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Dopo l’Oscar a magnifico Le vite degli altri, alla Germania in piena rinascita cinematografica e fermento creativo proprio non riesce di entrare nella cinquina finale di Miglior film straniero e vincere la statuetta. Dopo aver provato ad attirare l’Academy con alcuni dei film più belli visti in Europa negli ultimi anni (solo un anno fa fu la volta di Toni Erdmann), col pragmatismo che li contraddistingue i tedeschi hanno deciso di giocarsi la carta della diva.
In effetti sarebbe stato un delitto non farsi rappresentare dalla lodatissima performance di Diane Kruger, che di fatto è il motivo principale per cui si è parlato di Oltre la notte. L’attrice – la cosa più vicina a una diva hollywoodiana che abbiano a disposizione sotto il cielo di Berlino – recita qui in tedesco e piange davvero tutte le sue lacrime, in un ruolo ad altissimo voltaggio emotivo. Il mancato sbarco in cinquina prova però che non basta né la bella prova di una famosa attrice né la carta facile dei (neo)nazisti per approdare al tanto agognato risultato.
Katja Sekerci è una giovane moglie e madre tedesca che vive ad Amburgo insieme al marito di origine curda. La nascita del figlioletto ha portato l’uomo a rimettersi in riga e lasciare alle spalle il passato di reati e parentesi carcerarie, per aprire un’agenzia di traduzioni e altri servizi per i connazionali del quartiere. Un giorno Katja nota una giovane donna che lascia incustodita una bici nuova fiammante davanti al negozio del marito: le raccomanda di legarla per evitare furti e se ne va con un’amica a godersi un pomeriggio come tanti e come più nessun’altro. Di lì a poco la bomba nascosta su quella stessa bici le strapperà la famiglia e la costringerà ad affrontare un calvario giudiziario e umano di cui è difficile intravedere la fine.

Si strugge e si dispera Diane Kruger, in una performance intensa ma mai urlata, che attinge alla concretezza e a una certa durezza del suo personaggio – addolcita dalla felicità familiare – per rendere ancora più devastante quando tutto questo le viene strappato via con violenza.
Al suo fianco, silenzioso, c’è il regista e sceneggiatore tedesco di origine turca Fatih Akin, che ancora una volta fotografa le frizioni piccole e grandi della Germania poliedrica e multietnica di oggi.

L’approccio è inizialmente così rigoroso che il film si infila tanto inaspettamente quanto felicemente in una lunga parentesi legal drama. Gli elementi chiave sono semplici e posti sulla scena in maniera verosimile e efficace. Akin è misurato nel descrivere e condannare le scappatoie che i neonazisti (e i gruppi europei che li sostengono) utilizzano per pianificare i loro atti di terrore e spesso uscirne impuniti, puntando non tanto sullo strisciante razzismo pregiudiziale dei familiari e dei poliziotti coinvolti, quando sul dramma giudiziario di un tribunale costretto per garantire la propria imparzialità e una giustizia ideale a compiere un concretissimo atto di ingiustizia nei confronti delle vittime.

Quando però il processo è concluso e bisogna tornare a confrontarsi con il tema centrale del terrorismo contemporaneo, è proprio allora che si manifestano tutte le contraddizioni di un filone “nuovo” eppure già stanco come quello che negli ultimi anni ha raccontato al cinema le tragedie e le violenze più recenti.

Di fatto Oltre la notte prova ancora una volta che non ci sono vincitori, non tanto tra colpevoli e vittime, bensì tra quanti tentano di narrare le loro storie. Ad oggi sembra impossibile rimarginare la loro ferita insanabile (e il nostro sgomento di fronte alle loro storie) attraverso la catarsi cinematografica. Manca una ricetta, un linguaggio, un modo nuovo per rinnovare anche a livello cinematografico un fenomeno pre-esistente come il terrorismo, ma che ha cambiato pelle nel Nuovo millennio, riscrivendo le proprie regole.

In attesa che un cineasta o una corrente tracci la nuova via, l’alternativa è fallire, in modi differenti ma ugualmente poco efficaci. C’è chi si rifà ai messaggi del passato (i messaggi patriottistici e paternalisti di Peter Berg e Clint Eastwood) e chi rimane indeciso su fino a dove seguire l’estremismo di chi fa del male e chi lo subisce, finendo, come accade ad Akin, per scegliere un’equazione fin troppo semplicistica.

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