mulholland Drive, che ruota attorno a un crimine efferato ma dai contorni nebulosi che si consuma nel mondo dello star system. Con le sue luci neon e fighetterie assortite, Gemini sembra un aggiornamento del celebre capolavoro di Lynch dedicato alla generazione millenials e capite che il paragone è più che lusinghiero.
Ad essere aggiornato è soprattutto il modo di vivere la celebrità (il karaoke che sostituisce il Club Silencio, Instagram e rimpiazza la chiave blu) e la valenza sociale della magnifica ossessione queer che scorre silenziosa tra le due protagoniste: Zoë Kravitz è la contraddittoria, debole ma affascinante star in ascesa a cui una amichevole e tenace Lola Kirke fa da efficiente assistente e amica, 24 ore su 24. Il titolo sembra quasi riferirsi al carattere del suo personaggio (e del supposto retaggio zodiacale dello stesso), introverso ed efficiente, diviso tra il desiderio appagato dalla prossimità e la volontà di acquisire una posizione di controllo diretto sulla vita che si limita ad assistere. Lola Kirke è perfetta per il ruolo, ma devo dire che ho trovato molto affascinante anche Zoë Kravitz, sublime nella parte della star che nasconde a fatica dietro la sua allure tante debolezze e una perenne dipendenza dall’altrui ammirazione e sostegno. Non vi dico di più perché dovete vederlo. A mio modo di vedere è materiale da Criterion Collection e spero ne potremo riparlare presto.

LA TELENOVELA ERRANTE di Raúl Ruiz, Valeria Sarmiento (Concorso Internazionale)
Locarno quest’anno si è concessa anche una scelta estrosa, quasi per amor di polemica: tra i film in gara c’era infatti questo lungometraggio girato per larga parte nel 1990 dal grande regista cileno Raul Ruiz e portato a termine dalla moglie Valeria Sarmiento. Nonostante la stanchezza accumulata, non ho voluto mancare perché raramente il poco cinema cileno che vediamo nei nostri lidi mi ha dato dispiaceri e anche questa volta mi sono trovata di fronte a un film intrigante.
Rientrato in Cile dopo la caduta senza condanna di Pinochet, Ruiz (un cineasta a me quasi sconosciuto ma in realtà piuttosto noto a livello internazionale per i suoi film surreali e suggestivi) comincia a girare un racconto allegorico del Cile post dittatura. La nazione è divisa in quattro province audiovisive; in ognuna di essere la vita si è trasformata in una soap opera, con i cileni che parlano e agiscono seguendo gli stilemi di questo melodrammatico genere televisivo. In realtà la trama s’intuisce più grazie al pressbook che grazie ai sette giorni raccontati dalla pellicola e in me alberga il grosso sospetto che per capirne davvero l’allegoria bisogna conoscere molto, molto bene la storia recente cilena. Un po’ come un Il Divo: quanto ridiamo amaramente noi rispetto agli stranieri nel vederlo? Lost in traslation a parte, in proiezione si rideva apertamente. Non compiuto e non risolutivo, ma molto affascinante. Uno dei protagonisti al photocall ha poi scatenato la gerontofila che è in me.

EDAHA NO KOTO di Ryutaro Ninomiya (Cineasti del presente)
I mezzi e gli intenti sono identici al vincitore del Pardo d’Oro Mrs Fang, ma questo esordio giapponese a mio modo di vedere è più onesto intellettualmente e potente cinematograficamente.
Anche qui c’è una donna che muore e i parenti che la vegliano, però non c’è pericolo di vouyrismo né facile patetismo verso i disagiati sociali: infatti il regista e sceneggiatore Ryutaro Ninomiya racconta letteralmente se stesso con un’onestà disarmante, invitando amici e parenti a interpretare se stessi in quella che è una sorta di ricostruzione simil fittizia (?) di quando morì la madre di un amico che aveva fatto per lui come da madre.
Bisogna concedergli il beneficio del dubbio per la prima metà, quando sembra non avere scopo e talvolta risulta noioso, ma da lì in poi spacca. Spesso gli artisti giapponesi sanno raccontare se stessi anche nei loro lati più sgradevoli con un’onesta impressionante e Ninomiya non è un eccezione.
Nota a margine: alla fine della proiezione ho incontrato Ninomiya e ci ho scambiato qualche parola: è la persona più umile e cortese mai vista, quindi è innanzitutto duro e senza appello con sé stesso, sospetto.

