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Gli anni ’90 sono ufficialmente entrati nel territorio della nostalgia canaglia, anche se l’approccio di Hollywood in materia è completamente diverso rispetto a quello tenuto  per il decennio precedente. Dopo Piccoli Brividi, Power Rangers e questo vago reboot del classico lungometraggio per ragazzi con Robin Williams, il trend è ormai abbastanza chiaro: budget contenuto e ragazzini come pubblico di riferimento.
Dato che coi primi due tentativi i risultati, seppur nemmeno lontanamente incisivi, si sono rivelati piacevoli, a Jumanji: Welcome to the Jungle bisognava concedere quantomento il dubbio. Poteva rivelarsi un buon film o comunque una pellicola con un motivo d’esistere? Il risultato è che sì, Jumanji ha saputo sorprendermi, ma non nel senso in cui auspicavo.

Quattro liceali statunitensi si ritrovano per motivi molto diversi in punizione e vengono costretti a fare ordine nel scantinato ripostiglio della scuola. Il gruppo è un campionario di fauna liceale: la bella svampita, l’atleta non brillante nello studio, il ragazzino nerd e l’introversa asociale. Dai mucchi di rottami e cianfrusaglie in mezzo a cui rovistano spunta una console per videogiochi misteriosa, che pare risalire alla prima gloriosa era della Nintendo. I quattro decidono di mettere da parte momentaneamente le divergenze e di farsi una partita in multiplayer. Finiranno catapultati nel gioco stesso e nel corpo del loro alter ego, con tre vite a disposizione insieme alle abilità e alle debolezze dei personaggi selezionati. Per tornare nella realtà bisognerà fare squadra e tentare di concludere il gioco senza perdere le vite a propria disposizione. 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’aspetto più sorprendente di Jumanji: Welcome to the Jungle è che non c’è alcun tipo di sorpresa ad attendere lo spettatore. Anzi, la sensazione in sala è stata quella davvero straniante di aver già visto il film, che è invece ovviamente assolutamente inedito.

Non è tanto o solo una questione di banalità della storia o prevedibilità di un film per ragazzi con queste premesse, quanto proprio l’impegno minimo che tutti coloro che sono coinvolti decidono di mettere in campo, a partire proprio dalla sceneggiatura. Dalle battute comiche basate sul differente status sociale dei quattro ragazzini liceali alla strizzatina d’occhio nerd, senza nemmeno la voglia di tentare un omaggio al predecessore, Jumanjii mette in scena esattamente quello che mostra sulla locandina: i muscoli di  Dwayne Johnson, la simpatia paciosa di Jack Black e l’avvenenza di Karen Gillian e Nick Jonas.

Il divario con il successo del 1995 è abissale: là trovavamo un film per ragazzi autenticamente avventuroso e con dei passaggi di trama davvero audaci (tutta la storia del povero Robin Williams incastrato del gioco per decenni e del suo perduto amor) in cui il gioco da tavola è percepito come maligno, mortale, imprevedibile.
Oltre ad avere un cast avvenente ma dalle capacità recitative decisamente ridimensionate, qui siamo di fronte a una giungla quasi rassicurante, in cui nemmeno la morte fa paura, dato che arriva esattamente quando te l’aspetti e anticipata dalla battuta prevista.

Lo vado a vedere? Se il confronto con l’originale è impietoso, Jumanji: Welcome to the Jungle è un’operazione deludente in toto, che non riesce a convincere nemmeno al livello dei predecessori Power Rangers e Piccoli Brividi. Questi quando si staccano dalla trama originale delle precedenti versioni – quale che sia il medium – lo fanno in modo creativo, contemporaneo e sorprendente, risultando anche piacevoli. Per sua stessa struttura narratica, Jumanji: Welcome to the Jungle è costretto a percorrere una strada diversa dal predecessore, ma si accontenta della prima scusa che gli passa per la testa.
Ci shippo qualcuno? Non direi.

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