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In occasione del suo centesimo compleanno, Universal ha rispolverato al cinema e in homevideo uno dei filoni che fecero la fortuna dello studios: i mostri.

In questo speciale tento di indurvi con lusinghe, curiosità dal set e vaghe minacce a considerare l’ipotesi di dimenticare qualche tristo film horror contemporaneo e inserire nelle vostre visioni per il 30 ottobre i 79 minuti “mostruosi” tra i più influenti di sempre sull’universo cinematografico. Da Lo squalo di Steven Spielberg sino al recente Leone d’Oro La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, l’influenza e la fascinazione che il film di Jack Arnold ha esercitato su generazioni di cineasti, cinefili e collezionisti è difficilmente quantificabile, così come il suo enorme contributo al cinema fantascientifico: ci sarebbero Alien, Predators e invasioni aliene come le conosciamo oggi senza la misteriosa creatura (ben più ambigua nel titolo originale che nella lapidaria traduzione italiana) e la sua trilogia cinematografica?

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La prima ragione è ovviamente la Creatura stessa, anello di congiunzione tra l’umanità e le specie che milioni di anni fa tentarono senza successo evolutivo di lasciare l’acqua e colonizzare la terra ferma. Vive indisturbata in una laguna sperduta nella foresta amazzonica, almeno fino a quanto un gruppo di scienziati a bordo della Rita scopre la sua esistenza e la sua locazione, tentando a tutti i costi di riportarla alla civiltà, dando inizio alle sue sventure.

La Creatura è l’ultimo grande mostro della tradizione Universal e, a differenza di Frankestein, Dracula e soci, non ha nobili origini letterarie. Pare che il primo copione del film, Black Lagoon, sia frutto della volontà di scopiazzare la storia di The Lost World di Arthur Conan Doyle (che all’epoca era appena sbarcato al cinema), mescolato a un racconto su un uomo pesce che viveva in Amazzonia che il capo della Universal aveva sentito durante una cena.

Lo sbarco nelle sale cinematografiche nel 1954 divenne un successo commerciale e critico, perché il film conquistò anche i cultori del genere più esigenti.

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Il regista Jack Arnold contribuisce sostanzialmente all‘incredibile longevità di una pellicola che a oltre 60 anni dalla sua realizzazione, si rivela ancora godibile e piena di ritmo.
Noto come realizzatore di pellicole fantascientifiche della golden age cinematografica (da Destinazione Terra! a Tarantula), Arnold era noto per realizzare un meticoloso storyboad per ogni suo film, che poi si “limitava” a ricreare con grande precisione con gli attori, lasciando loro campo libero in fatto di recitazione.

L’elemento più sorprendente di Creature from the black lagoon è l’inaspettato sottotesto ambientalista (che ricorre anche in altri film di Arnold). In una scena del film vediamo la bella protagonista Kay getta il mozzicone di una sigaretta nella laguna: negli anni ’50 era la prassi buttare i rifiuti dove capitava, eppure seguiamo con la camera il mozzicone che lentamente raggiunge il fondale, dove c’è la Creatura che guarda la bella. Per come è impostata la scena è difficile non pensare che oltre all’interesse per lei ci sia anche una sorta di rimprovero per il suo gesto. Il sospetto che il film denunci le manovre sconsiderate dell’equipaggio della Rita nella Laguna nera si rafforza quando poco dopo per stanare la creatura viene versata in acqua una sorta di droga sintetizzata dai locali, che paralizza i pesci; la scia di fauna che galleggia senza vita in un luogo prima incontaminato è uno dei passaggi più forti del film.

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Essendo ambientato in una laguna abitata da un uomo pesce, Creature from the black lagoon ha posto sfide tecniche non indifferenti per le sue numerose scene subacquee. La prima è stata trovare un luogo adatto a diventare la foresta amazzonica. La laguna del film in realtà si trova in Florida ed era la proprietà di un ricco signore che l’aveva acquistata per preservarla dalla speculazione edilizia, lasciandola sostanzialmente inalterata.

