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Nel bene e nel male, è stato un anno cinematografico all’insegna del gentil sesso. Per esempio a Hollywood si è consumato lo scandalo Weinstein negli stessi mesi in cui i tre maggiori incassi al botteghino (Star Wars: The Last Jedi, Wonder Woman e The Beauty and the Beast) erano quelli di film con una donna protagonista, circostanza che non si verificava da decenni. La speranza è che la forza economica dei personaggi al box office e quella delle professioniste che hanno posto fine al silenzio di un sistema di coercizione sessuale e lavorativa spingano Hollywood verso un futuro più egualitario.

Nel frattempo io mi sono accorta che i miei dieci film preferiti tra i 188 visti e spicci nella scorsa annata, dieci hanno per protagoniste un personaggio femminile. Cioè tutti. E non l’ho nemmeno fatto apposta.
[Listone film 2016] [Listone film 2015] [Listone film 2014] [Listone film 2013]
Facciamo in un lampo le premesse di rito: pesco solo i film usciti nel 2017 in Italia e sono i preferiti da me medesima. Il che non vuol dire necessariamente i migliori, dato che sono matta da legare, esteta per vocazione, fangirl per genetica, romantica per attitudine e morbosamente attratta dal legalese e dagli alieni, ma questo già lo sapete. E se mi conoscete un pochino (o mi stalkerate su letterboxd), probabilmente avrete già indovinato tutti i titoli in questione.

Prima di cominciare, chiedo gentilmente alla regia di mandare la Taylor gif che riassume le sensazioni di questo anno cinematografico:

Dov’è finito il cinema festivaliero che conta? Dove si è nascosto, diamine? Ma poi fatemi capire, nell’anno in cui io vado a Venezia e mi vedo in quattordici giorni tuttii20filminconcorso (con il mio encefalo che tira avanti a suon di riposini durante i film brutti), sia Venezia sia Cannes sono solo così così?

Se guardo alla classifica finale, ci sono solo da ringraziare le uscite tardive del 2016, che fanno la parte del leone. Insomma, l’anno scorso era andata meglio: magari il livello medio non era stato così omogeneo, ma c’erano stati un sacco di filmoni in più.
O magari questi infami del 2017 si sono tutti nascosti da qualche parte in attesa che io li scovi.

GLI INAMMISSIBILI

Sono bellissimi, io li ho visti nel 2017 ma nei nostri cinema li vedremo forse nei prossimi anni, forse mai. Sono tutti potentemente gardy approved, nel caso riusciate a metterci su le mani, in un modo o nell’altro:

GEMINI
IL 2017 è stato un anno fecondo di lesbicate chic già con le release normali, ma sarebbe stato indubbiamente meglio se fosse sbarcato nei cinema il film che ci rassicura sul senso di Zoë Kravitz come attrice (oltre che a farci innamorare ancor di più di Lola Kirke). Il Mulholland Drive dei millennials, leccato da morire ma strepitoso. Se vi piace il cinema di Assayas, non disdegnate Ozon e persino quel menoso di Refn, è un must see.
[RECE]

BEACH RATS
Anche questo abbastanza strepitoso, l’ho intercettato a Locarno proprio perché la sua fama già lo precedeva. Anche qui omoaffettività declinata in territorio autoriale, statunitense (stavolta però siamo a New York) e orgogliosamente indie. Lo sguardo inquieto e le iridi blu di Harris Dickinson fanno da sole mezzo film: secondo me fa un paio perfetto con Chiamami col tuo nome.
[RECE]

SANDOME NO SATSUJIN
Visto a Venezia e temo destinato all’oblio italiano, ammetto con grande onestà che la prima volta non avevo colto che un terzo della sua potenzialità. E meno male che Hirokazu Kore’eda aveva detto che aveva dato con i capolavori e si sarebbe dedicato a film leggeri, meno male. Un legal drama girato dal maestro contemporaneo dello slice of life giapponese? Oh, è una storia giudiziaria e umana così sottile e pregna che l’ho apprezzata davvero solo al secondo giro di danze. Dove voglia andare a parare con la storia di questo omicidio non lo capirete mai in prima battuta, anzi, forse per comprendere davvero la questione servirà un secondo giro. Non perché sia complicato, ma per quanto si dimostri sottile, ambiguo a livello linguistico e morale, giapponese nel dire e soprattutto non farlo a parole.
Se amate i legal drama dovete vederlo assolutamente: lo adorerete.

I FUORI TEMPO MASSIMO

Quelli per la serie alla buon’ora ci sono arrivata pure io. Un pugno di film vecchi come il cucco che ci tengo comunque a segnalarvi che mi sono particolarmente piaciuti.

