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È stata un’estate piuttosto proficua dal punto di vista delle letture, quantitativamente e qualitativamente. Soprattutto è stato rigenerante poter finalmente mettere da parte per un po’ l’ansia di scadenze e copie recensioni che dettano il ritmo di lettura e poter avvicinare le sempiterne pigne di libri in attesa di essere letti senza una meta precisa, scegliendo cosa leggere esclusivamente in base all’umore del momento.
Non so se sia merito del subconscio freudiano o della mera casualità, ma nelle ultime settimane ho completato un ideale trittico di letture con al centro un duo femminile, un’amicizia tra donne come motore e perno della storia. Giusto per sfatare quel mito che già singolarmente le donne vivano un’esistenza misteriosa e particolare in quanto “femminile” – per definizione nettamente separata da quella normale e maschile – quindi figuratevi quando le protagoniste sono due, ho deciso di parlarvi un po’ di queste tre memorabili amicizie letterarie.

Non è una novità che io arrivi a un libro immettendomi dal casello cinematografico e Carol di Patricia Highsmith conferma questo mio pattern comportamentale da serial killer. Ovviamente avere la possibilità d’incontrare Todd Haynes ha acuito il mio desiderio di testare la fonte letteraria di un film capace di creare un piccolo culto attorno a sé e non solo in ambito queer.
La genesi del romanzo  è ormai nota: è il 1952 e la scrittrice de Il Talento di Mr. Ripley sta lavorando in un grande magazzino, quando incrocia lo sguardo di una bellissima cliente impellicciata. Per qualche ora l’autrice è travolta da un’autentica infatuazione, che sarà alla base di The Price of Salt, un romanzo lontano dai titoli crime con cui il pubblico ha imparato ad amarla e seguirla. L’editore non è convinto da questa storia a sfondo omosessuale ma lei non si arrende, lo pubblica con pseudonimo di Claire Morgan e arriva a venderne mezzo milione di copie. Dalla ristampa a suo nome e con il titolo di Carol, la Highsmith scopre che a determinarne il successo è stata la comunità LGBT, ancora lontana dall’ondata di fiction queer degli anni ’60 e ’70, orfana soprattutto di storie che non cadessero nello stereotipo abusatissimo del queer drama con finalone melodrammatico.

Sto però cadendo pure io nel tranello che ha intrappolato Val McDermid, autore della prefazione presente nella mia edizione. Ingabbiare Carol come esempio di letteratura queer per me è riduttivo, se non sbagliato, nonostante l’importanza che il romanzo ha avuto per una generazione di lettori queer senza punti di riferimento.
Questo perché quando la Highsmith scriveva dell‘infatuazione della giovane scenografa Therese per la bellissima signora dell’alta società in procinto di divorziare Carol, una letteratura queer consapevole, politica e con un canone a cui fare riferimento era ancora di là da venire. Inoltre il punto focale del libro è la maturazione improvvisa della ragazza, la sua progressiva e dolorosa presa di consapevolezza del suo essere adulta e donna. In questo gioca un ruolo centrale la conoscenza e l’amicizia con Carol, una donna assai più matura e sofisticata, a sua volta legata da un’amicizia complice e solidale con la compagna di giochi di un tempo. Therese è vittima di un amore assoluto e travolgente per Carol, che veicolerà per buona parte del romanzo in un’amicizia bizzarra tra due donne giunte a punti diversi della propria esistenza, su due diversi livelli di consapevolezza, che provano due diversi tipi di affetto: è una di quelle storie d’amore in cui c’è chi ama e chi si lascia amare.

