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Ci sono trecentomila uomini bloccati su una spiaggia francese e un singolo che decide del loro destino a Londra. La storia si consuma sui due fronti, ma le sorti di tutti sono nelle mani di quel solo uomo e delle sue decisioni.
Quella di L’ora più buia non è una storia nuova, anzi: il cinema è impegnato nel ruolo di Penelope sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, cucendo e disfando discorsi e film su un momento drammatico dell’umanità. Perché il Secondo e non il Primo conflitto mondiale? Probabilmente per sua posizione perfettamente mediata tra il senso di passato così concluso da essere Storia eppure così vicino da poter essere ancora presente e rilevante.
La Prima guerra mondiale è l’ultima dei grandi conflitti alla vecchia maniera, la seconda è l’introduzione al Guerra fredda, è moderna e ha un nemico cinematograficamente perfetto, cristallizzato nel concetto stesso di Male (il Nazismo, Hitler, la Shoah).
Dunkirk con la sua mancanza di protagonista e la sua visione collettiva è stato spesso tirato in ballo come la versione moderna di un film molto più tradizionale come L’ora più buia. Difficile non farlo, quando lo stesso preciso ricorso storico viene raccontato da due film che concorrono insieme per gli Oscar.

L’eventuale errore in questo ragionamento sta nel tratteggiare Darkest Hour come un film vecchio stampo, quando invece è la conferma di quanto si sia stabilizzato il recente cambiamento nel mondo di girare film biografici (e da Oscar) negli ultimi anni. Nell’epoca d’oro di Weinstein non sarebbe stata l’ora e nemmeno la settimana, bensì l’anno, o l’intera vita. Sarebbe stata buia, ma a gettare l’ombra sulla storia sarebbero stati solo i malvagi nazisti, di cui a ben vedere qui non c’è nemmeno l’ombra. Sono una minaccia, un elemento mortifero ma astratto, così come il concetto di Male assoluto.

L’ombra su quelle drammatiche settimane in cui si organizzò l’impresa impossibile di Durkirk qui la getta Churchill stesso. Alla sua apparizione in scena, Joe Wright si premura di mostrarci tutte le sue storture: è un ometto sovrappeso dalle abitudini insalubri e dai vizi radicati e ossessivi: l’alcool, il fumo, il cibo ingurgitato di mala grazia, i modi rozzi e manipolatori, sia nella vita politica sia tra le quattro mura di Downing Street.
Vent’anni fa il modello Weinstein avrebbe previsto che dietro questa parvenza disdicevole e bislacca si nascondesse un genio incompreso ed eroico. Darkest Hour è invece un film del 2017 e quindi si guarda bene dal ribaltare questa prima impressione. Anzi, il suo fascino sta nel crescente negare una logica all’azione di Winston Churchill, confermandone solo l’incredibile qualità oratoria (e la pochezza dei suoi opponenti politici). È un genio o un incapace a cui la fortuna ha sorriso?

Investigando impietosamente i mezzucci utilizzati e gli insuccessi precedenti, il film suggerisce anzi un’ipotesi ben più sinistra: che la cocciutaggine con cui uno degli eroi della Seconda guerra mondiale si è impuntato di non cedere a Hitler, di non trattare con la Germania, di salvare gli uomini a Dunkirk, abbia funzionato in buona misura per casualità. L’ora più buia della Gran Bretagna avrebbe potuto trasformarsi in un disastro di proporzioni epocali, confermando la fama che già Churchill aveva allora di catastrofico condottiero e politico incapace di ragionare con lucidità, fermo sulle sue idee e ossessioni per motivi tutt’altro che logici.

In tutto questo brilla di luce propria la performance magnetica e sbalorditiva di Gary Oldman, che restituisce in maniera tanto autentica il fascino oratorio di Churchill da farlo quasi passare per un eroe, per quanto sgretolato e anticonformista. Ci sono attori, ci sono caratteristi e poi c’è gente come Gary Oldman.
Certo la regia silenziosa ed efficientissima di un Joe Wright più defilato del solito gli fa un grande favore. Abituato a dare sfoggio della sua maestria (ricordate il celeberrimo piano sequenza molto alla Dunkirk di Espiazione?), dopo essere rimasto scottato dalle sue ultime esperienze, Wright rimane più del solito in sordina. Non che manchino lunghe sequenze in cui la sua perizia organizzativa emerga chiaramente, come tutte le sessioni nel parlamento inglese e in particolare l’affollatissima, angusta scena in cui Churchill tira dalla sua parte i parlamentari avversari prima di una votazione pubblica.

Sembrerebbe un grande film, con Gary Oldman in territori preclusi a quasi tutti e Joe Wright impegnato nel esaltarne la performance con il suo solito perfezionismo estetico e la sua ammirevole conduzione concertistica. Sarebbe, ma non lo è. L’ora più buia invece è un film buono ma non di più, perché manca di un fattore fondamentale: la scrittura. Non è una sorpresa. La cosa più degna di nota che ha scritto lo sceneggiatore Anthony McCarten è La Teoria del Tutto, altro film mediocre narrativamente, meramente funzionale alla mera vittoria di un Oscar come miglior protagonista.

Lo spunto ambiguo e sulfureo che il film vorrebbe avere è più suggerito dalle riprese di Joe Wright e da Gary Oldman che dalla sceneggiatura, che tira il sasso ma nasconde alla mano, infilando per giunta odiose scene celebrative. Solo la parte in metropolitana meriterebbe la decurtazione di una stelletta dal voto finale. Volendo creare un personaggio ambiguo ma poi chiaramente assolto da ogni presunta colpa, la sceneggiatura si ritrova costretta a sacrificare quasi tutto alla costruzione del titano che vorrebbe descrivere. I limiti di McCarten sono tutti lì, nell’incapacità di scrivere un grande uomo senza ridurre in scala la statura e la funzionalità delle donne, degli avversari e degli alleati che gli gravitano attorno. Lily James – l’erede di Keira Knightley per femminilità e bellezza inglese – è di un’inutilità rara e Kristin Scott Thomas è poco più di una vestale. Persino Hitler è più una diceria, un lupo delle fiabe che una vera e propria minaccia.

Eppure L’ora più buia ha un chiaroscuro e una profondità maggiore di La teoria del tutto, che invece potrebbe tranquillamente essere un film di qualche decennio fa dell’epoca d’oro di Weinstein. Merito di Joe Wright e del suo entourage, che si applicano con metodo al compito di creare un biopic contemporaneo ma spendibile agli Oscar. Wright però non è tipo con velleità narrative, funziona alla grande ma solo nelle vesti di perfetto adattatore; la consenguenza è che la riuscita dei suoi film dipende dal materiale di partenza. Non ci vuole poi un grande sforzo d’immaginazione a vedere come questo film sia un approdo per lui sicuro e un obolo dovuto agli studios per ritrovare la fiducia della critica e del pubblico.