JSA
Questo lo metto anche se è del 2000 perché ho scoperto che è sostanzialmente sconosciuto anche tra i grandi fan di Park Chan-wook; Joint Security Area è il suo terzo film da regista, il primo reperibile in Occidente grazie alle entusiastiche recensioni di Tarantino e agli incassi astronomici che fece in patria. È anche il suo film più apertamente politico e “tradizionale”, dato che il suo genio registico emerge solo qua e là (ma sempre nei momenti giusti).
Per convincervi, amanti del crime come la sottoscritta, vi dico solo che ruota attorno a un pasticciaccio brutto nell’aria di sicurezza condivisa sul confine tra Corea del Nord e Corea del Sud, in cui i testimoni raccontano versioni molto differenti e molto menzognere della realtà.
Niente però sarà mai più falso dell’attrice protagonista che finge di essere cresciuta in Svizzera e parlare fluentemente l’inglese.

LO SCONOSCIUTO DEL LAGO
Se Hichcock al posto che fissarsi con le bionde si fosse preso una scuffia per un giovane aitante ragazzo francese, avrebbe tirato fuori Lo sconosciuto del lago, un lungometraggio hichcockiano fin dal titolo.
Un film pazzesco (paz-ze-sco) che potevano avere il coraggio di fare giusto in Francia, sempre sia lodata. Sì, è la ricchionata ma davvero esplicita di cui tanto si parlò a Cannes 2013 e sì, io ci sono arriva solo ora, me tapina. Il finale è qualcosa d’inquieto e iconico oltre ogni dire, ma tutto il film che ci sta prima parte zitto zitto e poi ti ghermisce senza preavviso. Uno dei miei film preferiti tra i 188 e spicci di cui sopra, che racconta chirurgicamente l’ossessione quasi mortifera per la passione e il sesso. E pure questo è un crime. Grazie Alain Guiraudie.

POISON
Giuro che non lo faccio apposta, ma anche qui siamo in territorio LGBTQ, anzi, è uno dei film fondativi della new wave del cinema queer alimentata dalla disperazione montante per la scia di morte dell’AIDS, di cui questo film parla allegoricamente. File under: fatto con due lire, ma davvero una poverata senza pari. Anche questo l’ho recuperato a Locarno perché quando ti ricapita di vedere l’esordio di Todd Haynes al cinema? A stupirmi è stato quanto qui il regista sia folle, senza freni, sperimentale ed esplicito, completamente privo di quell’aura bon ton e soffusa che caratterizza tutta la sua produzione successiva. Con Poison siamo in territorio sperimentale e sul folle andante, ma la scena del matrimonio (e tutta la parentesi VM18 che segue) difficilmente te la scordi. [RECE][PANEL TODD HAYNES]

E adesso…

10 – L’AVENIR

Se avessi potuto ficcare qualcuno dei film sopracitati, quello di Mia Hansen-Løve sarebbe stato probabilmente il primo titolo a venire scartato, però rimane un film in cui una Isabelle Huppert enorme come solo lei e poche altre sanno essere trova una sceneggiatura la cui complessità è alla sua altezza.
L’Avenir (da noi intitolato Le cose che verranno), fortemente influenzato dalla figura della madre di Hansen-Løve, ruota attorno a una donna che si ritrova a fronteggiare le prime avvisaglie della vecchiaia mentre all’improvviso il mondo sicuro che si è costruita per affrontarla va in frantumi. C’è uno di quegli amori palpabili eppure mai articolati oltre lo sguardo per cui noi inguaribili romantici perdiamo la testa e c’è una Huppert che sa essere fragile, cosa che raramente le viene richiesta dal suo ruolo tipo: cosa volete di più?
[RECE]

9 – ATOMICA BIONDA

Questo ve lo avevo già preannunciato io, perché mi è bastata la lista del cast e un paio di foto per capire che si andava a pescare nei miei personali feticci cinematografici, per giunta scomodando i troppo spesso dimenticati anni ’80 pericolosi e punk della Berlino Est, ovvero quelli pieni di spie che piacciono a me.
Ci sono stati cinefili che hanno avuto lo spudorato coraggio di metterlo tra i film peggiori dell’annata. Gente che si merita tutto l’orrore action che la stagione estiva di solito ci propina e Scarlet Johansson come attrice feticcio dei film da menare le mani,  gente che probabilmente si crogiola nella peggior nostalgia canaglia degli anni ’80 mainstream, gente che verrà accontentata dai prossimi centomila remake più o meno espliciti (Stranger Things anyone?) in arrivo.
Bonus: ho letto le graphic novel da cui è tratto il film e non c’è nessuna sexy spia francese interpretata da Sofia Boutella (che tra questo e La Mummia, che estate magica ci ha fatto passare, salvando spesso da sola film irredimibili), l’hanno aggiunta apposta, così, per far tornare la Theron nelle lande del lesbò ad anni e anni da Monster. David Leitch grazie milione.
[RECE]

