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BRUTTI E CATTIVI

Il cinema italiano a Venezia 74 ha tentato in tutti i modi di svecchiarsi, di scrollarsi di dosso quelle convenzioni autoriali e commerciali che gli si erano solidificate attorno, fino a renderlo un fossile. Il processo sarà lungo e qualche intoppo per strada bisogna metterlo in conto, ma una bella picconata l’ha data in Orizzonti il nuovo film di Cosimo Gomez ambientato nei soliti bassifondi della solita Roma coatta. Perché scrollarsi i luoghi comuni sì, ma lo sfondo di una Roma bellissima e bruttissima in cui guardare il Degrado negli occhi al momento è imprescindibile e irrinunciabile: al massimo ti sposti a Napoli, al massimo.

E quindi ecco l’irrinunciabile Claudio Santamaria che interpreta Il Papero, un invalido privo di gambe che si divide tra l’elemosina, la pensione d’invalidità e le roventi notti d’amore con la sua bella “Ballerina”, a cui per par condicio mancano entrambe le braccia. Segue tentativo di sbancare fregando qualche milione alla mafia cinese, con intrighi e tradimenti in un avvilupparsi di personaggi quasi circensi a cui manca sempre qualcosa. Ci sono il nano che gira in skateboard, quello con l’ossessione per la vita gangsta, uno stuolo d’invalidi, il prete nero con manie di protagonismo corale, uno strafumato e un paio di cassiere di banca totalmente prive di buongusto. Bello come prenda l’invalidità e la metta da parte, come un dato di fatto da sfruttare con verve comica e irriverente (ce lo ricordiamo, agli antipodi, La Famiglia Bèlier, che ancora abita i miei incubi?). Bello come rilanci sempre più nel territorio del più scorretto politicamente possibile. Bello che picconi con forza a un certo cinema italiano che pascola tra l’autoriale e il basso borghese.

Sicuramente fa il paio con Ammore e Malavita, che militava nel concorso principale e tentava di fare le stesse cose, stando però a Napoli (che vi dicevo?). Curiosamente però entrambi i film ripiegano in un territorio sorprendentemente rassicurante, con banditi sotto sotto quasi perbene: dato il punto di partenza, si capisce che c’è decisamente qualcosa che non va. Soprattutto se hai Infascelli alla sceneggiatura e il risultato è qualcosa di così innocuo.

 

UNA DONNA FANTASTICA

Il film che dovete vedere questa settimana, la prova provata che tra cinema queer e cinema cileno, è davvero difficile capire se e quando abbiano messo in fallo il piede negli ultimi anni (e in particolare in questo elettrizzante 2017 cilean queer). Vorrei liquidarlo come il Lawrence Anyways cileno, ma Sebastián Lelio come regista non merita proprio riassunti o comparazioni, anzi: il suo bel pippone celebrativo glielo dedico tutto volentieri, perché ha tirato fuori un gioiello e uno dei film autoriali più belli e struggenti tra quelli visti quest’anno. Sai che sorpresa: insieme a Pablo Larraìn è considerato uno dei registi che sta plasmando il cinema cileno post dittatoriale.

La storia è quella di Marina Vidal, una giovane ragazza che si vede morire tra le braccia il compagno più anziano. Lei è la sua amante, lui è divorziato dalla moglie e pazzo di lei: intorno a loro c’è un’aura di tenerezza e complicità, molto più delle relazioni clandestine tra amanti o della crisi di mezza età del 50enne. Tutto questo però viene spazzato via dalla morte di lui e Marina rimane sola in balia degli eventi e dei parenti serpenti di lui, costretta a doversi difendere e proteggere, quando vorrebbe solo avere tempo per affrontare con calma il lutto che sta per travolgerla. Una donna fantastica è un ritratto di sommessa potenza di una prima settimana di lutto, dopo la morte improvvisa dell’amore della tua vita. Lelio guida con mano sicura una straordinaria Daniela Vega, fornendo una via di fuga alle ondate di dolore e rabbia in un pugno di scene surreali e poetiche, che punteggiano una pellicola altrimenti quotidiana e minimal.

