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Dopo la vittoria del premio Nebula e il travolgente successo della trilogia dell’Area X, Jeff VanderMeer non deve più dimostrare nulla e lo si percepisce nettamente già dalle prime pagine del suo ultimo romanzo Borne, appena uscito in Italia per Einaudi.
Dopo essere riuscito nell’impresa di rimettersi al centro di una corrente da lui battezzata new weird ma beffardamente colonizzata dal collega China Miéville, ritroviamo un Jeff VanderMeer meno analitico e certosino nelle sue bizzarre visioni florofaunistiche apocalittiche.
Anzi, nelle lande desolate e distrutte della città senza nome dove si muove la cacciarifiuti Rachel, oltre a biotech di carne umana e aspetto alieno, tra trappole continue e insidie mortali, fiorisce inaspettatamente un componente del tutto estraneo all’Area X: la tenerezza fugace ma vivida di un rapporto familiare e affettivo.
Di componenti bizzarre Borne ne presenta molte al lettore, ma chi ha familiarità con la narrativa a firma VanderMeer ne coglierà un’altra. Risulta quasi inedito e fresco il sottile e precario equilibrio con cui si muove lo scrittore alle prese con una creatura letteraria figlia sì di un approccio più rilassato del recente passato, più incline a concedersi fughe verso ciò che affascina l’autore, ma anche erede di una lunga bibliografia e una maturità artistica più che compiuta.
La magia di Borne scaturisce a romanzo già inoltrato ed è frutto della frizione sempre più forte tra una cornice apocalittica e bizzarra con un cuore narrativo e umano universale e inaspettatamente tenero.

Il fulcro della narrazione è la Scogliera, il rifugio sicuro di Rachel e del suo partner d’affari e amore Wick dai pericoli della città senza nome in cui vivono. Lei ricorda il mondo prima dell’Apocalisse e la vita nei campi profughi insieme ai genitori, ma non come sia arrivata da sola nella città e divenuta cacciatrice di materia organica per garantire la sopravvivenza del sodalizio. Lui è un ex scienziato che lavorava per la Compagnia (anch’essa senza nome, come tutte le corporazioni malvagie e le eredità lovecraftiane), l’istituzione che ha utilizzato la città come un gigantesco laboratorio, forse causandone la rovina.
Nel tentativo di frenare il collasso urbano, gli ex colleghi di Wick hanno ibridato tecnologia e genetica fino a territori forse riservati a qualche divinità, creandone una che domina la Città. Mord è la versione gargantuesca di un plantigrade, la cui origine è poco chiara ma la cui vastità di poteri è tale da ispirare nei sopravvissuti una relazione ora parassitaria, ora religiosa. Mord è anche in grado di librarsi nell’aria, a dispetto della sua colossale mole con cui distrugge interi palazzi per capriccio. Mord è l’incubo dei sopravvissuti anche per interposta persona, attraverso i suoi Simulacri dal pelo dorato e dall’altezza ridotta (ma non per questo meno letali) ma anche una fonte preziosa di sostentamento per i cacciarifiuti che si arrampicano sui suoi fianchi mentre è addormentato per cercare biotech e altre componenti preziose rimaste impigliate sul suo pelo.

Sarà proprio durante una di queste spedizioni che Rachel troverà una sorta di anemone di mare dai riflessi luminosi intermittenti. Quell’enigma dalla forma cangiante comincerà poi a crescersi, muoversi e persino parlare, trasformando non solo la sua natura, ma anche quella di Rachel, la voce narrante del romanzo, che alle prime parole del suo bizzarro ritrovamento si sentirà investita del ruolo di madre.
Non mancheranno gli screzi nella “famiglia” formatasi nella Scogliera: Wick teme Borne e vorrebbe eliminarlo, invece in Rachel cresce via via l’affetto per il suo bizzarro figlio, insieme alla dolorosa consapevolezza di non poterne comprendere appieno la natura.

L’illustrazione di copertina di Borne, apparsa nella prima edizione statunitense.

Poi c’è Borne stesso, inizialmente innocente come un bambino, tanto da guardare alla città invasa dagli scarti tossici e distrutta da Mord e trovarla bellissima. Imparando a conoscere il mondo attraverso le parole di Rachel e l’imitazione dei suoi gesti, Borne si troverà lacerato dal contrasto di una piena natura umana che desidera oltre ogni cosa e la sua essenza e i suoi istinti, che come la sua forma continuamente in mutazione sono difficili da fotografare con chiarezza. Soprattutto per Rachel, che per amore materno e per i tanti problemi di sopravvivenza legati al mondo fuori dalla Scogliera, tarderà irrimediabilmente a cogliere la portata del suo fraintendimento su cosa o chi sia Borne.