A rendere il libro ancor oggi attuale è, banalmente, lo sguardo acuto e penetrante dell’autrice sulla psicologia della protagonista. La sbandata che Therese prende per Carol, quella fiammata di autentica adorazione che la porta a compiere gesti mai prima di allora provati è fotografata con una messa a fuoco precisa, in cui si potrà riconoscere il pubblico di ogni orientamento sessuale. Therese è una giovane donna innamorata di una bellissima matrona dell’alta società newyorkese, ma prima ancora è un’adolescente che rimane turbata dall‘improvviso ventaglio di possibilità, trasgressioni, libertà, incontri ed esperienze che il suo recente ingresso nella vita adulta comporta. La sua esperienza è al contempo universale – perché Highsmith tratteggia con precisione quasi dolorosa un periodo di transizione che si consuma velocemente e raramente si ripresenta così intenso e travolgente – e particolare, perché ai margini dei suoi incontri ci sono le piccole pressioni e manipolazioni del fidanzato, della collega anziana che vorrebbe sedurla, dell stessa Carol. Tutti tentano di spegnere la fiamma viva di Therese, di orientarla verso la direzione desiderata e il fatto che l’omosessualità non fosse all’epoca ben accetta (e nemmeno ben definita, a ripensare alle vaghe allusioni che confondo la protagonista) ovviamente non aiuta. La vera sorpresa è stata però la chiusa, radicalmente differente da quella del film; mi spiace per la comunità LGBT di allora e per i romantici di oggi, ma trovo che il finale di Todd Haynes sia più cinico sì, ma tutto sommato più realistico e completi in maniera più coerente (anche se più negativa) il personaggio di Carol.

Che poi a ben vedere la metà della coppia narrata attraverso gli occhi di chi racconta è sempre la meno interessante delle due parti. Prendiamo ad esempio Lila, l’amica di prodigiosa bellezza e intelligenza che conosciamo attraverso gli occhi impauriti, ammirati e invidiosi di Lenù in L’amica Geniale di Elena Ferrante.
Nell’incominciare con drammatico ritardo* la quadrilogia dell’autrice italiana più letta al mondo mi ha molto colpito come in tanti si dicano infastiditi dal personaggio di Lenù tanto quanto sono abbagliati da quello di Lila. Carol e Lila sono affascinanti per quel gioco che rende intrigante e irresistibile ciò che è misterioso, perché il loro dietro le quinte più intimo ci rimane ignoto. Anzi, le conosciamo attraverso lo sguardo di autentica adorazione di chi le osserva dall’esterno e non riesce ad applicare nei loro confronti lo stesso metro di giudizio spietato che ha nei propri.
Nel primo volume della quadrilogia Ferrante racconta l’infanzia e l’adolescenza di due ragazzine che stringono un legame di amicizia profondo ma spesso competitivo in una Napoli del dopoguerra che con mia grande soddisfazione sfugge un po’ al particolarismo che hanno tante storie partenopee. Il racconto di quella Napoli rifugge il particolarismo celebrativo e diventa universalmente italico e ci ho senti l’eco di tanti racconti del mio stesso parentado (dal mercato nero al “guastarsi” del carattere del fratello Rino roso dall’invidia).
Se è vero che Lila con la sua bellezza nervosa e la sua straordinaria intelligenza e lealtà è ammaliante, da lettrice ho trovato il suo personaggio persino un po’ fastidioso, perché non mi aspettavo che fosse un’amica geniale nel senso letterale del termine. Sinceramente: anche un po’ basta con questi ragazzini di memoria e intelletto e bellezza e volontà eccezionali a due passi dall’Asperger, maschi o femmine che siano. Lenù invece è palpitante in senso contrario, è umana e veritiera e vicinissima al lettore, perché non manca mai quel momento di dubbio, egoismo, orgoglio e soprattutto quello smarrimento tipico dell’infanzia in cui ti rendi costantemente conto di quanto la tua vita sia ancora al di fuori della tua capacità di direzionarla, ancora saldamente nelle mani degli adulti. Ho amato moltissimo il fatto che forse l’unico passaggio in cui Ferrante parla per bocca di Lila sia quello in cui evidenzia la specularità del rapporto amicale, quanto per ognuna delle due l’altra sia geniale, irrinunciabile, un punto di riferimento. Lenù è eccezionale come Lila, è anch’essa un’amica geniale, capace di squarciare per qualche attimo con Lila il velo di miseria umana che circonda i palazzoni e personaggi. Gli abitanti di questa Napoli così poco egocentrica sono miseri umanamente ancor prima che economicamente; da loro trabocca insieme al sangue e al sudore un miasma di odio e violenza che pare quasi connaturato, che Lenù e Lila riescono parzialmente a levarsi di dosso con il loro rapporto, il loro amore per la scuola e i libri, i loro ragionamenti matematici ed esistenziali.

