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Forse Garth Davis sperava davvero di fare il salto di qualità girando un film a tematica religiosa con tanto di crocifissione del Cristo, scenario che da sempre si accompagna a grandi dibattiti e facili controversie. Dopo la regia di alcuni episodi di Top of the Lake e di Lion, Davis si prende l’incarico di portare ancora una volta la vita e la morte del fondatore del Cristianesimo su grande schermo, anche se il focus del film è chiaramente un altro.
La figura da analizzare e valutare qui è quella di Maria Maddalena, protagonista silenziosa di alcuni momenti chiave della vita di Cristo, che però non ha avuto alcun impatto nella costituzione della Chiesa nata all’indomani della sua morte.
L’aspetto più sorprendente di un film di cui si parla davvero pochissimo e che rischia di non uscire negli Stati Uniti è però l’anonimato e il distacco con cui presenta la sua storia, proprio quella storia che ha finito per far sbilanciare alcuni dei cineasti più acclamati dell’ultimo secolo.

Come si fa a non metterla sul personale quando si parla di religione e divino, quando anche i più grandi hanno finito per raccontare più di sé che di Dio quando hanno fatto rivivere le gesta di Gesù su grande schermo? Probabilmente è l’approccio molto rigoroso e trattenuto (forse anche un po’ sottotono) alla storia di Maria e del suo Rabbì a rendere il risultato piuttosto impersonale.
Maria Maddalena insomma fa un pessimo servizio a sé stesso, costringendo il suo spettatore a una visione rigorosa e così concentrata sul realismo e sul minimalismo della ricostruzione storica da risultare a tratti pesante e tediosa. Tale è la paura di sbagliare, di mettere il piede in fallo e lasciarsi prendere la mano nel romanzare e romanticizzare gli eventi estrapolati dai vangeli apocrifici dalle sceneggiatrici Helen Edmundson e Philippa Goslett che s’induce a credere lo spettatore che il contenuto del film sia davvero poca cosa.

Se il come è narrata la storia manca completamente di avvincere lo spettatore, il cosa viene narrato è invece il vero valore aggiunto di un film a tratti impressionante per come riesce a restituire una versione verosimile e mai sensazionale di quanto avvenuto, limata dalla mitizzazione, dal pettegolezzo, dall’effetto telefono senza fili di un racconto passato di bocca in bocca per decine di secoli.
Il film si guarda accuratamente dal dare un’interpretazione religiosa alla serie di fatti storici che presenta, anzi, è un ottimo compendio visivo della figura tipo del fondatore di una nuova dottrina, così come viene puntualmente ricostruita da storici e teologici di alto livello.

Joaquin Phoenix interpreta un Gesù (ma potrebbe essere anche un Buddha o un Maometto) tra il santone, il santo e il mistico, con una visione così radicale della religione e dell’impatto che deve avere sulla vita dei fedeli da venire puntualmente frainteso dai suoi discepoli. Il film è acutissimo nel fotografare lo scarto tra il discorso orale del suo fondatore e la costruzione di compromesso e calcolo politico su cui viene fondata la sua Chiesa, a qualche giorno dalla sua morte.
A evidenziare questa lettura stravolta e irrimediabilmente compromessa per venire incontro alla diffusione del suo messaggio e per garantire il perpetuarsi di una visione patriarcale e gerarchica totalmente assente dalle parole del fondatore, c’è proprio Maria Maddalena.

Il film ne ricostruisce con grande equilibrio la figura, a partire da quell’atto d’insurrezione che la portò a diventare prima apostola tra gli apostoli, ruolo convenientemente cancellato dalla Dottrina dal Medioevo al presente, quando è stata riabilitata dall’etichetta di prostituta che le era stata appiccicata addosso da Gregorio Magno.
Sulle rive del lago di Tiberiade nel 33 d.C. la vita degli umili pescatori è dura per tutti, ma per le donne è costretta in un’ortodossia che nasconde a malapena un sistema patriarcale violentissimo e di assoluto dominio.

Una splendida Rooney Mara ancora una volta cattura l’essenza di un personaggio tutto costruito dietro un silenzio carico di significati, di dolore, di rivolte mai espresse a parole ma sempre attuate nelle scelte. La sua Maria è intrappolata in un viluppo di palese disagio psicologico, ingigantito da terribili violenze domestiche e dalla soffocante sensazione di aver bisogno di conversare con Dio ma non avere neppure la libertà di recarsi nel luogo di preghiera da sola senza scatenare uno scandalo.
Dopo l’illuminante incontro con il Rabbì venuto da Nazareth, Maria sfiderà la pubblica decenza e morale comune, unendosi ai suoi discepoli. Anche qui la discriminazione e la violenza non mancheranno, anzi: persino il suo maestro si dimostrerà in più di un frangente totalmente sprovvisto di concretezza e della capacità di vedere la durissima condizione femminile che circonda la società che cerca di cambiare, a meno che non sia lei a mostrargliela.

Il rapporto tra Gesù e Maria è intenso e perfettamente calibrato: è quello del discepolo e dell’allieva, che via via evolvono in due pensatori capaci di condividere e comprendere una visione del mondo radicale e rivoluzionaria. Il pregio di questa visione è che manca completamente di sensualità eppure è così ricolma di amore e rispetto che si presta bene come fonte originaria di tante interpretazioni che vogliono Maddalena come compagna di vita e di letto di Gesù.
Quello che è piuttosto sorprendente è come a Maria venga contrapposto il personaggio di Giuda, che è mosso da una fede in Gesù quasi altrettanto gratinica, ma fondata su un assunto del tutto errato. Un Gesù parecchio superficiale non si prende mai la briga di correggerlo e questo errore di valutazione genererà una delusione tale da scavare un buco profondissimo nell’anima di Giuda, rendendolo molto più complesso e straziante del semplice traditore che per trenta monete vende il suo maestro.

Di fronte a un film che senza grandi clamori mette in scena una delle crocifissioni storicamente più accurate mai viste al cinema (chiodi nei polsi e non nei palmi che non reggerebbero il peso corporeo, Gesù che spira per asfissia, soffocando quando non riesce più a distendere le ginocchia per sollevarsi e respirare), il risultato paradossale è che quelle poche concessioni al glamour hollywoodiano verosimilmente imposte dalla produzione – la coppia di occhioni azzurri dei due protagonisti e la scelta paraculissima di chiamare un afroamericano a interpretare Pietro – spiccano ancora di più e forse in maniera più grave di quanto dovrebbero.

Insomma, Maria Maddalena è un film il cui valore viene caricato tutto sulle spalle dello spettatore, costringendolo a faticare per ottenere il suo contenuto tutt’altro che superficiale, senza mai allungare la mano per offrirglielo, senza mai avere uno slancio passionale o emotivo per coinvolgerlo. Sembra quasi una forma di sadomasochismo, nascondere una rilettura così interessante in un film così poco raccomandabile, una storia femminile tanto adulta in una produzione finanziata da Harvey Weinstein.

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