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Raramente mi capita di recensirvi un film che sento di tenere saldamente stretto tra le mani come Quel che non so di lei, perché raramente mi capita di averne letto il romanzo, intervistato lo sceneggiatore, seguito la conferenza stampa di Cannes e spulciato un ottimo press book in proiezione stampa.
Questo significa due cose. Uno: la delusione di fronte al nuovo thriller di Roman Polanski è stata ancora più cocente (nonostante fosse stato massacrato a Cannes e quindi fossi ampiamente stata avvertita) perché ho avuto modo di soppesare con mano la forza degli elementi di partenza che vanno perdendos. Due: è davvero ora che qualcuno si decida ad arruolarmi in una testata seria e renda oltre che alla mia missione di vita il mio (unico) lavoro essere così sul pezzo, aka sapere i fatti e fattacci della gente cinematografica e dei film prima di vederli. E quindi partiamo con il gossip la recensione.
Casa Polanski. Emmanuelle Seigner legge un romanzo best seller in Francia a firma della nota scrittrice Delphine De Vigan (da noi edito da Mondadori con il titolo di Da una storia vera) e butta lì al marito che sarebbe un’ottima base per un film. Polanski fa qualche telefonata, scova il produttore che ne detiene i diritti e se li assicura.
Da qui parte un conto alla rovescia concitatissimo che, un anno dopo, porterà il lungometraggio a chiudere la 70esima edizione del Festival di Cannes. In mezzo ci passano lunghe conversazioni su Skype tra il regista di Carnage e quello di Personal Shopper e Sils Maria Olivier Assayas, già in passato assoldato da grandi registi come sceneggiatore, tre mesi di riprese senza prove preventive e un montaggio all’ultimo per arrivare al festival francese, con un film di 10 minuti più lungo rispetto a quello che vedrete in sala.

Non sapremo mai cosa sia rimasto sul pavimento della sala di montaggio o cosa abbia poi risistemato Polanski nei mesi successivi. Quel che è certo è che la fretta per certi versi inspiegabile con cui è stato girato Quel che non so di lei si vede tutta nella dimensione visiva di un film che ha davvero poco dell’atmosfera dei thriller alla Polanski. Per sua stessa ammissione, buona parte del tempo tempo sul set il grande regista lo spende a creare una dimensione temporalmente verosimile e suggestiva per gli ambienti in cui si muovono i suoi personaggi. Senza essere claustrofobico come Carnage, anche Quel che non so di lei è un film che vive sostanzialmente d’interni, eppure il regista di L’uomo nell’Ombra (in cui la memorabile villa sull’oceano dell’ex premier inglese è quasi un personaggio e costruisce buona parte dell’atmosfera gelida del film) è quasi irriconoscibile. La casa della scrittrice protagonista Delphine è spersonalizzata e anonima, sembra in tutto e per tutto un set in cui ad essere piazzati con cautela sono solo i tanti prodotti di lusso francesi il cui product placement ha probabilmente pagato parte della produzione.

Non è un caso che il film cominci a ingranare solo quando le due protagoniste si spostano in una casa in campagna ben più evocativa e funzionale allo stile del regista, che dal quel punto in poi pigia in maniera decisa sui toni del thriller. Purtroppo è irrimediabilmente tardi e nella mente rimangono più le pretestuose scene di seduzione con protagonista Eva Green, il feroce namedropping di autori famosi del marito della protagonista (capace di strappare qualche risatina in proiezione stampa) e la pacchianeria di scene come quella del sogno della protagonista, la cui unica vera giustificazione sembra essere mostrare meglio la marca del laptop che utilizza.

La vera tragedia di Quel che non so di lei è quella di avere a sua disposizione nomi strepitosi, ma impiegati in ruoli inadatti. Eva Green nel ruolo della femme fatale ormai sembra quasi una macchietta, Emmanuelle Seigner qui appare stanca tanto quanto Delphine, scrittrice travolta dal successo strepitoso del suo ultimo romanzo e invalidata da un blocco totale della scrittura. Quando dalle schiere di assillanti fan emerge una vedova e scrittrice affascinante e misteriosa di nome Elle, Delphine vi si appoggerà completamente, accettando di buon grado la sua crescente influenza di amica, confidente e assistente, accorgendosi con notevole ritardo che la donna ha un’agenda tutta sua.

Non c’è nulla di male se la tua musa è tua moglie (e la Seigner in Venere in Pelliccia era uno spettacolo) ma come diceva a Locarno Assayas con tono critico, la differenza d’età con Green è troppo marcata. A mio modo di vedere poi il gioco di specchi su cui si fonda la storia avrebbe funzionato molto meglio con volti non così immediatamente riconoscibili riconducibili al loro status di dive. Insomma, se Seigner è abbastanza fuori parte e decisamente non ispirata, Eva Green non brilla.

L’errore più grave del film però io lo addosserei proprio a Assayas (scusa Olivier), che nell’adattare un thriller ambiguo e sfumato sì, ma con una chiara spiegazione finale di cosa stia succedendo (o quanto meno di quali siano le due versioni più verosimili tra cui il lettore deve scegliere la sua preferita) rende tutto enormemente nebuloso. Senza aver letto il romanzo è impossibile capire o anche solo intuire i contorni del personaggio di Eva Green, anzi, i tagli e i cambiamenti sono tanti e tali che si può tranquillamente giungere a un’altra lettura degli eventi narrati, vanificando la forza stessa del romanzo.
Di fatto in Quel che non so di lei una vera spiegazione non c’è, quanto piuttosto delle allusioni visive e la crescente impressione che il punto sia proprio l’impossibilità di avere una risposta nel regno del razionale; in altre parole, il film tipo che ha diretto Assayas in questo decennio. Il regista francese qui sembra più scrivere per sé che per il collega, che lavora sì di suggestione, ma con una base ben più razionale e “spiegata”.

Insomma, anche Roman Polanski è incappato in un film trascurabile, che si può saltare tranquillamente mentre si esplora la sua notevolissima filmografia passata e recente. Guardando i suoi film girati nell’ultimo ventennio, direi che questo scivolone è già più che perdonato.

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