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Al contempo film senza tempo e traguardo nettissimo della carriera del suo realizzatore, Il filo nascosto prova ancora una volta come Paul Thomas Anderson sia un cineasta unico, il cui arco evolutivo è imprevedibile e soprattutto inimitabile.
Lasciatosi alle spalle la ribollente verve creativa degli esordi e relativo codazzo di minutaggi imponenti e di scene in aperta sfida alla maestria registica, Paul Thomas Anderson ha asciugato il suo cinema, concentrandone le forza in tutto quello che non mostra e non dice più in maniera diretta.
Con Il filo nascosto lascia per la prima volta i suoi Stati Uniti in favore della vecchia Inghilterra degli anni ’50, in un contesto classista che più posh e distante dalla west coast è difficile immaginare. Eppure lo sposalizio tra un tipo di film fuori dal tempo e le magnifiche ossessioni del suo cinema statunitense dà vita a un film così sottile e complesso che l’impressione più forte che si ricava da Il filo nascosto è quella che una visione sia gravemente insufficiente a comprendere il film nella sua interezza.

In poco più di due ore Paul Thomas Anderson crea dal nulla un equilibrio relazionale e cinematografico la cui laboriosa calibrazione costituisce la trama stessa del film. I poli narrativi sono costituiti da due personaggi agli antipodi: lui è un sarto di fama e prestigio che veste ricche signore e nobildonne, lei una modesta cameriera in una locanda inglese le cui misure corporee si adattano perfettamente all’ideale cartamodello che vive nei sogni del protagonista. Il bizzarro ago della bilancia nel rapporto tra i due è la sorella di lui, una donna a sua volta molto peculiare, che ha completamente consacrato la sua vita all’attività economica del fratello, mettendola prima della propria realizzazione personale e trasformandola in un’arma di potere nei rapporti col congiunto.


L’incipit di Il filo nascosto è quindi quello di un’assoluta disparità di forza nella relazione che si va ad instaurare tra le mura della casa e dello studio Woodcock. Alma sembra l’ingenua ragazzetta destinata a rimanere ferita dal contatto col genio di Reynolds, il cui talento creativo si fonde con la mania vera e propria, che sfocia in nevrosi ogni qualvolta che il mondo che ha rigidamente costruito intorno a sé subisce una modifica inattesa.

Alma è quindi costretta ad adattarsi ai suoi ritmi lavorativi, ad amalgamarsi il più silenziosamente possibile a una routine già sperimentata negli anni da Reynolds e da Cyril su quante hanno occupato il posto prima di lei. I due fratelli hanno creato uno stretto spazio tra di loro occupabile da una donna che soddisfi le esigenze di lui e possa con agio essere controllata e annientata da lei; la posizione più scomoda possibile, in cui non c’è spazio di contromanovra per la malcapitata.
Senza che lo spettatore abbia mai il pieno controllo sulla narrazione, Paul Thomas Anderson trascorre il resto del film alla ricerca di un equilibrio perfetto tra i due e i tre protagonisti, che passa da continui sbalzi e sbilanciamenti dei loro rapporti di potere e delle loro alleanze interne. Da vittima designata Alma si trasforma in uno dei poli di forza del complicato triangolo di casa Woodstock, alimentando piuttosto che frenarle le manie lavorative del compagno, inserendosi poi bruscamente nella scala gerarchica di casa che pone la confezione degli abiti al di sopra di tutto. Sottostando ai capricci del marito e scatenandone al contempo le debolezze, Alma si rende necessaria e acquista potere, consentendo a Reynolds di cederle temporaneamente le redini del gioco e di abbandonarsi davvero al sentimento che prova per lei.

La figura di Reynolds Woodcock si rivela ben più complicata del previsto. Quello interpretato da Day Lewis è un tiranno i cui rapporti di forza e di debolezza con il gentil sesso passano attraverso l’interdipendenza con la sorella, la venerazione per la madre scomparsa e i continui sbalzi tra l’affetto e l’insofferenza con cui tenta di trovare un posto per Alma come musa, come amante e come pari.
A sua volta Alma nel subire le angherie e le mortificazioni di Reynolds comincia a prendere le misure del suo bisogno e del suo ego, fino a cucirsi un posto su misura nella routine lavorativa e umana di casa Woodcock. I metodi con cui raggiunge l’invidiabile posizione di persona ora amata, ora desiderata e ora temuta la tramutano nella perfetta summa dell’eroina di derivazione dumarniana, dichiarato spunto d’ispirazione per il cineasta. In Alma c’è l’ambiguità di mia cugina Rachele e l’innocenza di Rebecca che vive sotto il perenne giogo dell’enigmatica prima moglie del marito. Alma alterna i ruoli di vittima, carnefice e complice con crescente padronanza, piegando Reynolds all’interno di una relazione in cui lui abbia bisogno di lei, piegandosi a sua volta alle sue vessazioni, fino a trovare un modo per trasformare il punto di rottura di questo eterno tira e molla nella base solida di una relazione amorosa tanto peculiare quanto solida.

Se allo spettatore rimane l’impressione di non aver compreso il film nella sua interezza non è perché Paul Thomas Anderson sia poco chiaro, anzi. La maturità artistica lo ha portato a uno stile formalmente elegante e asciutto, capace di non sacrificare la bellezza estetica all’essenzialità. Sotto questa facciata quasi frugale si nasconde però una complessa stratificazione e un gioco di equilibri narrativi che ci si può godere appieno forse solo sapendo anzitempo che ruolo gioca ogni interprete (e che interpreti!) sulla scacchiera. Altrimenti lo sforzo necessario a lasciarsi dolcemente ingannare e sedurre dal cinema di Anderson è tale che distrae dalle dissolvenze e da piccoli tocchi di genialità, come le tante scene magistrali sulle scale a chiocciola di casa Woodcock.

Con un trio di formidabili attori protagonisti e una storia che parla d’amore nella modalità meno scontata possibile, Paul Thomas Anderson si può permettere di mostrare il suo meglio in ciò che lascia intuire allo spettatore, rifugiandosi in un paio di scene naturalmente iconiche (la sala da ballo invasa dai palloncini, i confronti sullo scalone di casa), che da sole sintetizzano in pieno un film dalle sfumature così ricche che è davvero difficile da raccontare e riassumere a parole.

L’anelito è quello di sempre – amare ed essere riamati – la sfida è quella impossibile di raggiungere un equilibrio perfetto nei rapporti di forza interni alla coppia.  La soluzione è un film tra i più accessibili al grande pubblico tra quelli girati in carriera da Paul Thomas Anderson (cineasta non sempre semplice da approcciare), nascondendo tutte le sue nevrosi e le sue ossessioni dietro la superficie lucida e perfetta di un prodotto di altissima qualità e di squisita bellezza formale. Il filo nascosto è un grande film che profuma di cinema classico, al contempo sempre a portata di mano e impermeabile al più acuto tentativo di sondarlo. È di certo uno dei film più complessi e maturi che vedremo nel 2018, perciò conviene arrivare preparati, armati della consapevolezza che la prima visione servirà più che altro a stabilire quale sia il livello di complessità raggiunto da Paul Thomas Anderson con il suo cinema, accuratamente cucito dentro l’opera apparentemente innocua che parla d’amore.

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