Piccolo particolare: Daniela Vega potrebbe essere la prima attrice transessuale a ottenere una nomination (meritata) agli Oscar. Sì, nel film non ha un peso irrilevante il fatto che Marina sia una transessuale, soprattutto per come le persone attorno a lei si sentano per questo motivo in diritto di non rispettare il suo dolore e la sua persona. Però ve l’avessi detto subito vi sarebbe sfuggito il carattere profondamente umano e universale di questo film, nel trattare un tema che ahimè, ci tocca tutti da vicino.

LA BATTAGLIA DEI SESSI

Jonathan Dayton e Valerie Faris ci ricordano come il biopic contemporaneo sia un genere estremamente codificato e che – con una storia un minimo interessante di base e davvero il minimo d’impegno sindacale – è davvero difficile sbagliare. Sì, direte voi, ma cosa intendi con contemporaneo, aggettivo che appiccichi continuamente a ogni film biografico degno di nota? Mi riferisco a tutta quella serie di di tratti ricorrenti che un decennio fa erano rari, eversivi.
Battle of Sexes li spunta tutti: in primis la spanna temporale piuttosto breve, che funge da campione del sentito e dell’atmosfera di un’epoca, la giustapposizione implicita con il presente (e qui ci torniamo dopo), niente affatto scontata in precedenza, quando ad essere imprescindibile era il carattere straordinario della persona/vita narrata. Un tratto che sta emergendo con forza e che tutto sommato sottolinea un’onesta intellettuale in crescita è quello di tratteggiare l’eventuale antagonista in una dimensione altrettanto umana di quella del protagonista. O almeno tentare di.

Esempio perfetto è proprio La Battaglia dei Sessi: facile, quasi scontato parteggiare per la saggia e inquieta Billie Jean King, tennista sulla cresta dell’onda che si batte per ottenere per sé e le colleghe uguali diritti e compensi della compagine maschile. Il film però mette in campo un lodevole tentativo di umanizzare anche il suo contendente, il 50enne ex tennista e “maiale maschilista” Bobby Riggs. Anzi, si spinge a suggerire come sia la campionessa femminista sia lo smargiasso scommettitore rivale siano profondamente influenzati dalle stesse leve emotive, dalle stesse vicende personali.
Più in là di così non va e ha in serbo per lo spettatore l’immancabile svolta paracula, ma ha già fatto più del necessario per distinguersi e richiamare l’attenzione dell’Academy. Ovviamente i piccoli problemi di cuore queer non hanno certo un peso trascurabile, anzi: avevano un peso enorme vent’anni fa e non hanno perso di ascendente nemmeno oggi.

Disgraziatamente sembra che tutti siano rimasti abbagliati da un’onesta performance di Emma Stone (con il personaggio bruttino e queer più paraculo di sempre, roba che manco la Miramax negli anni ’90), trascurando l’enorme apporto che danno i due grandi interpreti che coadiuvano la sua interpretazione. Da una parte c’è l’eterna sconosciuta Andrea Riseborough, il cui mimetismo è una delle più grandi (ma ingiuste) benedizioni della Hollywood di oggi, assediata da quelle 4 facce sempre riconoscibili. Dall’altra c’è un Steve Carell per cui, dopo Foxcatcher e The Big Short, ho francamente esaurito gli aggettivi superlativi. Qui riesce a trovare il lato credibilmente umano di un personaggio non solo detestabile, ma scritto con quel tanto di retorica l’etto.

A proposito di retorica, l’aspetto più potente di The Battle of Sexes è come sia di fatto una nuova uscita irrimediabile figlia di un’epoca conclusa, del tutto sconnessa dall’era oscura in cui siamo entrati. Non ci vuole una sensibilità spiccata per capire come l’assunto dato per certo dell’operazione sia di parlare a un’America differente da quella odierna, con una presidente donna e una visione proattiva del futuro. Sembra quasi finito per sbaglio di una dimensione alternativa, dove le cose hanno preso una piega ben più sinistra e dove il suo ottimismo sembra talvolta fuori luogo.

 

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