8 – CORPO E ANIMA

Non solo è il film più fottutocervometaforico dell’anno (o forse no, dato che i cervi qui un dannatissimo senso ce l’hanno), è anche quello che parecchi di voi hanno sottolineato insistentemente che dovessi vedere. E a ragione, perché l’Orso d’Oro femminile di Ildikó Enyedi di cui si è parlato pochissimo (come accade sempre alla cinematografia battezzata dalla Berlinale, da cui invece ogni anno spuntano almeno un paio di filmoni) è un racconto di un’educazione sentimentale anticonvenzionale in cui si ritrova anche la più banale delle persone.
Vorrei dirvi che il film s’interroga sul concetto di anime gemelle, vorrei dirvi che affronta il tema del disagio fisico e psicologico, ma per fortuna Testről és lélekről fa tutto questo con una naturalezza e una leggerezza che mai riuscirete a immaginare dalle etichette che vi ho elencatelo. Insomma, in longlist per l’Oscar al miglior film in lingua straniera non ci sta per caso, perciò recuperate questa perla cinematografica ungherese.

7- MISS SLOANE

2017, anno di legal drama tanto belli quanto incompresi, per mia suprema gioia e grande disperazione. Sono molto curiosa di vedere Molly’s Game per verificare se sia poi tanto migliore di questo, che in molti hanno definito “l’Aaron Sorkin dei poveri” (e se lo sarà, super evviva!). Ma guardate, sarei una miserabile contentissima se uscissero più film in cui si parla fitto fitto il legalese, ci si veste impeccabilmente e si vende l’anima al demonio delle lobby, al netto delle menate paternalistiche e psicotiche di Sorkin.
Sapete già che Jessica Chastain è un talento raro e per questo motivo dovreste vederla in questo degno erede luciferino di Thank you for Smoking. Amanti del legal drama, questo film è così legalese che nel cast figurano sia Jack McCoy sia Diane Lockhart, o quali che siano i nomi veri con cui la gente si ostina a chiamarli.
Pistola alla tempia: se potessi avere un guardaroba cinematografico, sceglieresti i cappotti di Charlize in Atomica Bionda o i completi di Jessica in Miss Sloane?
[RECE]

6- LADY MACBETH

Immaginate un classico ottocentesco inglese ambientato nella campagna inglese, ma con un risvolto luciferino e diabolico: questo è Lady Macbeth. In attesa di poter verificare con mano quanto l’amata Greta Gerwig ci abbia azzeccato con l’altro Lady movie dell’annata, io riguardo un po’ le mie protagoniste del cuore del 2017 e comincio a interrogarmi sulle mie evidenti derive da serial killer.
Come vi dissi già in tempi non sospetti, questo titolone in costume è quello perfetto per annichilire quanti vi scherniscono per il vostro amore per i costume drama, inducendoli a pensare che sotto il vostro trasporto per pizzi i trinoline si nasconda un’entità pericolosa. Abbastanza orgogliosa di dire che l’altro ieri ci sono arrivati BAFTA, mesi fa ci eravamo arrivati qui sul blog, perché miracolosamente questo ve l’avevo segnalato in tempo. Sarà che avevo troppa soggezione degli occhi magnetici di Florence Pugh per farmi prendere della stanchezza.
[RECE]

5 – A MUJER FANTASTICA

So che siete stupiti dal fatto che io piazzi in classifica un film cileno non di Pablo Larraín, perciò non siatelo: Una donna fantastica l’ha prodotto lui. Non solo, produrrà anche il prossimo film di Sebastian Lelio, quello che lo porterà a Hollywood con la gente che conta.
Peccato che serva sempre l’intermediazione della lingua inglese e della star di turno per lanciare un regista che ha già tirato fuori un film incredibile come questa diesamina sul lutto e il dolore, ferocemente quotidiana, talvolta meravigliosamente surreale. Non che siano del tutto ciechi a Hollywood: pure qui siamo in longlist per l’Oscar che non si fila nessuno a parte me (e vedete che invece è una miniera di grande cinema, se uno sa scavare). In un mondo in cui il Cile conta qualcosa, Daniela Vega avrebbe già un posto bloccato agli Oscar nelle categorie attoriali.
[RECE]

4 – JACKIE

Ops. Pablo Larraín alla fine ce l’ho messo davvero (e con mia grande disperazione pare non avrò materiale per il 2018, perché questo disgraziato è troppo impegnato a produrre i film altrui!), ma voi ditemi come si può ignorare Jackie. Un film che, ricordiamolo, è uno scarto di Darren Aronofsky riciclato per far esordire quello che viene dal sud America a Hollywood. Pablito zitto zitto si tiene Natalie Portman (che dà una di quelle interpretazioni a cui non puoi contestare un’unghia), infila l’ultima, enorme presenza scenica di John Hurt e un Mica Levi alla colonna sonora lì, un Noah Oppenheim alla sceneggiatura qui, ci tira fuori un filmone. Se non è più in alto nella classifica, è perché usciva “teoricamente” nello stesso anno di Neruda (in cui non c’è solo il freddo cervello di Pablo, ma anche la sua passione più travolgente) e perché è comunque un mezzo sfregio costringerlo a fare cose non sue.
[RECE]