QING TING ZHI YAN di Bing Xu (Concorso Internazionale)
Le idee che spesso mancano in altri Festival di certo non latitano a Locarno: qui Bing Xu scarica migliaia di ore di filmati di telecamere di sorveglianza cinesi – passando attraverso a un sito che raggruppa le registrazioni divenute pubbliche perché qualcuno ha dimenticato di cancellarle o non ha cambiato la password alle webcam di sorveglianza comprate online – e rimonta i filmati autentici su una storia di sua invenzione.
Attraverso le voci fuoricampo di due attori seguiamo una giovane donna che lascia il tempio dove viveva come novizia, turbata dai cambiamenti che stanno avvenendo nella comunità religiosa. Nel mondo moderno e laico a cui non è abituata cederà alle pressioni di una società d’apparenza e perderà se stessa, nonostante l’amore di un uomo che tenterà di salvarla; detta così suona molto retorico, ma va a parare in conclusioni difficilmente prevedibili.
Insomma, è una sorta di Person of Interest che si apre con un vero filmato di una donna che scivola accidentalmente in acqua e annega. Il risultato è intrigante e ben condotto, ma non si può fare a meno di farsi venire qualche scrupolo etico.

GLI ASTEROIDI di Germano Maccioni (Concorso Internazionale)
Che imbarazzo. L’unico italiano in concorso a Locarno è forse il film più brutto visto a Locarno 70, sicuramente quello recitato peggio. Non so nemmeno da dove cominciare, quindi partiamo dalla sinossi: tutto ruota attorno all’amicizia di un gruppo di giovani nella periferia degradata e senza soldi, nei pressi di una grande stazione radar che scruta il cielo e controlla gli asteroidi, che avrebbero potuto diventare pianeti quand’erano detriti migliaia di anni fa ma non si sono uniti e hanno continuato a vagare soli…attenzione, metafora, come i nostri protagonisti! C’è lo scemo del paese ma genio artistico che è quindi agnello sacrificale, c’è quello che non trovando una figura paterna nel padre si avvicina pericolosamente a una mezza tacca criminale malvagia (brutta, grassa e unta perché malvagia appunto), c’è la tizia che è lì in quanto crocerossina letterale (nel senso che oltre a far sesso con il protagonista proprio lo medica) e c’è il nostro, l’adolescente ribelle che prende una brutta china senza mai davvero sbagliare e all’ultimo rimedia e si riappacifica con la madre, classico genitore frustrato e urlante di mucciniana memoria.
Una scena che dà la cifra di quanto goffo e mal eseguito sia questo film: protagonista e bella ragazza entrano in un deposito di cianfrusaglie del Comune dove vivono. Lei tenta di accendere una vecchia insegna del PCI e poi esclama, sconsolata: “non si accende…è morta”. Pietà.

NOTHINGWOOD di Sonia Kronlund (Fuori concorso)
La sala era piena perché Locarno è piena di cinefili che come me sono accorsi a vedere uno dei film più amati e lodati di Cannes 70. Con il genere documentaristico alla fine se hai trovato la storia o la persona giusta da raccontare, poi è tutta discesa: qui la giornalista Sonia Kronlund scopre per caso dell’esistenza di un regista afghano autore di più di 100 film e lo segue durante la lavorazione contemporanea di 4 pellicole, insieme alla sua troupe e alla gente per cui è un eroe.
Salim Shaheen è una figura così istrionica e contraddittoria che sembra di stare in un romanzo di Emmanuel Carrère. Da una parte ha rischiato la sua vita durante l’assedio dei talebani e nelle zone ancor oggi pericolose del Paese per la gloria di Noghingwood, la Hollywood afghana in cui si gira con nulla o quasi, alla giornata e alla bisogna. Ha sfidato i luoghi comuni del paese danzando e cantando, permettendo anche ad alcune ragazze e artisti sopra le righe di prender parte alle sue pellicole. Dall’altra è un uomo vanitoso, vanesio, bugiardo e affabulatore, che con il suo cinema quantomeno perpetua una certa visione paternalista e militante della sua nazione. Si ride tantissimo e si presentano gli afghani sotto una luca differente rispetto a quella del terrorismo e della guerra, senza celarne le contraddizioni e le difficoltà. Soprattutto si rimane affascinanti da questo imbroglione affabulatore, diventato suo malgrado un eroe persino per i talebani, che i film volevano bruciarli tutti.

