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TERAPIA DI COPPIA PER AMANTI

Chi non vede film per motivi professionali non si merita (e in genere non finisce mai) per vedere film davvero, davvero brutti. Per cui ha meno familiarità con tutti i livelli di orrore che si aprono a precipizio oltre la soglia del film davvero brutto.
Terapia di coppia per amanti nel mio personale inferno è stato uno dei gironi più terrificanti visitati nel 2017. Che ingenua, pensavo pure di cavarmela benino perché 87 minuti di durata + Sermonti e Rubini + sceneggiatura di Diego De Silva (che ha scritto anche il romanzo di cui è adattamento) mi parevano un salvagente sufficiente.

Come persone più sagge di me mi hanno fatto notare, questo filone della commedia romantica di 01 Distribution è sempre stata una mattanza al botteghino. Ovvio che più i rimasugli di questa produzione poco fortunata si assottigliano, più vuol dire che siamo proprio di fronte a pellicole che persino loro avevano remore a distribuire. Il titolo riassume alla perfezione il punto e la trama del film, che per parlare di corna e tradimenti sa essere sorprendentemente bacchettone e persino un po’ borghese (che lavoro dovrebbero fare davvero i due protagonisti, di grazia?). Quello che davvero ti apre il vuoto siderale dentro è l’artificiosità surreale dei dialoghi, la sensazione di finto e impacciato che permea ogni cosa, dall’inizio alla fine. Sermonti lotta disperatamente per una missione impossibile (uscirne con dignità), Angiolini non ha le capacità per tentare di farlo e tira fuori una performance che le palpebre implorano di chiudersi sulle tue pupille e salvarti dallo scempio. The horror the horror ft. ho visto cose che voi umani…

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Una 14enne scompare dal paesino montanaro di Avechot e un famigerato investigatore di città mette su un circo mediatico pressante per scovare il colpevole o costringere qualcuno a ricoprire quello scomodo ruolo. A distanza di mesi lo stesso ispettore viene ritrovato coperto di sangue nei pressi del paesino e condotto da uno psichiatra locale perché riesca a superare lo shock dell’incidente stradale occorso e spieghi cosa sia accaduto.
Riscattiamo subito il buon nome del cinema italiano o affossiamolo del tutto, a seconda di come vogliate interpretare il fatto che uno dei migliori esordi registici dell’annata l’ha fatto uno scrittore. Donato Carrisi ci tiene a precisare – dall’alto delle sue 1,7 milioni di copie di romanzi venduti nel mondo, scusate se è poco – che casomai lui ha fatto il giro inverso: scriveva sceneggiature, nessuno le produceva, le ha trasformate in thrilleroni.
La ragazza nella nebbia, uno dei suoi romanzi di maggior successo nel mondo, ha fatto questo giro. A quel punto Carrisi deve essersi detto che non si sarebbe accontentato di uno qualsiasi e se lo è portato su schermo da sé. Il risultato non è affatto male e, nel bene e nel male, è decisamente personale. Certo la regia è molto classica e più che inventarsi soluzioni visive e atmosfere si limita a pescare quelle giuste dal cinema statunitense, scelta che a volte mette in risalto qualche limite produttivo. Resta il fatto che questo mescolone funziona eccome per tutto il primo tempo e contiene molto bene i danni nel secondo. Vale decisamente la pena spendere i soldi del biglietto, perché tra scelte azzeccate (tra cui spicca un Alessio Boni stre-pi-to-so) e conclamati passi falsi, la bilancia pende comunque dal lato sinistro. Su quello destro ci mettiamo soprattutto un Toni Servillo e una Lucrezia Guidone francamente esagerati, non aiutati da un film che fa proprio fatica a trovare una via di mezzo tra atmosfere rarefatte e momenti che scavano nel torbido e cercano il rilancio sempre più macabro. Alle volte è un po’ sospeso tra trasmissioni truci Quarto Grado, quasi tentasse di girare il film di cui Omicidio all’Italiana di Maccio Capatonda potrebbe essere la parodia. Rimane però un prodotto thriller noir che non pare una roba televisiva approdata per sbaglio al cinema, vendibile senza vergogna all’estero e interessante. Quando Carrisi imparerà a trovare un tono omogeneo e ad amplificare la portata delle svolte fondamentali tagliando un po’ di colpi di scena e trame, allora cominceremo davvero a fare sul serio. Se vi piace il genere, vale la pena andare al cinema. [RECE]

