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Si può solo sperare di spiegare un film come Chiamami col tuo nome a parole e bisogna essere molto confidenti nelle proprie capacità di scrittori. La sua grana emozionale è così fine che le parole si rivelano limitanti per farne un ritratto. Come descrivi un colore con il senso del gusto o un profumo con la vista?
D’altro canto la dimensione cinematografica è così ricca e curata che si fa appena in tempo a coglierla durante la prima visione, sospinti sempre oltre la bellezza tecnica del film dal tumultuoso emozionare della pellicola.
Tocca rimettere tutto in prospettiva quando si parla di 2017 cinematografico se – come è successo in Italia – mancano all’appello due titoli importanti come Il filo nascosto e Chiamami col tuo nome. Il film di Luca Guadagnino si imprime sulla pellicola e sull’immaginario dello spettatore: è indubbiamente una di quelle visioni che, all’uscita dalla sala, sai già che porterai con te negli anni a seguire. Quindi sì, siamo oltre il grande film e l’ottima prova registica: solo il tempo ci dirà quanto vicino andiamo al concetto di “storia del cinema”, ma è uno di quei momenti che non dovete mancare in sala, perché lo vorrete poter raccontare da spettatore quando sarà diventato storia.

L’unica critica che mi sento di muovere al film che ha scardinato la damnatio memoriae in cui la critica italiana aveva confinato Luca Guadagnino è di carattere concettuale e a ben vedere non è nemmeno un difetto vero e proprio. Un’estate assolata nella zona dei laghi lombardi, un 1981 che vive più di suggestioni musicali e modaiole che di confini storici, una condizione sociale così economicamente e culturalmente privilegiata da risultare quasi scollata dalla quotidianità. È difficile individuare un confine preciso tra la dimensione senza tempo di certi estati adolescenziali e quella di un racconto per nulla interessato alle incursioni del qui e ora, soprattutto se sgradevoli: talvolta Guadagnino sembra rifuggire attivamente tutto ciò che non sia astratto e alto, delegando alla servitù e al resto del mondo l’onere della quotidianità “bassa”.

Partire da una posizione così sopraelevata e indubbiamente privilegiata sgrava il film di tutti gli affanni del quotidiano e dello storico, per imprimere con la massima nitidezza a quello che sembra un frammento di memoria e sentito personale sulla pellicola. La straordinaria comunione spirituale e fisica che accomuna l’adolescente Elio e giovane uomo Olivier è un evento raro ed eccezionale nella vita e al cinema, eppure capace di parlare a ogni tipo di spettatore. Nonostante i walkman, le polo Lacoste e Giorgio Moroder dovrebbero tenerci ancorati negli anni ’80, il rapporto tra i due protagonisti viene così sublimato dal momento e luogo preciso, così indagato nella sua essenza da poter parlare a chiunque abbia vissuto quel risveglio estivo che è l’adolescenza. L’irrequietezza di Elio è una la matassa di energie che è difficile direzionare, frutto della consapevolezza di cominciare a comprendere il mondo ma di non capire nulla dell’intensità con cui si desidera per la prima volta qualcuno; un passaggio obbligato quale che sia il sentiero che uno percorre nella vita.

È solo indagando sul dietro le quinte della pellicola che si intuisce davvero l’impatto che ha avuto Luca Guadagnino, come persona e regista, sulla riuscita di un film perfetto come questo. Chiamami col tuo nome sembra in tutto e per tutto uno di quei miracolosi momenti in cui ogni membro di un cast strepitoso amplifica un racconto di base personale e così sentito da rimanere impresso su pellicola e nel cuore di quanti vi ritrovano un pezzo di sé.
Invece questa magnitudo di emozione non è dettata da questo tipo di urgenza: James Ivory doveva anche dirigere il film che ha scritto dopo che Muccino aveva accantonato il progetto. Luca Guadagnino è stato la terza o quarta scelta, dopo che altri hanno rifiutato per questioni economiche.

Una performance come quella del 22enne Timothée Chalamet, un assolo come quello di Michael Stuhlbarg (entrambi capaci di ridefinire un’intera carriera al suo nascere o al suo apice) e un Armie Hammer prototipico ragazzone americano biondo, occhi azzurri e così alla mano da risultare attraente e arrogante assieme contribuiscono a sviare l’attenzione dal contributo centrale di Luca Guadagnino per la riuscita del film.
Non siamo parlando solo del carattere della sua regia, che posiziona il film con chiarezza e personalità sulla scena del cinema internazionale e contemporaneo, pur con lievissimi tocchi e accenni storici inequivocabilmente italiani.
No, è Luca Guadagnino cineasta di notevole esperienza,  è Luca Guadagnino uomo maturato da tante vicende sgradevoli capitategli nei festival e sulla stampa, è Luca Guadagnino esteta nello sguardo e nel gusto a fare la differenza. Un troncare di netto a un pezzo pop che nessuno aveva ancora rivalutato senza chiudere una scena, un indugiare su un volto un secondo in più o in meno di quanto convenzionalmente ci aspetteremmo, una tavola imbandita di frutta che è racconta una stagione senza essere leziosa o superflua; questa è la firma nell’angolo del dipinto cinematografico di Guadagnino, chissà quanto cosciente di star autografando il suo capolavoro.