FANG XIU YING di Wang Bing (Concorso Internazionale – Vincitore del Pardo d’Oro)
Mi sembra di rivivere in flashback il periodo in cui Mia Madre di Nanni Moretti mieteva entusiastici consensi sulla base di una reazione personale e emotiva, con l’aggravante che Wang Bing sta riprendendo una persona vera che si sta spegnendo lentamente, circondata dai suoi parenti.
Quando il realismo e la realtà entrano così di prepotenza nel cinema, allora sembra che tutto il resto passi in secondo piano, anche un interrogativo morale che rimane, dato che assistiamo intimamente e in prima fila al trapasso di una donna povera della provincia del Fujian, senza poter capire se lei voglia veramente fare quel primo piano mentre si spegne. Sembrano sempre tutti impegnati a trovare la poesia e la potenza di simboli di povertà e quotidianità che in realtà sono lì, nella quotidianità e povertà dei protagonisti che Wang Bing riprende facendo di necessità virtù, ma di certo non trasformandola nel virtuosismo a cui la giuria ha tributato il Pardo d’Oro.
Cito Internazionale: “Come quando inquadra una donna anziana seduta su una poltrona scassata all’esterno di una veranda mentre sulla strada piove e s’intravedono dissonanze con quella povertà, dissonanze espressione del liberismo sfrenato e dei suoi status symbol ossessivi, come le automobili lussuose parcheggiate sulla strada melmosa.” Mi sento a un passo dall’intellettuale pasoliniano che rimprovera ai poracci di non essere autenticamente dei morti di fame, avendo delle deprecabili comodità moderne, dissonanti con la sua idea romantica di povertà.
Mrs Fang è questo, il ritratto in presa diretta di una donna anziana che abita in una comunità povera con qualche comodità moderna, ripresa nel suo lungo travaglio verso la morte da un regista che poi monta tutto insieme e allora fermi tutti! Il maestro che monta, scrive, gira e edita… come se Soderbergh o l’ultimo degli youtuberi non facessero la stessa cosa.
Personalmente preferisco chi per raccontare il reale tenta di ricostruirlo attraverso la narrazione o narrandolo attraverso un documentarismo puro e curato. Di questo tipo di cinema non sono certo mancati esempi a Locarno 70 (il documentario canadese, il film di Bing Xu), per me ben più meritevoli di questo film realmente potente, ma cinematograficamente scarno e anche un po’ ricattatorio.

THE FIRST LAP di Kim Dae-hwan (Cineasti del presente – Premio Miglior Regista Emergente)
Una giovane coppia sudcoreana dopo 6 anni di convivenza si trova a fare i conti con 3 prove importanti: l’incontro con i parenti di lei, quello con i genitori di lui e un sospetto di gravidanza.
I due non sono sposati e non hanno intenzione di avere figli a breve: il loro tran tran quotidiano è rodato, l’armonia domestica perfetta, ma in società subiscono la pressione angosciosa di chi li vuole spingere a tutti i costi a prendere una decisione definitiva e irrevocabile sul loro futuro.
Un film sudcoreano essenziale fino ad essere scarno, sottilmente critico verso la società e la politica della nazione, eppure universale per come fotografa la frattura delle priorità personali tra la giovane generazione dei trentenni e quella dei loro genitori.
“Stanno andando tutti dall’altra parte” dice il ragazzo a fine film, mentre cammina al fianco della compagna e sembra andare contro corrente “forse dovremmo andare nella stessa direzione”. Più chiaro di così.

Per quanto riguarda la sezione dei missed but not forgotten, ammetto quest’anno di aver seguito pochissimo le recensioni altrui, per cui in realtà ci sono solo 2 titoli che mi rammarico moltissimo di non essere riuscita a recuperare, oltre alla proiezione fuori concorso di Good Time, altra pellicola di Cannes che di certo uscirà a breve anche da noi:
AS BOAS MANEIRAS di Juliana Rojas (Concorso internazionale)

Premio speciale della giuria e forse film più chiacchierato in assoluto di Locarno 70, è quello che proprio non riesco a rassegnarmi di non essere riuscita a recuperare, perché sono convinta che sarà il piccolo film di Locarno a farsi strada nelle visioni dei cinefili esigenti dei prossimi mesi. La trama di questo thriller horror è piuttosto classica: Claire viene assunta da una donna danarosa e molto misteriosa per badare al suo infante. Il film che ha davvero convinto tutti, stampa compresa.

DREAI ZINNER di Jan Zabeil (Piazza Grande)
Questo lungometraggio francotedesco l’avrei voluto vedere solo perché sembrava un filo più glamour delle cose misconosciute medie che passano a Locarno: merito del faccione di Bérénice Bejo sui poster sparsi per Locarno. Vorrei anche ripulire l’ultimo mio ricordo cinematografico legato alle Tre Cime di Lavaredo, ovvero quell’orripilante episodio di Marvel’s Agents of the S.H.I.E.L.D., quindi questo thrillerone montanaro potrebbe fare al caso mio.
A tutti i coraggiosi cinefili che hanno letto fin qui anticipo già che i report sfasoni post festival cinematografici non si chiudono quest’anno con Locarno 70: stay tuned, qui e sui vari approdi social. 

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