THOR: RAGNAROK

L’uscita migliore della settimana e Marvel che si gode i frutti qualitativamente interessanti di lasciare finalmente un po’ (solo un po’) di libertà creativa e di manovra ai registi strambi e lontani da Hollywood che ultimamente arruola. Sarebbe una mossa super intelligente se dopo aver arruolato gente come il genietto scanzonato della comedy neozelandese Taika Waititi uno gli desse modo di far capire di che pasta è fatto, al posto di metterlo sotto la stessa coercizione che affligge i colleghi hollywoodiani.
Quello che funziona in Thor: Ragnarok – che si conferma il franchise in cui Marvel tenta nuovi approcci all’ormai codificato canone del rassicurante cinecomics per famiglie – è proprio quanto viene fuori da Waititi quando ha carta bianca. E ne ha parecchia, perché succedono più fatti da cui non si torna indietro (teoricamente, è pur sempre Marvel) e che cambiano irreversibilmente il protagonista (e anche fisicamente, mannaggia a quel taglio di capelli) in questo Ragnarok che in tutti i film a cui Thor finora ha preso parte.
Far succedere cose è un ottimo modo per tirare fuori film memorabili e che si distinguano dai compitini che nulla aggiungono all’epica dei protagonisti.

Incidentalmente le cose che fa succedere Waititi sono chiaramente da Marvel, quella cartacea. Lo si vede molto bene nella gestione di Hulk e Doctor Strange, che sembrano altri personaggi rispetto alle blande, realistiche copie dei rispettivi film. Perché far camminare un supereroe quando puoi farlo fluttuare epicamente? Perché fargli fare cose normali quando da definizione può fare cose super? Prendendo questa piega Thor diventa il franchise più Marvel di tutti: un personaggio che cambia veste perché influenzato dai vari disegnatori/sceneggiatori/registi che ci mettono mano.

Il vero peccato capitale e il tallone d’Achille del film è che l’essenza del personaggio cartaceo rimane ancora inesplorata: le avventure di Thor negli spillatini hanno un tono d’epica fantastica e sensuale, una sorta di Exalibur di Boorman nello spazio (definizione non mia che prenderò brutalmente in prestito). Tra familismo esasperato e ferrea volontà di far diventare questo franchise un epigono di altri di successo, l’ottimo spunto di Ragnarok viene letteralmente buttato via quando il produttore bussa alla spalla di Waititi e gli dice “oh, sia chiaro: noi vogliamo un tarocco di Guardiani della Galassia, mica un film davvero tuo”. Così l’ironia scanzonata e nonsense e i colori fluo invadono quell’atmosfera fantastica che Branagh aveva azzeccato in pieno, con la foglia di fico del pianeta area da combattimento. che poi il buon Chris Hemsworth faccia ancora una volta lo scherzone e – da predestinato si applica ma di fondo è un bonazzo scemotto – rischi di fare il cazzone meglio di Chris Pratt è un altro discorso. Si sente che Thor non è quella roba lì, che il suo vero destino è un altro. Quando sei nell’arena però devi combattere e ne esce vincitore. Rimane il rimpianto nel vedere un gran bel film che avrebbe potuto essere un filmone. Comunque finalmente ci hanno dato una pellicola che riporta il comics nel cinecomics e per ora va bene così. [RECE]