Devo dire di essere rimasta molto sorpresa dalla lettura del primo volume della tetralogia, perché molto distante da quell’idea che mi ero cementata a furia di polemiche dell’establishment nostrano (che il successo globale di una donna narratrice di donne proprio non riesce ad accettarlo senza continui rigurgiti di stizza) e delle lodi di quello internazionale. Sicuramente mi ha colpita l’architettura cronologica del romanzo, che nelle prime 70 pagine fuga ogni dubbio di “narratrice alla buona” istillato dai critici di casa nostra. Certo che io il dubbio potevo anche farmelo venire, se la detrazione viene da esimi critici che non riescono a recensire un romanzo che sia uno senza tirar fuori sintassi, paratassi e frecciatine per i propri amici e nemici. Come si possa liquidare come “sempliciotto” un libro che nel descrivere il passaggio da momento a a momento b (due bambine si apprestano a salire una scala dell’androne – due bambine che bussano alla porta in cima alla scala) ritraendo con piccoli tocchi l’intero spaccato della loro esistenza – prima il palazzo e le famiglie, poi il quartiere e infine la città – in cui questo avvenimento senza importanza (eppure importantissimo per la vita delle due protagoniste) per me è abbastanza incomprensibile. Se provate a tracciare una linea temporale di quanto succede ne L’Amica Geniale vi accorgerete che mentre pensate di seguire banalmente lo scorrere del tempo, in realtà Elena Ferrante continua a balzare poco più avanti, molto più indietro, a collegare e saldare episodi singoli facendogli assumere un significato enorme, trasformandoli in immagini di enorme significato e potenza: la pentola di rame che scoppia, le scarpe fatte a mano, Lila che vola fuori dalla finestra. La scrittura di Ferrante è una composizione di scene di potenza cinematografica, di tante “quella volta che” che ti si imprimono dentro come se le avessi viste su schermo, come quegli episodi che costruiscono la mitologia personale di una famiglia e di un parentado.

Non è il genere di romanzo per cui impazzisco, ma anche io ho provato quel miscuglio di familiarità intima con certi lati ora umani, ora animaleschi dei personaggi, su tutti l’aura disturbante che irradiano i personaggi maschili, sia quanti ricadono nello spettro positivo, sia quanti si rivelano tra gli esseri più abbietti della storia. Credo sia il libro che mi ha rievocato di più certi racconti fatti a mezza voce del periodo durissimo in cui sono cresciuti i miei nonni e i miei genitori, certe cattiverie e certi fattacci consumatisi tra i parenti di cui mi ha sempre stupito la ferocia, quasi facesse parte di un altro mondo, distaccato dalle persone anziane e gentili che vai a trovare da bravo nipote. La prossimità di quel mondo alimentato dalla durezza e dalla disperazione Ferrante te la fa sentire come nessun altro.