Da un’estate degli anni ’80 si passa all’estate della vita che esplode e travolge ogni giovane persona, ma che in pochissimi hanno il coraggio e sincerità di cogliere nella sua interezza. In un ambiente letterario e culturale altissimo, l’identità specifica di Elio e Oliver si fonde e confonde con quella di una statua greca e di un rinomato scultore ellenista, in una storia che ha una cornice e un gusto spiccatamente neoclassico.
La comunione con lo scenario naturale, la rilevanza e la sensualità della natura, il simbolo onnipresente dell’acqua in tutte le sue forme: era partita in un piazzetta italiana con un gruppo di giovani che ballavano ed ecco che la storia di Olivier e Elio diviene il testo antico su un paideia e sul suo suo primo amante.

Sono tre le qualità non scontante di Chiamami col tuo nome, che lo pongono ad anni luce dai uno standard cinematografico la cui narrazione e sinonimo di semplificazione. Come sottolinea il padre di Elio, ciò che è successo tra il figlio e Olivier è possibile innanzitutto perché entrambi ritenevano l’altro una persona meritevole, buona, gentile, migliore. Chiamami col tuo nome è popolato da genitori esemplari, da amici acuti e comprensivi, da amanti pieni di riguardo. Questa bontà non è quella di chi fa la cosa giusta di default, ma è un processo lungo, riflessivo, sentito. Essere gentili come frutto di riflessione rende il bene che si fa all’altro consapevole, volontario e autentico. Il film ci illustra quasi un’utopia, dove il distacco dalle tribolazioni del quotidiano permettere un migliorare se stessi e stare con gli altri più accorto. Guadagnino sta a Chiamami col tuo nome come Socrate sta al Simposio, per un film su eros e umanità così universale che sembra un classico di filosofia greca mimetizzato tra le note di Moroder e le biciclettate tra i campi nella bassa. 

L’intrinseca gentilezza, la compassione su cui si basano i rapporti personali nella pellicola non sradica tutte le bassezze dei protagonisti. Nel chiamarsi col nome dell’altro, sia Oliver che Elio sembrano voler assimilare alla propria persona ciò che invidiano al partner, finendo per ferire gli altri. Uno rincorre per un’estate la libertà di scelte e la mancanza di responsabilità del più giovane ben sapendo che è un fuga con le ore contate, l’altro in un gioco d’emulazione finisce per scaricare la tensione di un amore inespresso su una terza parte, facendole soffrire quello che pensa di stare passando a sua volta. Chiamami col tuo nome alla fine è un movimento di tre atti che comincia e finisce di fronte all’essere americano di Oliver dal punto di vista straniero e italiano di chi lo ospita per l’estate. I modi così familiari e colloquiali, l’aria sicura di sé, la leggerezza con cui l’americano impone scelte prese sempre da sé destabilizzano Elio, affascinato e tuttavia irritato dal modo di fare dell’ospite. Quando si troverà una seconda volta di fronte a questa facciata – dopo aver scoperto cosa protegga e nasconde – viene da chiedersi se sia valsa la pena esporsi tanto.

La risposta arriva nel passaggio forse più memorabile del film, così esemplare e così intenso da oscurare tutta una costruzione fantasma del personaggio di Oliver, del suo agire dietro le quinte. Gli spettatori osservano la statua del giovinetto androgino el’intera vicenda dalla prospettiva di Elio, ma qua e là emergono la frustrazione dello scultore sedotto e l’intervento dietro le quinte di Oliver. Sia il padre sia la madre di Elio evocano conversazioni avute con lui che noi spettatori non abbiamo modo di sentire, ma che sono determinanti per Elio in due momenti molto delicati della storia: entrambe lo rassicurano che, pur ferendolo, il sentimento di Oliver è autentico e non inferiore al suo. Salutato a inizio film come l’invasore della sua camera, Oliver ha conquistato il suo cuore e vi ha lasciato un segno indelebile, ma porterà con sé la cicatrice di ricorda e ricorderà tutto, scegliendo di lasciar morire quella parte di sé piuttosto che darle voce ancora una volta.

È meglio parlare o morire, chiede il cavaliere alla principessa quando i due sono così attratti l’uno dall’altra che il dire o non dire qualcosa cambierà per sempre l’esito del loro amore e delle loro due vite. È una notte tempestosa e ancora una volta la madre di Elio sta dando un consiglio determinante al figlio, che solo una volta per tutta la durata della pellicola riuscirà a chiedere esplicitamente aiuto.
Lo fa attraverso una fiaba che traduce dal tedesco, mentre abbraccia sul divano gli uomini della sua vita, intuendo i contorni delle loro angosce senza bisogno che le esprimano ad alta voce, a sua volta protetta da verità che potrebbero ferirla. Luca Guadagnino fa un po’ la stessa cosa con lo spettatore, sperando che anche noi faremo come il cavaliere e come Elio, senza smorzare la nostra umanità per paura di soffrire.

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