3 – ARRIVAL

In un mondo in cui Denis Villeneuve è diventato famoso come regista di Blade Runner 2049 e non di Arrival io non so se ci voglio vivere, sinceramente. Ok che io sto a farvi una capa tanta sul suo genio dai tempi di La donna che canta (sì, questo blog è così vecchio) ma il confronto tra i due film, pur notevoli entrambi, è la prova provata che far fare al grande nome del cinema canadese da supplente di Ridley Scott è un’angheria, o peggio, uno spreco.
Quando ha le mani libere lui si procura una Amy Adams in stato di grazia, quando gli piazzano un cast per le mani si ritrova Ryan Gosling e non fatemi dire di più. L’unica nota positiva è che l’insperato successo del primo e il mezzo flop del secondo potrebbero (condizionale d’obbligo) forse suggerire a Hollywood che il problema non è la fantascienza (ma quando mai), bensì quella concezione vetusta e immalinconica derivata dagli anni ’80 che si ostinano a propinarci, come se il cyberpunk con il solitario uomo bianco sciupafemmine fosse l’unico linguaggio che capiamo. Guardate questa classifica, guadate i botteghini, guardatevi attorno!
Ero tentata di metterlo anche più in alto, ma è pur sempre un film con Jeremy Runner come co-protagonista.
[RECE]

2 – ELLE

Se non l’avessi visto per la prima volta a metà 2016 e quindi non lo percepissi più come pellicola di due anni fa uscita davvero tardi in Italia, sarebbe alla numero uno, secco. Alla prima visione ero rimasta più che altro sconcertata, ma sarebbe difficile il contrario, di fronte a una pellicola così spregiudicata di un Paul Verhoeven a cui hanno riso dietro per una vita e poi – messosi in proprio e con mille difficoltà economiche – viene fuori che forse quello di cui ridevamo davvero erano le imposizioni di Hollywood alla sua verve.
Ogni volta mi ha colpito una sfumatura diversa: impossibile godersi lo humour nerissimo di questo film la prima volta che vedi Isabelle Huppert stuprata e decisa a vendicarsi, impossibile percepirlo come il contraltare oscuro di L’Avenir, anche se di fondo la parabola della protagonista è la stessa.
Anche l’attrice è la stessa e tanto di cappello a una delle più grandi interpreti viventi, che si prende tra le mani un ruolo che nessuna ha voluto (Verhoeven ha fatto anche nomi e cognomi di rilievo) e ne ha decuplicato la potenza. Senza di lei, Elle non sarebbe il filmone che è. Tra i film visti negli ultimi anni, è sicuramente uno di quelli che è cresciuto di più col tempo. Bonus: anche il libro da cui è tratto, “Oh…” è incredibile: consigliato!
[RECE]

1 – THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI

All’uscita dalla prima mondiale a Venezia, pensavo di aver visto il Leone d’Oro (e lo penso ancora, non me ne voglia Guillermo Del Toro), mentre pare che potrei aver visto un Oscar o due: si sa che Venezia è un gran trampolino per film con queste ambizioni. L’ho trovato così grandioso che sono andata a rivederlo una seconda volta, giusto per controllare di non aver preso un abbaglio: no, nel film di Martin McDonagh
ci ho rivisto la stessa commistione perfettamente calibrata di commedia nerissima, poliziesco, western, cold case e guardo dritto nel cuore nero della grande, vecchia America. So che in tanti sono rimasti delusi dal film e ho letto pile di recensioni critiche, ma non riesco ad andare in crisi su un film che continuo a reputare scritto al millimetro, girato con grande cura e soprattutto con il più strepitoso cast d’ensemble che si sia visto da anni e anni a questa parte. Non solo Frances McDormand interpreta una versione di sé stessa da Oscar e Sam Rockwell ha per le mani il ruolo della vita, anche l’ultimo attore in fondo a destra è un fottuto caratterista coi controcoglioni, di quelli che se Hollywood fosse un posto non basato sull’aspetto esteriore, avrebbero una carriera della Madonna. Ma ne parliamo tra qualche ora in una recensione dedicata.
Avrei potuto mettere altro al numero uno? Sì, ero un po’ indecisa con Elle e altri titoli della parte alta della classifica. Ho optato per Tre manifesti a Ebbing, Missouri perché è davvero il primissimo film che mi è venuto in mente quanto ho cominciato a raccogliere le idee per questo Listone.

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