Borne si rivela quindi un romanzo familiare e un coming of age davvero inaspettato. Al centro della narrazione c’è una creatura che con un bambino umano condivide solo il doloroso percorso dall’innocenza alla piena consapevolezza del mondo (e del tragico stato in cui versa). La natura aliena e bizzarra di Borne non rende meno universale e commovente la sua progressiva presa di consapevolezza delle storture del mondo, la sua affannosa ricerca a un rimedio alle stesse, in modo da trovare un posto per sé nella città, ma soprattutto al fianco di Rachel.
La dimensione di pericolo imminente in cui vivono Rachel e Borne funge da natuale accelerante della crescita di Borne, la cui voce da irruenta e innocente si fa saggia, antica, scavata dal peso degli errori e dei tradimenti.

La copertina italiana di Borne è ancora una volta illustrata da LRNZ.

Non tutto funziona in Borne e soprattutto, non da subito. La nota più dissonante è quella del registro letterario dell’autore, che risulta sin troppo ricco per l’apparente semplicità dell’incipit del romanzo. Laddove il suo utilizzo suggestivo ed evocativo del linguaggio era perfetto per le potenti, visionarie allegorie di Annientamento, qui appesantisce l’attacco di un romanzo che si prende davvero tutto il tempo disponibile per posizionare le sue carte sul tavolo da gioco.
Quando finalmente la frizione tra Città e Scogliera genera le scintille narrative tanto attese, Borne imbocca una strada che non permetterà di voltarsi indietro e si fa improvvisamente più adulto e ardito, proprio come il suo protagonista mutaforma.

La vera pecca del romanzo forse però nella scala di priorità scelta da VanderMeer. Al centro della storia infatti c’è la speranza incarnata dalla famiglia e non la disperazione della città distrutta dall’arroganza di uomo e scienza. Seppur a tratti toccante e capace con brevi excursus di proporre riflessioni sul futuro simili a quelle incontrate in Exit West di Mohsin Hamid, non c’è davvero gara tra la fascinazione che suscita quanto vediamo agitarsi sullo sfondo rispetto a quanto ci viene mostrato in primo piano, con chiarezza.

Borne è un personaggio interessante ma mai suggestivo quanto Mord, anche se uno è un protagonista e l’altro appare a intermittenza, come una sorta di capriccioso, memorabile deus ex machina.
Allo stesso modo Rachel ci guida nel romanzo come voce narrante e protagonista, ma

La trappola dei tre astronauti è solo una delle tante immagini evocative che lasciano il segno in Borne.

Jeff VanderMeer si trova costretto a mantenere fino all’ultimo il riserbo su Wick e sul personaggio della Maga per non farla scomparire nel suo essere acerba e priva di conflitti dalle radici profonde. In una manciata di pagine finali l’autore ci dà due rivelazioni affrettate ma mastodontiche, che rendono Wick e La Maga due grandi occasioni volutamente mancate (soprattuto la seconda, con una risoluzione ingiustamente frettolosa). Scoprire la verità sull’amante di Rachel e sulla più grande e leggendaria nemica di Mord non esaurisce questi due personaggi memorabili, anzi: fa solo rammaricare ancora di più che il romanzo sia giunto a conclusione proprio sul più bello.

Borne è di certo un romanzo maturo, che sicuramente ha dalla sua una certa leggerezza strutturale e un calore umano quasi assente nell’impegnativa opera precedente. Più convenzionale nei temi e nella costruzione, Borne è una lettura più semplice e scorrevole di Annientamento, ma pur rimanendo un romanzo d’indubbio valore e maturità, raramente si muove agli stessi livelli del predecessore.

Puntando tutto sul rapporto tra Rachel e Borne VanderMeer manca l’appuntamento con i personaggi e i temi sullo sfondo del romanzo, quelli che gli avrebbero consentito di esercitare il suo talento alla massima potenza. D’altronde dopo tanto scrivere e vincere premi, un romanzo scaturito “semplicemente” dal suo amore per gli orsi e la loro complessa personalità ci sta tutto. Se solo non avesse ideato uno sfondo così suggestivo e sfocato che lascia il lettore con l’amaro in bocca di cosa sarebbe potuto essere Borne, se fosse stato concepito una sfida e non uno svago.

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