Bando alla modestia, questo romanzo l’ho letto per poter poi buttare lì con nonchalance che a consigliarmelo è stato Olivier Assayas in persona, “il caro Olivier“, che poi se lo è pure sceneggiato ma non è rimasto troppo convinto dal film che ci ha tirato fuori Roman Polanski.
Ora, io il film di Polanski purtroppo non l’ho ancora visto, ma raramente ho letto un libro che chiamasse a sé un regista così chiaramente come Da Una Storia Vera, che per certi versi fa sembra il capovolgimento speculare di The Ghost Writer / L’uomo nell’ombra: l’ha era lo scrittore nell’ombra a subire gli eventi, qui è una misteriosa ghostwriter, L., a gettare scompiglio nella vita di un’autrice affermata che entra in crisi esistenziale proprio dopo l’enorme successo di un suo romanzo, tanto provare terrore e malessere al solo pensiero dell’atto puro della scrittura.
Al centro di questo thriller a cavallo tra l’autobiografico e l’autoironico c’è una donna che è il doppio speculare dell’autrice: anche lei si chiama Delphine, anche lei fa coppia con un documentarista di successo e ha due figli, anche lei ha raggiunto la celebrità con due libri molto personali – uno sull’anoressia e l’altro sulla vita tormentosa della madre. Proprio nel momento di massima crisi della sua vita entra in scena una nuova amica salvifica, quasi la parte migliore di sé: L. vagamente le somiglia, ma è più bella, più sensuale, più femminile, più risoluta, tanto da prendere in mano le redini della vita di Delphine quando questa sente solo l’istinto di fuggire e nascondersi. La sua stretta però si fa soffocante e pericolosa, tanto da tentare con ogni mezzo di persuasione di direzionarla, di spingere Delphine a tagliare i ponti con tutti e tutto, scrivendo quel romanzo segreto autentico, con i risvolti più inconfessabili della sua vita.

È complesso e rischioso parlare dell’amicizia tra Delphine e L. per via della conclusione del romanzo. Difficile anche dargli un giudizio oggettivo, perché se da una parte mi ha fatto venire la smania di scoprirne la conclusione nel crescendo (quindi riuscito) finale, dall’altra non ho potuto che assimilarlo in chiave squisitamente cinematografica, immaginandomi come sarebbe stato trasporto e il perché dei dubbi mossi dallo stesso Assayas circa l’operazione fatta di Polanski.
Da una storia vera è un fugace divertissement, che mi ha molto ricordato Miele di Ian McEwan per come gioca con il lettore e le sue aspettative. Forse è un materiale di partenza per un film migliore di quanto non sia in quanto romanzo in sé, ma con un po’ di ricerca sull’autrice (a me del tutto sconosciuta), non c’è poi tutta quell’ambiguità d’interpretazione che lei stessa lascia intendere.
Un versante che mi ha molto divertita è l’ossessione quasi violenta di L. per l’autenticità biografica del testo, per il patto con il lettore, per la Letteratura concepibile solo come ricerca della Verità: mi ha molto ricordato tante voci del panorama critico professionista e amatoriale italiano che amano sostenere questa posizione (con tanto di maiuscole), spesso a discredito dei generi da me prediletti in quanto frutto di “fantasie”. De Vigan stessa ha una forte componente autobiografica nella sua scrittura, eppure si prende gioco dei proclama sulla morte della fiction, mostrando come la sua stessa verità biografica usata nei suoi precedenti libri possa essere piegata a un gioco squisitamente narrativo e fittizio.
Rimane però uno splendido ritratto di un’amicizia tra due donne adulte, meno piaciona di quelle totalizzanti adolescenziali, ritagliata tra gli impegni della casa, dei familiari e dei figli. Intermittente, ma non per questo meno intensa. De Vigan ne sa cogliere tutte le manifestazioni più fugaci, dal fastidio generato dalla prima menzogna scoperta per caso alla commozione di fronte alla prima vera confidenza importante che si ottiene dopo mesi di frequentazione. 

*Adesso che edizioni e/o mi ha generosamente equipaggiata dell’intera quadrilogia, non ho più scuse: voglio arrivare alla serie TV (prevista per ottobre 2018) con tutti e i quattro libri nella pigna dei completati e recensiti.

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