Quando la troupe effettuò i primi sopralluoghi, chiede alla guida locale Ricou Browning di nuotare un po’ sott’acqua mentre si facevano delle riprese campione. Il ragazzo venne in seguito assunto per interpretare la creatura acquatica nelle scene subacquee. Nonostante i suoi sforzi, non riuscì mai ad essere accreditato in nessuno dei tre film della saga.

Per capire l’incredibile resa delle scene acquatiche e subacquee del film, basta paragonarlo a 007: Operazione Thunderball, girato 11 anni dopo nelle enormi vasche dei Pinewood studios di Londra. Nonostante gli avanzamenti tecnologici, le nuotate della Creatura e degli scienziati della Rita appaiono ancor oggi cinematograficamente avvicenti e ineccepibili.

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L’altro prodigio tecnico del film oggi non è purtroppo più apprezzabile. Per arginare la concorrenza della neonata televisione, Universal decise di girare Il mostro della Laguna Nera in 3D. La tecnica, antesignana di quella contemporanea, era parecchio laboriosa, sia sul set sia nelle sale.

L’intero film è stato girato con due cineprese, poste a una precisa angolazione e a poca distanza l’una dall’altra. Proiettando simultaneamente i due filmati (le cui immagini si sovrappongono quasi perfettamente) e fornendo al pubblico i classici occhialini di cartone, l’effetto era quello di una profondità straordinaria per l’epoca, da cui il pubblico rimase rapito.

Anche in sala però era richiesta una notevole competenza tecnica: le due bobine dovevano scorrere esattamente alla stessa velocità, senza nemmeno lo scarto di un fotogramma. L’effetto sarebbe stato altrimenti così distorto e sfocato da provocare la nausea (cosa che accadde in parecchie sale, talvolta senza che gli spettatori capissero che non era un effetto voluto).

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L’aspetto della Creatura ha giocato un ruolo determinante nella sua celebrità. Prima dell’Uomo pesce come lo conosciamo oggi (e prima delle variazioni infelici apportate nel secondo e terzo film), il mostro aveva una vaga somiglianza con il premio Oscar, da direttive del produttore del film.

A disegnare quella prima versione (poi tenuta in serbo per un eventuale versione femminile del mostro e mai impiegata) e quella definitiva fu un altro dei nomi ingiustamente dimenticati del progetto. Millicent Patrick è una delle tantissime donne che collaborarono alla resa dei film dell’epoca d’oro di Hollywood e il cui contributo è stato insabbiato per decenni. Ai tempi invece aveva partecipato anche alla campagna promozionale del film: oltre che ad essere una geniale illustratrice e designer, era anche una donna affascinante e molto fotogenica.

Il suo contributo e quello di altri tecnici del reparto di make up che assemblavano la tuta addosso ai due interpreti – di terra e di mare – venne volontariamente oscurato da Bud Westmore, il capo del comparto. Eppure ogni giorno erano loro a incollare e scollare di dosso per ben 3 ore ai due giovani attori la tuta fatta di gomma e materiale prostetico, di un verde muschio adatto a riflettere luci e ombre sul set, lontano dai colori sgargianti e dalla bocca rossastra della locandina.

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Un altro comparto che dovette lavorare tra mille difficoltà e senza troppa gloria fu quello musicale. Furono ben tre i compositori della colonna sonora, che contribuisce attivamente a coinvolgere emotivamente lo spettatore. In realtà però il gran numero di pezzi realizzati per il film deriva da una necessità tecnica: con tante scene di subacquea senza dialoghi, serviva qualcosa per sottolineare la narrazione delle immagini che non fosse il suono delle bolle d’aria che risalgono in superficie.

I compositori non furono molto contenti delle due direttive che vennero loro impartite. La prima prevedeva l’inserimento forzato del tema musicale del Mostro ad ogni sua apparizione. La sgraziata e stridente tromba che ne annuncia il suo arrivo è un po’ il tormentone del film e ricorre per oltre 110 volte nei 79 minuti di pellicola. La seconda prevedeva il riciclo sistematico di brani scartati per altri film, anche di altri generi: lo strano collage risultante rende il film un unicum musicale per l’epoca, con un’identità molto forte.

