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In una settimana particolarmente ricca di uscite che si pongono il problema di mettere al centro un personaggio femminile e di farlo per bene, il film che avvicina di più un risultato soddisfacente potrebbe essere il più frivolo in competizione. Certo Tomb Raider è aiutato dalle basse, bassissime aspettative che genera un blockbuster action basato su una nota saga di videogiochi (fonti originarie popolarissime che non hanno ancora originato adattamenti senza intoppi) e che si configura come remake di una coppia di film davvero stupidini.
Alicia Vikander è invece al centro di un film che si muove agevolmente nel suo territorio e, senza strafare e con molto buon senso, tenta di porre le basi per un franchise più vicino al territorio videoludico e più soddisfacente da vedere in sala.
Tomb Raider anno 2018 con il suo predecessore di una ventina di anni fa in realtà ben poco da spartire, perché si fa erede di un contesto videoludico e hollywoodiano profondamente cambiato.
Allora il progetto era chiaramente tagliato sulle forme generose e super sexy di un’Angelina Jolie il cui fascino garantiva da solo il risultato al botteghino. Nessuno si pose il problema di costruirci un film sopra, anzi: si fece a malapena il minimo necessario, eppure gli incassi furono tali da giustificare una seconda, ancor più sciocchina pellicola. Oggi praticamente nessun attore può garantire un risultato a scatola chiusa, il divismo ha cambiato volto e spesso nemmeno uno sforzo consistente e meritorio garantisce le sale piene.

Ad inizio millennio nemmeno il mondo videoludico aveva questa grande nomea, o per meglio dire non generava profitti e fandom su cui potesse mettere gli occhi una Hollywood alla ricerca di facili franchise. Non a caso fu Tomb Raider a sbarcare al cinema, perché forte di una protagonista divenuta una vera e proprio icona, capace di finire in spot pubblicitari, pagine dei quotidiani, saggi critici e persino a Sanremo.
Le cose sono parecchio cambiate, tanto che i videogiochi non solo hanno tentato a più riprese di sbarcare ad Hollywood con l’ambizione (finora disattesa) di farlo con un certo spessore cinematografico, ma hanno molto influenzato l’universo visivo del fare action.

Il Tomb Raider che arriva al cinema è quello modellato sul videogioco del 2013 che ha rilanciato il franchise e ne ha rinnovato profondamente stili, dinamiche, storie e persino la protagonista. Certo poter contare su un’attrice completa come la svedese Alicia Vikander, che si sottopone volentieri a un massacrante rimodellamento del proprio corpo a suon di palestra per tentare la scalata al mondo dello star system, dà al film un bel vantaggio di partenza. Neppure l’attrice premio Oscar avrebbe potuto redimere l’inconsistente fuffa contenuta delle sceneggiature dei due Tomb Raider precedenti, ma per sua fortuna stavolta lo sforzo c’è e i risultati si vedono.
In questa sua nuova incarnazione Lara è innanzitutto contestualizzata, i presupposti tutto sommato bizzarri del personaggio ricondotti a una dimensione almeno verosimile.

Perché una ricca ereditiera dovrebbe andarsene in giro per il mondo a farsi ammazzare alla ricerca di artefatti antichi, spacciandosi per archeologa quando nelle zone archeologiche tende più a sparare che scavare? La risposta che il film si dà tenta addirittura il profilo psicologico, anche se le opzioni che pesca sono piuttosto convenzionali. È naturalmente predisposta al rischio e amante dell’adrenalina, allergica alle regole, ama l’indipendenza e la scomparsa del padre ne ha segnato profondamente la vita, convincendola che tutto sommato è meglio vivere sottopagata come fattorina per un’app piuttosto che dichiarare il padre morto e incassare una fortuna.

Il punto più debole di un film che punta chiaramente ad essere una rifondazione di una saga lunga e florida è proprio il nucleo narrativo riguardante il padre, interpretato da Dominic West. Un po’ perché il trauma dell’abbandono paterno è ormai un topos di una banalità sconcertante, un po’ perché giocoforza sappiamo già in partenza dove andrà a parare, è proprio questo versante a rendere prevedibile e semplicistica la pellicola.

A sorpresa a redimerla è la sua ferma volontà a somigliare anche stilisticamente alla sua fonte, non limitandosi a omaggiarla con strizzate d’occhio e citazioni.
A Tomb Raider non importa solo mettere in mano a Lara due pistole o farle la treccia; c’è il chiaro tentativo di ricreare la sensazione di vivere le atmosfere dell’avventura tutta salti calibrati e enigmi senza avere un joystick in mano.
Sotto questo versante il film si fa prendere persino un po’ la mano, costringendo la Vikander ad esibirsi in continui urletti sexy mentre rischia la vita, dettaglio che non risulterà ridicolo solo per chi ci ha fatto il callo dai tempi della Eidos.

Inaspettatamente Tomb Raider si spinge un po’ più in là dell’action senza pretese e senza scivoloni, divertendo il giusto, azzeccando un tono leggero, un piglio avventuroso, un paio di battute e una protagonista che tutto sommato ci piacerebbe rivedere in questi panni. Certo a quel punto servirà una storia più consistente e magari un salto di qualità tecnico alla regia per non rischiare di sembrare il cugino cinematografico povero di Arrow, che continua incredibilmente a dettare la linea e guidare la classifica dei giovani ricconi in cerca di addominale e redenzione.

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