VICTORIA & ABDUL

Arrendiamoci all’evidenza: la vecchiaia ha trasformato Stephen Frears in un perbenista, anche se lui ancora non lo sa. Sulla carta non c’è storia migliore di quella dell’anziana regina Victoria che si prende una scuffia per un amabile truffatore arrivista indiano per tirare fuori la sua vena irriverente e cattivella. Invece Victoria & Abdul più che una commedia satirica sul lato sessuale e paradossale dell’epoca vittoriana è una commediola a tratti davvero priva di mordente. Il suo unico traguardo ragguardevole è prendere una storia dal potenziale scomodo enorme e, al posto di sbatterlo in faccia agli adattamenti canonici ancora in corso dedicati a questa regina parecchio paradossale, trasformarlo nella più inoffensiva e politically correct delle narrazioni, finendo quasi per credere alla favoletta dell’amicizia possibile e autentica tra la regina di un impero e un poveraccio che ha capito come stare al mondo.

Un film così privo di mordente, interesse e momenti memorabili che persino io posso liquidarlo in un singolo paragrafo. Il pubblico medio di Rai1 la adorerà.

IL MIO GODARD

Questo invece è il film sbagliato e mal riuscito su cui mi piace spendere qualche parola, perché ci sono più ragioni d’interesse in una pellicola che sbaglia perché osa tanto e non si rifugia nella celebrazione per sfuggire ai lati controversi del suo protagonista che in operazioni fintamente iconoclaste come il film qui sopra. Innanzitutto per me Michel Hazanavicius ha già vinto avendo la faccia tosta di portare un film così apertamente critico nei confronti di Godard a Cannes, patria e raduno dei suoi più ardenti sostenitori. Secondo avremmo bisogno di un film così su ogni grande cineasta di quell’epoca, perché nella più che doverosa esaltazione delle loro opere fin troppi sono pronti a soprassedere alla loro pessima condotta umana. Insomma, cacciate fuori i film che ricordino quanto i grandi registi di ieri (ma pure di oggi) in molti casi erano dei pezzi di merda.

Oh, papale: nel pieno del tumultuoso 1968 Jean-Luc Godard si sposa la 17enne attrice borghese Anne Wiazemsky, in quella che il Hazanavicius analizza impietosamente come la crisi esistenziale di mezza età di un uomo che è stato acuto precursore e brillante pensatore fino a poco prima e ora si ritrova a inseguire e scimmiottare una generazione di giovani che davvero non comprende, di cui ha forse un po’ paura e che – terrore supremo – tirano fuori l’insospettabile borghese rintanato in lui. Basato sulla biografia che anni dopo lei scrisse del suo matrimonio con Godard icona e dell’amara scoperta di Godard uomo, Il mio Godard non risparmia al suo protagonista nessuna bassezza, nessun egoismo, nessuna ridicola vanità, così come lui non le ha risparmiate a chi gli è stato vicino in quegli anni: il tutto corona sul finale (italiano) del film con una mossa emotivamente ricattatoria nei confronti della protagonista di una meschinità infinita, che da sola rende ingiustificabili gli immancabili borbotti di chi si è lamentato del mancato rispetto verso Godard dell’operazione.

Non ho così presente il modo di fare e di muoversi di Godard per giudicare la verosimiglianza dell’interpretazione di Louis Garrel, ma i tempi comici per supportare una tale picconata al mito di Godard li ha davvero tutti. Descritto così sembra un film fantastico, ma purtroppo lo è più nelle intenzioni che nei fatti, dove davvero funziona solo a tratti, un po’ per ragioni di ritmo, un po’ eccessiva dispersione e lunghezza, un po’ non si capisce proprio perché: è uno di quei film dalle premesse notevoli che non riescono mai a spiccare il volo. L’approccio che ride in faccia a chi pensa che certi idoli (magari i suoi) per il mero passare del tempo siano diventati intoccabili però in realtà rischia già di suo di essere un’ottima ragione per vederlo e per parlarne di nuovo, nonostante lo avessi già fatto.

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