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Pur essendo un film di mostri, Creature from Black Lagoon è un film fantascientifico fatto e finito. Prima di arrivare alla prima apparizione del Mostro c’è una lunga introduzione di carattere scientifico coerente e precisa, volta a spiegare razionalmente la presenza della creatura nella catena evolutiva.

Insomma, non è fuffa pseudoscientifica quella che si scambiano i protagonisti, un gruppo di archeologi e biologi marini. Nel corso del film affrontano un ventaglio di tematiche che non dovevano essere così scontate per lo spettatore dell’epoca. Il motivo per cui la Creatura potrebbe essere preziosa è perché consentirebbe di avanzare delle ipotesi su come l’umanità dovrebbe evolvere per colonizzare altri pianeti (la fascinazione per la corsa spaziale è ricorrente nel cinema dell’epoca). Anche le violenze della Creatura e i suoi attacchi vengono presto razionalizzati in un quadro coerente e logico, ricorrendo a nozioni elementari di biologia del comportamento animale.

Proprio a partire da quelle spiegazioni plausibili e da quell’approccio al mostro, si è via via sviluppato il genere del contatto e dell’invasione aliena: senza la Creatura probabilmente Alien e Predator avrebbero avuto sviluppi molto differenti.

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Uno dei motivi per cui la Creatura è uno dei mostri Universal più interessanti a livello cinematografico è che ha una notevole evoluzione nel corso dei tre film a lei dedicati (che potrebbero essere un’ottima idea per una maratona notturna vintage Halloween).
Certo i due capitoli successivi non sono all’altezza dell’antesignano, ma hanno dei passaggi forse ancora più potenti, oltre che a testimoniare il cambiamento della sensibilità cinematografica e popolare nel tempo.

Nel secondo capitolo assistiamo alla vendetta della Creatura, che viene ritrovata e condotta nella metropoli. Qui abbiamo il proto-sviluppo di molto cinema mostroide moderno: il mostro viene sottoposto dagli scienziati a una serie infinita di esperimenti – talvolta abbastanza sadici – finché non riesce a liberarsi e a scatenare la sua furia sul genere umano. Le folle che scappano terrorizzate dalla Creatura segnano l’inizio della grande stagione delle invasioni aliene, specchio della paura del pericolo rosso e della Guerra Fredda.

Il terzo capitolo contiene forse lo sviluppo più drammatico e toccante. La Creatura rimane ustionata durante una collutazione con gli umani. Per salvarla si decide di intervenire chirurgicamente e si scopre che sotto l’apparenza da pesce di nasconde uno strato di simil epidermide umana.
Il risultato è tragico: la creatura ora sembra una brutta copia dell’uomo, goffa e mostruosa. Nel perdere l’aspetto di pesce ha perduto la sua naturale grazia, ma non i suoi istinti. In una drammatica scena il mezzo uomo guarda il mare, come richiamato dal suo istinto primordiale, ma non vi può fare ritorno: non può più respirare sott’acqua.

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Nonostante l’enorme popolarità del genere e l’impatto che ha avuto sul cinema successivo, girare un film di mostri o di fantascienza allora era considerato svilente e degradante, un definitivo passo indietro nella carriera.
Quanti hanno preso parte ai tre film però dicono di sentirsi riscattati: mentre tante star dell’epoca sono dimenticate, anche i personaggi marginali che presero parte alle riprese hanno un seguito fedele di fan, per quello che è quasi un culto.

Ancor oggi anche gli attori non creditati ricevono mensilmente lettere e inviti a convention dai fan di mezzo mondo.

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Per ogni mostro c’è la sua bella: quella di cui si innamora la Creatura del primo film è Kay, una bella biologa ed eterna fidanzata del protagonista David. Ad interpretarla fu Julie Adams, che in sostanza ricalca un ruolo da scream queen e damsell in distress nell’intero lungometraggio. Uno dei rari motivi d’ammirazione verso il suo personaggio è la capacità inumana di avere i capelli sempre boccolosi nel bel mezzo di una spedizione scientifica nella foresta amazzonica.

