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C’è qualcosa di potentemente speculare e un po’ paraculo nel modo in cui Lady Bird e Chiamami col tuo nome – due dei film più amati dal pubblico in corsa agli Oscar 2018 – dialogano idealmente tra loro.
Sicuramente si sono già spesi fiumi d’inchiostro e di byte per comparare due film che a livello narrativo e a livello registico fanno spesso scelte simili, talvolta identiche (cfr. la scena della madre che recupera il figlio/la figlia in condizioni di naufragio emotivo).
Se del film di Guadagnino si è a lungo discusso proprio in merito al calcolo che sta dietro un’operazione che appare personale e sentita ma come sappiamo gli è capitata per le mani quasi di risulta, raramente ho visto mettere in dubbio la genuinità del sentito dietro a quella che è quasi un’autobiografia dell’adolescenza della sua esordiente regista. Da estimatrice di Greta Gerwig di vecchia data (quando era “solo” la musa di Noah Baumbach e la reginetta del cinema indie statunitense) io invece ho più di qualche dubbio in merito.

Lady Bird è un film delizioso, riuscito e che promette il meglio per il futuro della sua esordiente regista? Certamente sì, ma da qui a suscitare l’ondata di acclamazioni che ha generato passa di mezzo tutto Frances Ha. È curioso che, dopo aver atteso per tantissimo il passaggio scontato dietro la cinepresa della Gerwig, i suoi fan di vecchia data (quelli che sostenevano che i film migliori di Noah Baumbach funzionassero davvero bene solo quando anche lei ci metteva lo zampino) si siano ritrovati a costatare quanto Lady Bird sia di fatto un punto a favore per il regista dalla carriera più avviata.

Gli ingredienti per un film innanzitutto differente ci sono tutti. Geograficamente e temporalmente Lady Bird esplora territori e tempi quasi mai toccati dalle mappe cinematografiche statunitensi. Sacramento – città d’ambientazione della pellicola e silenziosa co-protagonista del film – è collocata nella parte culturalmente “sfigata” della California, pur avendo dato i natali a Joan Didion. In un film così femminile e femminista è proprio la celebre citazione della scrittrice ad aprire le (dis)avventure di Christine, una adolescente alle soglie dell’età adulta in quel 2002 mesto rappresentante di un decennio un po’ al limbo, ancora incapace di suscitare la nostalgia e l’ammirazione che per esempio suscitano già gli anni ’90 da qualche pellicola a questa parte.

Christine è impegnatissima a pianificare in maniera superficiale e contraddittoria la sua fuga dalla quotidianità di Sacramento, ai suoi occhi squallida e priva di stimoli. Dove fuggire e come fare però non costituiscono domande prioritarie per Lady Bird, una sorta di alterego fintamente sofisticato che la svogliata studentessa impone persino in ambito familiare.
Non si può che affezionarsi a Christine ed è questa la magia di un film che in realtà è assai impegnato nel sottolinearne impietosamente la sua adolescenziale pigrizia e superficialità. La smania artistica che sembra investirla la vede impegnarsi solo nel caso ci sia qualche ragazzo carino da conquistare, il suo sogno non è legato ad alcuna aspirazione di tipo professionale o personale, tant’è che un luogo vale l’altro pur di lasciare Sacramento. Altezzosa e decisa in compagnia di compagni e ragazzi altrettanto impostati ma vacui, Lady Bird non ha nemmeno l’incoerenza ribelle di mollare tutto e fare di testa propria, finendo per fare una scelta di calcolo e rivolgersi al genitore più malleabile.

A causa della guida ferma e della schiettezza materna, il rapporto tra madre e figlia è piuttosto complicato, impreziosito da una performance purtroppo poco lodata di Laurie Metcalf. Saoirse Ronan a soli 23 anni ha già dimostrato più che ampiamente di potersi prendere un film sulle spalle amplificandone il centro emotivo, ma è aiutata da una serie di interpreti capaci di lavorare benissimo sottotraccia, tra cui brilla proprio la Metcalf nelle continue scene di attrito e tenerezza con la figlia.

La tragica mancanza di Lady Bird è quella di desiderare un futuro per cui forse non ha le doti e per la cui realizzazione non dimostra certo di applicarsi, non riuscendo ad accettare che l’ordinarietà che tanto disprezza attorno a sé alberga anche in Christine, nascosta dal velo infantile dei colpi di testa del suo alter ego.
In un contesto in cui il tema religioso scorre continuamente sotto traccia (tanto da sembrare quasi un aggiornamento dell’ultima prova da nomination della Ronan, Brooklyn), una suora le dice che amare significa innanzitutto fare attenzione. Il limite e l’immaturità del personaggio sta tutta lì, nel concentrare le sue energie su obbiettivi poco definiti e persone poco meritevoli, gettanto alle ortiche legami importanti che a torto dà per scontati.

Allora perché Lady Bird è semplicemente un buon film e un ottimo esordio? Perché a scriverlo non è la Christine che alberga in Greta Gerwig, bensì la sua Lady Bird. Sono memorie di una maschera, come direbbe Mishima, in cui tutta l’emozione è figlia di uno studiato calcolo che profuma di cinema indie, hipsteria assortita e – a quanto abbiamo scoperto – persino di Oscar.

Anche Frances Ha parlava di una giovane poco più grande ma forse persino più confusa, anche in quella splendida pellicola la quota hipster era oltre la soglia d’allarme (basta ricordare che è girato completamente in un bianco e nero radical chic), ma il controllo era meno netto e tutto sommato, meno paraculo. Sfuggiva un’onesta disarmante che davvero conquistava il cuore, nascosta in una confezione saputissima ma artisticamente curata dalla frenesia di due giovani che vogliono dimostrare qualcosa. 

Lady Bird invece è un curioso, piccolo esordio che sembra condotto con la consumata esperienza da veterano del Sundance. Un risultato poi non così sorprendente, alla luce della carriera e della vita della sua ideatrice.

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