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Più che chiudere una trilogia, il terzo capitolo di Maze Runner chiude una stagione, quella della grande corsa cinematografica agli adattamenti young adult. Sono trascorsi appena 6 anni da quando Hunger Games ha reso Jennifer Lawrence una star internazionale e da quando le major concorrenti hanno tentato per lo più vanamente di replicarne il successo.
Il comparto letterario forniva un filone aurifero pressoché infinito per chi avesse avuto la buona volontà di selezionare il materiale migliore e portarlo su schermo in maniera dignitosa. In libreria il successo del target divenuto genere young adult continua imperterrito e anzi acquista una certa qual profondità letteraria e narrativa, rubando spazio nella narrativa di genere talvolta persino a quella da e per adulti.
L’approccio approssimativo e pigro di Hollywood nel cercare un successo commerciale con il minimo dello sforzo rischia invece di rendere Maze Runner l’ultima grande saga distopica giovanile che vedremo per un bel po’ di tempo.
Forse i lettori di vecchia data avranno notato che in campo di young adult mi sono sciroppata davvero quasi tutto il disponibile, perciò parlo con cognizione di causa. Al secondo capitolo di Maze Runner però avevo detto no, basta, vi prego. Ero pronta a chiudere la mia relazione con la saga nata dalla penna di James Dashner quando ecco che Hollywood trova il metodo di fregarmi, sventagliando la zazzera bionda dell’ex ragazzino di Love Actually nel ruolo di finto ragazzino (ha 27 anni) e lasciando ad intendere che ci saranno cose da vedere per la fangirl di turno.

Il che mi ha costretto non solo a recuperare in corsa il secondo capitolo, ma a sottoporti volontariamente all’incredibile minutaggio di 141 minuti che utilizza Wes Ball per mettere la parola fine a questa saga. Peccato che il labirinto a cui continua a fare riferimento il titolo sia ormai lontanissimo: La Rivelazione sembra la conclusione di una saga totalmente differente, in cui tutto è diventato più grande e roboante, tranne lo spessore della vicenda narrata.
Già il secondo capitolo era impressionante per l‘attitudine schizzofrenica con cui frullava dentro a un solo film di tutto e di più, correndo dal distopico allo zombie movie, rievocando a livello visivo e narrativo parecchie altre giovanile, tra l’altro in maniera così pedissequa da onorar di scopiazzatura.

Probabilmente l’autore del libro originale poi diventato una lunga e tortuosa trilogia ha fatto il passo ben più lungo della gamba, ma il film di Wes Ball avrebbe ben potuto metterci una toppa sopra. Se la sensazione di caos e inconclusività del secondo capitolo può essere giustificata dall’impossibilità di tirar le somme con ancora un film in ballo, Maze Runner – La rivelazione questa scusante proprio non ce l’ha.

Anzi, quando dopo un rinviare infinito della risoluzione arriva a spiegarci come l’umanità possa salvarsi dal virus che ha dato inizio a tutte le sciagure di questa apocalisse zombie, la spiegazione che svuota di ogni gonfiore il sufflé. Difficile a dirsi se sia più improbabile, prevedibile o anticlimatica, quel che è certo è che bisogna penare davvero tantissimo per arrivarci, in un crescendo di tragedie personali per il protagonista Thomas senza fine, con tanto di finale romantico omo e etero, per soddisfare qualsiasi palato.

Il grave incidente che ha messo KO Dylan O’Brien per oltre un anno (e che avrebbe potuto costargli la vita) è probabilmente occorso durante il cappello introduttivo in cui Wes Ball si mette in testa di fare il verso a Mad Max. All’inizio action segue puoi tutto il contrario di tutto, per un film che avrebbe potuto essere condensato in due ore e anzi, sarebbe stato ottimalmente compresso in 90 minuti.
Ciò che Hollywod e in questo caso specifico FOX sembrano non aver capito è che l’aumento della magnitudo produttiva e dei rilanci narrativi in un film non potrà mai coprirne la pochezza di contenti, anzi, tende a sottolinearla piuttosto impietosamente.

Lo consiglierei solo ai lettori della saga e a quanti si sentono abbastanza partecipi da voler assolutamente sapere come va a finire, ovvero quegli spettatori che bene o male l’hanno reso comunque un prodotto redditizio (più a livello internazionale che negli Stati Uniti). A qualche fangirl toccherà in sacrificio, perché qui si insiste a tavoletta sul rapporto tra Dylan O’Brien e Thomas Brodie-Sangster, con tanto di momento melodrammaticone. Diciamocelo però: per quanto voluminosa e indisciplinata sia una zazzera bionda, per quanto siano ambigue queste continue profferte di am…icizia, è soprattutto la noia a regnare sulle rovine postapocalittiche di un genere filmico che fino a qualche anno fa era la promessa più fulgida per un cinema dedicato a un pubblico giovanile.

Ship Sheep

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