La sua figura atletica è entrata nel mito grazie al costume da bagno bianchissimo che indossa in una delle scene più famose del film. Adams ha raccontato di esserselo fatto disegnare apposta, perché non voleva fosse un modello di quelli reperibili nei negozi. Il dettaglio della sgambatura frontale lo chiese lei, che voleva farsi notare con un modello che per l’epoca era parecchio risqué.

La scelta del colore bianco, perfetta per il bianco e nero dell’epoca, costrinse la produzione a fare varie copie del costume: con il trucco applicato alle gambe dell’attrice continuava a sporcarsi.

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Uno degli aspetti che preferisco della cinematografia hollywoodiana classica è il nervo sempre scoperto della sessualità, a malapena trattenuto da allusioni e allegorie di natura varia. Il mostro della laguna nera è un’esempio classico e contiene una scena che all’epoca fu davvero esplosiva: quella della nuotata di Kay.

La bella biologa si tuffa noncurante nella acque della Laguna indossando il costume bianco sopracitato, non sospettando di essere spiata dalla Creatura. In questa scena magistralmente diretta a Arnold, il mostro replica sott’acqua le movenze della ragazza e sembra indeciso tra il desiderio di toccarle i piedi e la paura di venire scoperto.

Non è chiaro il grado di volontarietà, ma è molto plausibile che l’intento fosse proprio quello di creare un’allusione all’intercorso sessuale. La ragazza in superficie rappresenta l’apparenza moderna, i cui movimenti vengono replicati sott’acqua dall’istinto. Nella bellissima inquadratura di Kay vista dal basso, la luce proveniente dalla superficie trasforma il suo corpo in una silhouette scura, rendo maliziosamente possibile immaginare che sia completamente nuda.

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Come è sopravvissuta indenne per più di 60 anni la popolarità della Creatura? Il merito è di una delle prima e più martellanti campagne pubblicitarie di sempre, messa in atto proprio da Universal.

Anche molti anni dopo la fine della saga cinematografica, l’effige della Creatura ha continuano ad essere stampa su ogni tipo di oggetto di consumo. Nel tempo questo ha scatenato un vero e proprio culto della Creatura da parte dei collezionisti di oggetti di scena cinematografici e di memorabilia, mantenendo vivo il ricordo del mostro e consentendo alle nuove generazioni di scoprirlo.

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Tra gli interpreti della saga della Creatura – al di fuori della Creatura stessa, mai creditata ma iconica – il più famoso è una comparsa. Nel secondo film infatti fa una breve apparizione nel ruolo di un giovane scienziato un certo Clint Eastwood.

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Per i cinefili amanti del cinema di genere la visione di Il mostro della creatura nera è imprescindibile, perché ricorre come omaggio, ispirazione e tavolta calco ai limiti del plagio in moltissimi film irrinunciabili della storia del cinema statunitense.

Esiste una pagina wiki interamente dedicata (ma incompleta!) all’impatto del film sulla cultura popolare successiva. Se avete intenzione di vedere il nuovo film di Guillermo Del Toro La forma dell’acqua, che pesca a piene mani da Arnold e ne fa una sorta di ammodernamento, vi consiglio caldamente di recuperare il film del 1954.

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In Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder – un attimo prima dell’iconica alzata di gonna – è Marilyn Monroe ha spiegare perfettamente la fascinazione del pubblico per un mostro che, fin dalle sue premesse, fa sorgere il sospetto di essere il vero eroe di una storia in cui sono gli umani ad essere cattivi.

In fondo tutti, da Monroe a Del Toro, tifano per la Creatura, la cui unica sventura è quella di voler essere amata.

Finisce qui lo speciale di Halloween 2017 di Gerundiopresente. Se avete intenzione di trascorrere la notte delle streghe non davanti alla TV, ma tra le pagine di un libro o fumetto, potrebbe tornarvi utile lo speciale dell’anno scorso

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